Redemption tourI Democratici possono sconfiggere Trump ascoltando chi è danneggiato dalle sue politiche

Tra le macerie create dall’amministrazione americana populista e illiberale cresce una consapevolezza nuova: le storie personali contano più dei grafici

AP/Lapresse

Donald Trump ha già mostrato nei primi mesi del secondo mandato l’inconsistenza delle sue politiche economiche. Gli addetti ai lavori lo hanno già capito, i media iniziano a spiegarlo, e tra un po’ ci arriveranno anche i milioni di cittadini americani che hanno eletto il candidato repubblicano alla Casa Bianca. Forse quando subiranno le conseguenze dell’instabilità finanziaria e dei tagli selvaggi al welfare. L’unico soggetto che potrebbe trarre beneficio da questo marasma politico ed economico è il Partito democratico, mai stato così in crisi di leadership e idee.

La frattura tra le promesse trumpiane e le conseguenze reali è profonda, visibile e – per la prima volta dopo anni – politicamente sfruttabile. Se saprà restare sobrio, focalizzato e connesso con il Paese reale, il partito ha oggi la possibilità concreta di spezzare il mito dell’imprenditore redentore e riprendersi il discorso economico che ha abbandonato da troppi anni. E avere la possibilità concreta di non fare una figuraccia alle elezioni di metà mandato del 2026.

Il primo passo è semplice e strategico: riportare il dibattito pubblico là dove fa più male a Trump, cioè sul terreno delle promesse economiche non mantenute. Il costo della vita sta salendo, non scendendo. I prezzi dei beni di prima necessità – auto, generi alimentari, articoli per la casa – sono in aumento costante, penalizzando soprattutto le fasce popolari e le famiglie con redditi medi. Il “Trump tariff surcharge”, ormai esplicitamente indicato anche da brand di largo consumo, è solo il simbolo più visibile di un disagio più ampio. La retorica del miliardario che difende la “gente comune” crolla nel momento in cui il conto arriva sul tavolo della cucina.

La rotta l’ha spiegata benissimo uno che di elezioni se ne intende: James Carville, l’uomo che coniò lo slogan «It’s the economy, stupid», gestendo la campagna elettorale che portò uno sconosciuto Bill Clinton alla Casa Bianca nel 1992. In un lungo editoriale sul New York Times ha spiegato quanto essenziale spostare l’attenzione dagli indicatori macroeconomici – come il mercato azionario – alla vita concreta delle persone. I piani pensionistici sono in sofferenza, i tassi dei mutui sono in rialzo e i risparmi di una vita evaporano nel silenzio dell’amministrazione. «Ci sono pensionati che stanno rimandando interventi in casa o rinunciando a viaggi pianificati da anni. Alcuni temono di dover tornare al lavoro», ha sottolineato James Carville. Queste storie non devono essere soltanto statistiche, devono essere il cuore del messaggio democratico.

Il terzo elemento, forse il più importante, è la capacità di rendere la comunicazione economica personale e locale. Il Partito democratico non deve porsi come protagonista ed elitario, ma come amplificatore delle istanze dei cittadini. Togliersi dall’inquadratura, per capirci, facendo emergere le storie di chi subisce le conseguenze delle scelte di Trump, nei territori che i media nazionali trascurano e che la politica ha tradito. 

È in questi luoghi che si gioca la sfida decisiva. E qualcosa si sta muovendo. Vanity Fair ha raccontato il redemption tour del candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti, il governatore del Minnesota Tim Walz che la scorsa settimana a Lorain, Ohio ha preso la parola in un’affollata auditorium scolastico. «Se i repubblicani non vogliono ascoltare la loro gente, lo farò io», ha detto, aprendo un “People’s Town Hall” davanti a oltre duemila persone.

La città, un tempo culla dell’industria manifatturiera, è oggi il ritratto delle promesse mancate. E non solo da parte dei repubblicani. «Ci sentiamo abbandonati da tutti. Anche dai Democratici», ha detto una cittadina, riferendosi alla deindustrializzazione e all’erosione del tessuto economico locale. Walz ha risposto con un tono usuale per chi ha visto la sua campagna elettorale, ma inedito per molti colleghi del suo partito: diretto, autocritico, e un po’ populista. «Non vinci le elezioni per risparmiare capitale politico: vinci per spenderlo e migliorare la vita delle persone, il più rapidamente possibile». Ma forse è quello che ci vuole ora.

Non è l’unico a cercare un rapporto con la base. A Kenosha, Wisconsin, Bernie Sanders ha radunato oltre 3.500 persone nel suo tour contro l’oligarchia. Sì, si chiama propprio così Fighting Oligarchy Tour, ma andiamo avanti. Il suo messaggio – duro contro le élite economiche e le connivenze istituzionali – ha fatto presa in una regione in cui Trump aveva ampliato il suo consenso nel 2024. «La gente è davvero, davvero preoccupata per ciò che sta accadendo a Washington», ha detto Sanders. E lo ha dimostrato con i fatti: a inizio aprile, l’elezione della liberal Susan Crawford alla Corte Suprema del Wisconsin – nonostante le ingenti somme investite da Elon Musk per il candidato conservatore – ha mostrato come la mobilitazione possa ancora avere effetto.

Dal Minnesota a Chicago, stiamo assistendo alle prime ondate di una resistenza simile al 2016, ma diversa nei toni e nelle sfumature. In giro c’è meno speranza salvifica nei partiti e più consapevolezza dell’urgenza della situazione. Come ha dichiarato Leah Greenberg, cofondatrice di Indivisible, «c’è un senso diffuso che il Partito democratico non abbia ancora compreso la portata della minaccia. E che non abbia un piano». La gente, però, non sta aspettando. Sta agendo.

Il rischio per il partito, oggi, è duplice. Da un lato, l’apatia e la disaffezione verso una leadership percepita come distante e lenta. Dall’altro, l’illusione che basti resistere per vincere. «Non possiamo aspettarci di vincere le presidenziali se ignoriamo territori interi, salvo poi andarci ogni quattro anni», ha dichiarato Walz a Lorain. 

Il nuovo presidente del Democratic National Committee (Dnc), Ken Martin, ha promesso una svolta: recuperare la strategia dei Cinquanta Stati. Ovvero la strategia adottata da Howard Dean quando è stato presidente del Dnc dal 2005 al 2009 che puntava a rafforzare la presenza del partito democratico in tutti gli Stati, inclusi quelli tradizionalmente considerati repubblicani. 

Eppure, questo nobile tentativo si rivelerà vano se il partito non affronterà con decisione lo scollamento che si è creato tra base e leadership. Nei bar e nei teatri di provincia, nei parcheggi ghiacciati delle town hall, la domanda che aleggia è sempre la stessa: «Che cosa possiamo fare ora?» La risposta di Walz è stata chiara: «L’ultima difesa è il popolo». Proviamo a tradurre: è tempo che il Partito democratico torni a essere il partito del lavoro, del reddito, della protezione sociale. Non basta evocare il pericolo Trump: bisogna offrire un’alternativa credibile, urgente, desiderabile. E chissà, magari il Partito democratico italiano potrà emularlo, prima o poi. 

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