Ci sono dei titoli che, a prescindere dall’articolo che c’è sotto, invidi perché sono della materia di cui sono fatti i clic. E forse è solo per quello che ho letto il post Substack di uno che non so chi sia (non sono riuscita a trovare da nessuna parte il suo nome e cognome, ma è pur vero che il giornalismo investigativo non fa per me). Si dichiara professore ordinario di filosofia in un’università pubblica americana, ma per quel che ne so potrebbe essere il figlio dodicenne del mio commercialista: è l’internet, vai a sapere chi c’è sotto al tuo clic.
Il titolo del post, quello che rende impossibile non cliccarci, è: “Lo studente universitario medio è analfabeta”. Ora, se non avete tempo di leggere un intero articolo, o se siete alfabetizzati come uno studente universitario medio e vi costerna l’idea di dover leggere cento righe per arrivare al punto, vi svelo subito il finale: tutti i professori che conosco e ai quali ho fatto leggere quell’articolo, tutti hanno risposto con qualche variazione su «uh, anche peggio di come racconta lui».
Il professore – che forse è un barboncino o forse il nipote dodicenne di un mio lettore – presenta così i suoi studenti: «I nostri studenti sono medi secondo ogni parametro che vogliate utilizzare: aspirazioni, intelletto, condizioni socioeconomiche, forma fisica. Indossano felpe col cappuccio e pantaloni da yoga e gli piace il pollo fritto. Ascoltano Zach Bryan e Taylor Swift. Non lo dico per sminuirli: credo fermamente che il cittadino medio debba poter tentare d’avere una buona istruzione e, quel che è più importante, una buona vita. Intendo solo che i nostri studenti sono rappresentativi: non sono né il fondo del barile accademico né la crème de la crème».
Prima di arrivare a come il Cattedratico Ignoto descrive i suoi studenti, prevengo l’obiezione. L’obiezione riguarda il suo essere americano: si sa che quelli non sanno leggere il corsivo, si sa che sono assai più scemi di noi. Ricopio dunque ciò che scriveva otto anni fa su Robinson un cattedratico noto, Stefano Bartezzaghi, che insegna in un’università italiana, tra noi che ci sentiamo culla della civiltà e duemila anni di storia e il latino apre la mente e mica eleggeremmo mai Trump.
«Ciò che maggiormente mi impressiona non è la scarsa qualità e la scarsissima efficacia dell’espressione scritta della media degli esaminandi […] quanto per non pochi fra loro sia difficile interpretare correttamente il testo che riporta le modalità d’esame […] Se non capisci in che giorno, a che ora e in che aula devi venire, e a fare cosa, come puoi pretendere di avere appreso la materia d’esame, che non può che essere ben più difficile?».
Ora, devo aggiungere un dettaglio personale (ma che cosa eccezionale). Non conosco Stefano Bartezzaghi, se non perché ogni tanto ha la bontà di scrivermi quando i miei svarioni sono troppo colossali per non segnalarmeli. Lo fa con un garbo che io ogni volta penso che io al posto suo mi aspetterei sotto casa per picchiarmi, irritato da questa analfabeta che se ne va in giro a scrivere, in questo secolo delle opportunità. Dal febbraio 2017, quando uscì questo articolo che periodicamente rileggo, penso anche: quanto dovete essere ciucci, per aver fatto venire persino a Bartezzaghi voglia di dire che siete ciucci?
Torniamo all’americano, cattedratico o barboncino che sia. Divide, il CI, i problemi degli studenti medi in varie categorie, comincerei da quella della lettura. «Il nostro laureato medio non sarebbe in grado di leggere un serio romanzo non per ragazzi dall’inizio alla fine capendo ciò che legge. Non potrebbe. Non ha il desiderio di provare, il lessico necessario a capire ciò che legge, e certamente non l’attenzione necessaria ad arrivare alla fine. Sedersi e provare a leggere un libro come “il sussurro del mondo” sarebbe per lui come per me provare a fare il triathlon: molta sofferenza e nessuna possibilità di successo» (“Il sussurro del mondo” è un romanzo che ha vinto il Pulitzer sei anni fa, lo pubblica La nave di Teseo. In un’altra parte del suo testo, il Cattedratico Ignoto dice di aver scelto come esempi romanzi avvincenti ma che «non sono “Harry Potter” o un romanzo rosa», e quindi che l’universitario analfabeta troverà ostici).
Vorrei ora mettere a confronto CI (Cattedratico Ignoto) nel 2025 e SB (Stefano Bartezzaghi) nel 2017. Prima CI. «Gli studenti non sono analfabeti in senso assoluto, però leggere li annoia. Sono impazienti di finire qualunque zavorra di lettura cui siano costretti, e passano sulle parole con gli occhi per arrivare alla fine. Sono come me quando faccio qualche corso d’aggiornamento obbligatorio. Gli studenti sbagliano a rispondere agli esami perché non si sono presi il tempo di leggere per bene le domande. Leggere qualunque cosa non sia il menu d’un ristorante è un’incombenza da evitare».
E ora SB, che ricordiamo insegna qui da noi, che ci percepiamo più intelligenti, che facciamo le citazioni in latino, che mica siamo come ’sti americani buzzurri. «I miei studenti, di fronte a un libro, a un programma d’esame, a un elenco di istruzioni, non si fidano. Hanno paura di non aver capito, dubitano della loro intelligenza del testo. Questo può suonare anche abbastanza ironico, visto che sono decenni che a chi scrive viene raccomandata la chiarezza, la linearità […] agli esami universitari non si portano i testi degli studiosi, bensì la loro liofilizzazione in manuali che appianano pazientemente ogni asperità […] oggi non c’è frase rivolta a un pubblico che non sia stata depurata al massimo grado possibile dalla propria eventuale opacità».
L’altro giorno Alessandra Mussolini ha scritto un lungo tweet (o come si chiamano ora) su un caso di suicidio di tiktoker. La Mussolini fa politica, e il suo tweet era la più facile propaganda politica di questo secolo: gli hater sono brutti e cattivi e si devono vergognare, ciascuno ha diritto d’essere sé stesso e ricevere solo cuoricini e mai pernacchie, ti proteggerò dalle paure e dalle ipocondrie. Ho risposto (lo faccio spesso: potrebbe andar peggio, potrei fumare) dicendo che forse ai ventenni inattrezzati dovremmo insegnare a stare al mondo, mica illuderli che il mondo sarà più gentile con loro di quanto lo sia in generale, e non si approfitterà della sovresposizione delle loro fragilità.
Tra le risposte al mio tweet, non c’è uno che non si costerni s’indigni s’impegni a dirmi quanto sono un’orrenda biasimatrice di vittime. Non c’è uno che, settantotto anni dopo “Un tram che si chiama desiderio”, abbia capito che affidarsi alla gentilezza degli sconosciuti non è una buona idea. E non c’è neanche uno che abbia capito quel che ho scritto.
E quindi io, che vorrei scrivere altre cento righe sul Cattedratico Ignoto e sugli altri ordini di problemi da lui individuati (da come scrivono – «A un livello da terza media. L’ortografia è atroce, la grammatica è a casaccio, e se imbroccano un apostrofo è festa grande» – al fatto che da qualunque lezione escono dopo un quarto d’ora non perché hanno la cistite ma perché non riescono a stare più d’un quarto d’ora senza la loro dose di spolliciate al cellulare), chiuderò invece su una nota di pessimo ottimismo.
Quella che si trovava otto anni fa nell’articolo di Bartezzaghi, che diceva che non capivamo più i testi benché essi fossero sempre più semplificati. Non lo sono dunque abbastanza? Mi capireste dunque di più se non mi ostinassi a stordirvi di subordinate ma scrivessi che il cane mangia il pane e la minestrina col dado? Macché.
«Siamo nell’era della didascalia, e del didascalico, eppure ci capiamo sempre meno. Ipotizzo che la semplificazione sia una droga a cui siamo assuefatti: la dose va aumentata, ma non sarà mai sufficiente». Cari genitori, non vorrei spaventarvi più d’un’intervista media di Crepet, ma qualcuno doveva pur dirvelo: pagate l’università a figli che non solo sono analfabeti, ma si drogano pure.