Musica come atto politicoTamango: essere radicali, come bambini alti un metro e trenta

Il collettivo mischia poesia, provincia e rivoluzione senza chiedere permesso. Dalle prove dopo la scuola a “Rampallonata”, il loro primo tour negli stadi, portano in scena un’idea di arte che morde, inciampa e non chiede scusa a nessuno

Tamango, MI AMI 2024. Courtesy of Tamango

«Nel 2018 carico una storia su Instagram. “Voglio fare una band”. Abbiamo cominciato a beccarci tutti i sabati a casa mia e ogni tanto a casa di Alberto, suo padre ha un piccolo studio in casa. All’inizio eravamo solo in tre: Alberto, Federico, e Marcello. Facevamo trap. Il sabato era l’appuntamento fisso: dopo l’ultima lezione si pranzava insieme, da me».

Come nascono i Tamango?
Non c’era un progetto: eravamo noi che ci vedevamo il pomeriggio e facevamo cose a caso, insieme. Era proprio un hobby. Abbiamo iniziato nel 2020, quando abbiamo deciso che volevamo far uscire delle canzoni. Eravamo sempre noi tre, fino a che l’anno dopo abbiamo realizzato il primo EP e il numero di persone è aumentato. Oggi siamo circa 20. 

Tamango – CANI. Courtesy of Tamango

Un progetto nato in modo sponteaneo?
Sì, quello che ora è il nostro fonico lo abbiamo incontrato al primo concerto che abbiamo fatto, in un ristorante. Si è proposto lui. In tutto questo c’è una componente di grande casualità nel conoscersi e nell’incontrarsi, ma anche di grande competenza delle persone che abbiamo abbiamo coinvolto nel progetto e che sono rimaste perché in Tamango vedono una possibilità. Da una parte permette di migliorare, la possibilità di crescere, mentre dall’altra parte c’è una visione più collettiva che che ci permette di sperimentare e fare delle cose sempre più ambiziose.

Qual è il processo creativo dietro ai pezzi?
Nel primo periodo tutti hanno fatto tutto: tutti mettevano la testa e il pensiero in ogni decisione, e chiaramente col tempo questa cosa è diventata insostenibile. Oggi ci sono delle comparti all’interno del progetto che si occupano di cose diverse. Poi ogni volta si cresce, e si coinvolgono  persone nuove, come i musicisti per la parte degli arrangiamenti. Ci sono dei nuclei di competenze molto trasversali, ma con una chiara direzione artistica da seguire. L’anno scorso abbiamo girato il video di “Cani”, che è un progetto molto grosso che era stato più complicato organizzare perché c’era il lato visivo, organizzativo, tecnico e logistico unito alla parte prettamente musicale. Quel progetto ha coinvolto proprio tutti. Pian piano ora ci stiamo specializzando in determinate aree: è più funzionale e aspiriamo al fatto che ogni persona possa comprendere e conoscere così bene il progetto da poter intervenire e avere “idee intelligenti” in qualsiasi ambito.

Tamango, Rampallonata. Courtesy of Tamango

Avete uno spazio dove vi trovate?
Da un paio d’anni abbiamo sistemato uno spazio ibrido: uno studio, una stanzetta allestita, carina, molto piccola. La cucina è più grande, quindi ogni tanto quando facciamo le riunioni dove siamo tutti presenti, dove ci raccontiamo cosa sta succedendo e quali sono gli sviluppi la cucina ci fa da studio. Dopo un po’ di ricerche siamo riusciti a trovare uno spazio che ci piace, molto grande. Ci permette di abilitare tutte le persone che lavorano al progetto, facendolo diventare un luogo dove da una parte si scrive, dall’altra c’è qualcuno che costruisce un sole di cartapesta di tre metri, altri invece che cuciono una bandiera o montano un video. 

Ci immaginiamo questo spazio come un acceleratore di idee, la partecipazione come abilitatore artistico. Non volevamo il classico studio musicale: mentre facevamo le prove per il MiAmi l’anno scorso abbiamo affittato un posto per un mese, un grande salone in centro a Torino, in un palazzo antico, quasi dismesso. Lì avevamo creato uno spazio che fungeva da sala prove con tutti gli strumenti, ma dove accanto c’erano le postazioni dei computer per il montaggio dei video, e poi la postazione vestiti e quella del palco. Lì abbiamo capito che avere uno spazio di integrazione totale ci sarebbe piaciuto molto.

Quando pensate a un brano, partite prima dalla parte visuale, dalla musica o dai testi?
Partiamo dal testo, normalmente sono io (Marcello, ndr) che li scrivo e poi quando mi sembra che ci sia qualcosa lo canto alla chitarra a Federico e Alberto. Da lì si creano delle storie: dalle animazioni in pongo, ai vestiti, a strumenti diversi, al trucco, ma anche foto, video, poesie. Insieme si cerca di scovare tutte le cose che una canzone può dire senza dirle. L’ultimo progetto è stato fatto proprio così: è una storia nella storia. Ci chiediamo spesso se seguiamo troppe linee di narrazione, se poi non si capisce un cazzo, se siamo troppo confusi. Non lo abbiamo capito neanche noi. Poi lo facciamo e basta. Ma la prima cosa è la più semplice di tutte: io (Marcello, ndr) che dico due cazzate alla chitarra, le dico a Federico e Alberto, e loro che dicono “okay, rendiamola una cosa vera”. Ci scambiamo idee, ognuno ci mette un po’ del suo. E poi alla fine esce esattamente quello per cui la canzone era nata.

Tamango – Backstage. Courtesy of Tamango

Più che un progetto musicale quindi quello dei Tamango si può considerare un progetto artistico?
La componente musicale è ovviamente preponderante, ma si. Come detto utilizziamo tutti i mezzi artistici a nostra disposizione per costruire un immaginario in cui l’ascoltatore può immergersi.

Perchè per voi è importante rimanere indipendenti?
Il tema dell’indipendenza è legato al concetto di responsabilità. Conosciamo amici che hanno avuto dei percorsi più canonici nel mondo dell’industria musicale, ed è come se a un certo punto uno perdesse un po’ il contatto con la realtà: c’è qualcuno che pensa a cosa devi fare, e come devi farlo. Insomma, ti guida su dei percorsi, delle strade, ti dà delle indicazioni e smetti anche di farti delle domande, tanto ci sta già pensando qualcuno per te. Quando le risorse, il tempo e le energie per ottenere una cosa sono altri a dedicarli allora si rischia di smettere di chiedersi il perchè. E quindi poi che senso ha? 

Perché decidiamo di costruire un brano che dura 8 minuti e 30? L’indipendenza permette di uscire da percorsi già stabiliti, di trovare un po’ la tua identità. Sono scelte che facciamo per capire in primis chi siamo. Se non sai chi sei è difficile raccontarsi. L’indipendenza ti tutela da questo punto di vista e dall’altro invece significa continuare a fare delle scelte che abbiano un perché, magari anche lontano da quello canonico nell’industria, ma che ti permette di distinguerti. Immaginare qualcosa di diverso.

Il nostro desiderio era quello di rimanere un collettivo. Dopo una viralità che è arrivata per caso avremmo potuto firmare un contratto con qualcuno, ma difficilmente avremmo potuto mantenere la compagine di collettivo come la stiamo mantenendo adesso. Non avremmo mai firmato un contratto tutti. Avevamo già deciso che volevamo rimanere indipendenti e quando ci è arrivata l’occasione siamo rimasti coerenti. Non è stata una rinuncia che ci ha tenuto svegli la notte.

Qual è il messaggio che volete portare con il vostro progetto?
Che esistono modi diversi di fare le cose. Noi siamo l’alternativa per noi stessi e ci piacerebbe da qui a vent’anni di esserlo anche per gli altri e per l’industria musicale. Ci piacerebbe che i giovani artisti e artiste che si approcciano al mondo dell’arte capissero che non c’è un modo, ci sono tanti modi. Questo concetto dell’alternativa ci si è cucito addosso senza esserne troppo consapevoli. Non è qualcosa che abbiamo troppo ricercato, ma ora è così, e bisogna perseguirlo con grande coerenza.

Siete molto politici anche in quello che dite. Secondo voi la musica ha ancora la responsabilità di veicolare ancora dei messaggi?
La parola “responsabilità” ce la sentiamo addosso. Penso che anche se non voglio espormi politicamente nel momento in cui creo una canzone e questa canzone va al grande pubblico inevitabilmente ha un impatto sulle persone. Noi abbiamo scelto di farcene carico. Il problema non è mai stato essere quelli che prendono posizione, ma poi una volta che quella posizione ce l’hai, cosa racconti alle persone? È sempre stato quello il problema, molto più di diventare “famosi”.

Siamo percepiti come politici. Noi abbiamo una nostra idea, che viene politicizzata da chi ascolta. Quando ascolti qualcosa permetti alla tua personalità di uscire e quindi se la tua personalità è vagamente politica, vedrai della politica in quello che ascolti. La nostra penso sia una cosa molto più più libera e radicale: è un messaggio politico fatto da ragazzi. C’è un concetto di politica molto più radicale e molto più naturale, in qualche modo.

Nessuno di noi ha mai fatto l’artista: siamo tutti artisti vergini da questo punto di vista cioè siamo di diversa età, che stanno crescendo e si stanno facendo un sacco di domande assieme. L’artista si pone da un punto di vista figurativo: sale su un palco e la gente sotto che lo ascolta. Questa cosa ha una potenza enorme, e bisogna prendersene la responsabilità. L’essere indipendenti è politica. Salire su un palco con il biglietto a 5€ è politica. Fai il tour, dove vai? Dove suoni? Ti sei preso l’appalto col palazzinaro mafioso della tua città? Quello è politica. Non è solo musica.

Nei vostri brani spesso vi definite come dei bambini. «Dalle nostre parti “bambino” vuol dire “scemo”. Quindi abbiamo smesso in fretta di farlo e con furia abbiamo deciso di esserlo davvero», avete recitato in apertura a un concerto.
L’immagine del bambino è esattamente la possibilità di dire: non conosciamo bene tutto ciò che c’è intorno: sappiamo che non sappiamo, però già sappiamo cosa non vogliamo conoscere, e cosa vogliamo imparare, in maniera molto infantile, come presa di posizione, come impresa di principio, e lo perseguiamo però con una coerenza adulta. Come i bambini dici qualcosa ma poi ti chiedi “È giusto che io la dica?”. “Io posso parlarne?” Cerco di dire le cose che penso sia giuste dire. Mi piace molto di più scegliere di rapportarsi con le cose, non rinnegare lo scontro col mondo, non far finta di niente. È  inutile far finta di niente. Non esporsi vorrebbe dire mentire e non ricercare la verità nelle cose, e perseguirlo con la foga e l’entusiasmo dei bambini.

Avete appena lanciato le date del tour negli stadi. Cosa significa “Rampallonata”?
«Rampallonata è la parola che ci mancava per descrivere un sentimento che non sapevamo descrivere. Rampallonata è dire di no a chi ti ha detto che non si poteva fare e dire di sì a chi non sa come si fa, ma lo fa comunque. Rampallonata è fottersene di come le cose si sono sempre fatte, mordere la mano che tiene il guinzaglio, correre nel fango perché, se si corre, tanto vale sporcarsi. Rampallonata è asciugare le lacrime di un amico, suonare fino a perdere la voce e cantare fino a scordare tutte le chitarre. Rampallonata è lanciarsi di testa dal palco senza guardare se ci sarà qualcuno a prenderti», si legge nel comunicato.

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