Ma quale CirconvallaMilano arriva fino a Pavia

Lo snobismo della «Milano-Milano» non è solo antipatico, ma antistorico e classista. A rendere una città tale sono i lavoratori che non vengono dal centro storico e non riescono a sostenere il suo carovita

(Unsplash)

«Scrivi Milano ma sei di Brescia (mollami)». Se si dovesse descrivere un certo mantra snob che tanti milanesi rinfacciano ai «forestieri», si potrebbe riadattare così la canzone “Mollami” di Guè. Una città diventata così costosa – a fronte degli stipendi guadagnati, si intende – che evidentemente chi riesce a sostenere il lusso di abitarci, è come spinto a difendere una certa «esclusività» connessa a quel lusso.

Milano però non è una stampa d’arte a edizione limitata, è una città: ovvero un sofisticatissimo strumento tecnologico che serve a migliorare la vita delle persone. Come ogni tecnologia ha le sue insidie, modifica, si modifica, e richiede di modificarsi a chi la utilizza.

E chi la utilizza più di tutti, se non chi ci lavora?

Un concetto chiarissimo e addirittura istituzionalizzato all’epoca del Ducato, proprio nel suo statuto: «Sono cittadini di Milano li uomini e le donne (…) che conoscono un’arte un mestiere e comunque un lavoro». Una nozione modernissima per essere il quindicesimo secolo, con il riconoscimento delle donne, e di una cittadinanza in continuo movimento.

Oggi invece, con la società aperta, globalizzata, dove i confini si allargano e addirittura sbiadiscono, il dibattito su Milano riflette tutto il sentimento contrario: aggrappato ai confini burocratici, difesi come Romolo con la spada. Del resto, quegli stessi confini sono la scusa perfetta per rimpallarsi le grandi questioni tra Comune-Città Metropolitana-Regione in un palleggio infinito che scoraggerebbe qualsiasi tifoso.

Francesco Armillei ha detto bene che Milano deve pensarsi geograficamente più grande di quanto fa attualmente. Si può ben dire, in fondo, che Milano arriva fino a Pavia. Lo sanno bene quelle migliaia di pendolari che ogni giorno entrano in città per studiare e lavorare, costretti in treni e bus vecchi, sporchi e perennemente in ritardo. Quella città generosa con le braccia e con le teste, ma che respinge i corpi. Un calvario quotidiano che val bene il risparmio su affitti e mutui, anche se alla lunga logora. La Madonnina è ogni giorno il centro di un continuo moto centripeto e centrifugo, dalla circonferenza molto più larga di quanto si possa immaginare, che appunto arriva come minimo al Cupolone sul Ticino.

Una banalità, che si scontra però con amministratori che si occupano di questi flussi solo quando ci inciampano sopra, e non capiscono invece che dovrebbero essere l’ossessione del loro mandato, dimostrando – ancora una volta – un’ignoranza storica.

Era il 1911 quando Alessandro Schiavi scriveva “Le case a buon mercato e le città giardino”, in cui analizzava l’importanza di pianificare città a misura d’uomo, con quartieri verdi e servizi pubblici efficienti per i nuovi milanesi. Schiavi all’epoca era Assessore al Lavoro della giunta Caldara. Avete letto bene, al Lavoro non al “Piano casa”. Eppure durante il suo mandato si occupò di politiche sociali, di edilizia popolare e miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, promuovendo il modello delle città giardino e delle case popolari a basso costo.

Per intenderci, la prima città giardino d’Italia si deve a lui: una città edificata nel comune di Cusano Milanino (oltre il confine!), ma pensata per i lavoratori di Milano, fatta per i milanesi. In quel libro, non si trova neanche una riga sui confini amministrativi, neanche un disclaimer sul perché l’Assessore al lavoro di un comune si occupasse di un progetto situato in un altro. Politica seria.

Talmente seria che il tema casa non era usato come risposta al lavoro povero, un’alternativa agli aumenti degli stipendi, come invece succede oggi – addirittura su proposta di alcuni sindacati. Schiavi scrive: «È ammesso da autorità degne di fede che i salari seguono gli affitti. Dove gli affitti sono elevati, i salari sono alti, e dove gli affitti sono bassi, i salari sono pure bassi. È quindi un falso metodo quello di deprimere i salari per rinvilire gli affitti, ed è miglior cosa, da qualunque punto di vista, alzare i salari per avere affitti convenienti». Non si può avere una Milano europea, con costi europei, ma senza stipendi europei.

Le alchimie insomma sono sempre le stesse, immigrazione inclusa, che ora coinvolge persone da tutti i continenti. Nuovi milanesi che vengono dallo Sri Lanka, dal Marocco, dalla Cina, dal Perù, dal Senegal vivono le stesse tribolazioni dei siciliani, pugliesi, campani di un secolo fa, ma vengono qui per cogliere le stesse opportunità.

Servirebbero politiche concentrate su questi flussi: rendere la vita più facile ai pendolari, far dialogare i servizi sociali dedicati all’accoglienza tra comuni e provincie limitrofe (sapete che sarebbe la maniera meno costosa per risolvere i problemi della Stazione Centrale?), occuparsi del piano casa, ma promuovere anche una contrattazione collettiva territoriale che aumenti gli stipendi, e stabilisca un salario minimo adeguato, permettendo a tanti milanesi di vivere qui subito, con questo mercato immobiliare.

Insomma, quello snobismo della «Milano-Milano» non è solo antipatico, ma è proprio antistorico e classista. Perché a rendere una città tale sono i suoi lavoratori, e quelli non vengono dal centro storico. Vengono da Pavia, addirittura da quella delle Filippine, incredibile città omonima fondata da missionari agostiniani, dove in questo momento ci sono 33 gradi. Un anticipo di quello che ci aspetta tra qualche mese, senza il mare tropicale, mentre siamo sul treno che ferma a Rogoredo.

*Enrico Maria Pedrelli è tra i fondatori di “Adesso!”

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