I nuovi partigianiPerché è importante parlare di Ucraina il 25 aprile

In questi anni di resistenza contro l’aggressione della Russia, gli ucraini hanno dimostrato di voler vivere in una democrazia occidentale e non diventare una colonia dell’impero moscovita: l’Europa occidentale, e l’Italia in particolare, dovrebbe prendere Kyjiv come modello. Per questo domani ne parleremo in un incontro dal titolo ”Quale Resistenza?”

AP/Lapresse

La guerra di aggressione russa all’Ucraina ci riguarda oggi più che mai. Nelle sue fasi iniziali, poteva essere considerata la scommessa spregiudicata di un regime abituato a controllare la propria sfera d’influenza con una brutalità sostanzialmente impunita, che questa volta aveva incontrato una resistenza imprevista e una risposta, una volta tanto, all’altezza della sfida, anche da parte dell’Occidente. Si poteva ancora pensare che il Cremlino capisse di aver superato la misura e che si potesse ritirare in buon ordine, secondo i dettami della razionalità politica. Ma, in questi anni, si è prodotta una serie di trasformazioni profonde.

La prima riguarda lo stesso regime di Mosca: da democratura che persegue una politica di potenza, ha ormai assunto i connotati del regime compiutamente totalitario, con una società e un’economia completamente militarizzate e un’ideologia, più ancora che una prassi, della guerra totale.

Esemplare, qui, è il disprezzo mostrato dai vertici russi non solo verso le vite ucraine, ma nei confronti dei propri stessi soldati, mandati al macello con equipaggiamenti raccogliticci e un addestramento sommario, disciplinati con una durezza oggi inconcepibile nel mondo civile e capaci solo di avanzare nel terrore delle punizioni, per morire in massacri senza senso né costrutto. Questa condotta bellica è indicativa del nuovo modello di autocrazia che si è affermato al Cremlino, con un regime ormai incapace di fermare una guerra a cui ha immolato l’intera Russia. Quella che doveva essere una spedizione coloniale è diventata una guerra esistenziale, che non può essere persa e che, se vinta, servirebbe solo a preparare la prossima.

Ma è cambiata, nel frattempo, anche l’Ucraina. Nel febbraio 2022, era una democrazia fragile, guidata da un outsider inesperto, sorretta da una popolazione che aveva dato prova di tenacia e generosità con l’Euromaidan ma che poteva sembrare stanca e delusa. L’aggressione russa ha innescato una resistenza formidabile, di cui Volodymyr Zelensky ha saputo farsi interprete, ma che nasce dalla semplice volontà degli ucraini, che è quella di diventare una democrazia occidentale e non l’ennesimo avamposto di quel buco nero che è il Russky Mir. In questi anni, l’Ucraina è stata capace di mostrare una determinazione eroica sul campo, ma soprattutto si è mostrata in grado di riorganizzarsi a tutti i livelli, con un Paese mobilitato per fare sempre di più e sempre meglio, una società civile e un tessuto economico in grado di andare molto al di là di quanto possibile alla sua amministrazione. Anche con tre anni di legge marziale, l’Ucraina è riuscita in una crescita democratica e di consapevolezza che le società dell’Europa occidentale dovrebbero prendere come modello.

Né sono minori i cambiamenti nella nostra parte di mondo: la solidarietà europea ha del tutto superato, almeno per ora, le rivalità e le contrapposizioni degli anni precedenti (chi si ricorda del blocco di Visegrad alzi la mano). La deriva populista-sovranista è stata fermata in quasi tutta Europa e quasi tutti i governi dell’Unione europea sono concordi nel sostegno all’Ucraina e nella volontà di rafforzare le proprie capacità di difesa, in un quadro di cooperazione che segna un enorme passo avanti per l’integrazione europea. Possiamo affermare che oggi l’Unione europea, in assenza degli Stati Uniti di Donald Trump, rappresenta la vera resistenza dello stato di diritto, della società aperta, democratica, libera, a ogni minaccia politica, militare, violenta.

Si può dire con certezza che, senza il sostegno chiaro e determinato da parte europea, per il governo di Kyjiv sarebbe stato molto più difficile reggere le pressioni americane verso una pace ingiusta.

Gli Stati Uniti sono il teatro del quarto grande cambiamento, è chiaro. Nei prossimi mesi sapremo se l’attuale amministrazione sia davvero capace di produrre una gigantesca involuzione nella società americana e di trasformare gli Stati Uniti, da impero democratico globale a distopia isolazionista, o se possa essere arginata. Certo è che, qualunque sia l’esito di questi spasmi statunitensi, si è ormai manifestata la necessità, per gli europei, di fare insieme e fare da soli. Finalmente, si potrebbe dire, stiamo uscendo da una condizione di minorità sotto tutela (in cui, per citare, eravamo finiti per nostra colpa) per arrivare all’età della ragione, con tutti i suoi fardelli.

Ed eccoci, allora, dove nulla sembra essere cambiato; anzi, dove siamo tornati alle solite, dopo la breve parentesi di autorevolezza e credibilità del governo Draghi, che infatti ha saputo mettersi alla guida dell’iniziale risposta europea. Siamo tornati nell’Italia delle mille piccinerie e del piccolo cabotaggio, della conservazione di ogni rendita politica economica sociale culturale, dell’eterno particulare. Sono stati pochi, pochissimi i momenti storici in cui il nostro Paese è stato capace di uscire da questa piccineria e di guardare davvero all’orizzonte vasto delle grandi scelte e dei percorsi lunghi. La Resistenza partigiana è forse il più alto di questi momenti.

Ed è per questo che, guardando verso Kyjiv, proviamo a confrontarci, proprio il 25 aprile. In questo lungo incontro parleremo della guerra in Ucraina, dal punto di vista militare, geostrategico, economico e sociale; ascolteremo le testimonianze di chi vede direttamente questa guerra e cercheremo iniziative e progetti cui dare aiuto concreto; esamineremo opportunità e punti critici della difesa europea e del progetto di rilancio; chiameremo esponenti politici a esporre le loro posizioni e a illustrare le possibili opzioni; proveremo a capire cosa succede in Russia, in America e magari anche in Cina; analizzeremo le risposte dei diversi partiti italiani, confrontandoci con quelli che hanno raccolto il nostro invito; cercheremo di rispondere alla macchina delle fake news; confronteremo la resistenza italiana e quella ucraina, per capire dove starebbero, davvero, i partigiani oggi; studieremo il passato e proveremo a vedere il futuro. In una parola, proveremo a fare politica, che ce n’è bisogno.

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