
Un fortunato saggio di due decenni fa, firmato da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, spiegava a uno scettico mondo progressista italiano che il liberismo era di sinistra. Vero o falso che fosse, oggi la sinistra, i liberali, ma direi tutte le persone perbene, esclusi dunque i bipopulisti, si ritrovano aggrappati come cozze ai famigerati mercati azionari, quelle entità esoteriche che muovono trilioni di dollari con la stessa facilità con cui le persone normali mettono i cuoricini sui social, ma che in questi tempi impazziti sono diventate l’unica vera, ferma ed efficace opposizione alla distruzione del mondo come lo conosciamo ordita dal wannabe autocrate Donald Trump e dalla sua compagnia di giro che, se non avesse in mano i codici dell’atomica, potrebbe divertirci in un’ordinaria puntata della Zanzara (ieri, scusate la parentesi, il giornale Politico ha raccontato che il capo dello staff di Pete Hegseth, il Segretario della Difesa che gestisce l’apparato militare americano come una chat di mamme della classe, amava cominciare le riunioni al Pentagono raccontando ai sottoposti di essersi appena fatto «un’enorme cagata». E io ancora non capisco perché Giuseppe Cruciani non l’abbia invitato a Radio24 a discettare dell’universo mondo con Capezzone, Marco Rizzo e Mario Giordano).
I mercati capitalistici come fronte unitario della resistenza a Donald Trump, dicevamo. Un fronte costruito per reagire alle borse giù come e peggio dei tempi del Covid, al fuggi-fuggi dai buoni del Tesoro, al dollaro in picchiata che vale già un dazio del dieci per cento per tutte le merci importate, naturalmente a carico dei consumatori americani, all’inflazione che aumenta e addirittura alla previsione di una recessione, senza contare l’isolamento internazionale degli Stati Uniti. Una cosa mai vista in un secolo di storia americana, ma con Trump assistiamo a questo e a molto altro, a cominciare dall’aver trasformato Washington in un protettorato di Mosca.
E pensare che, soltanto pochi mesi fa, la copertina dell’Economist celebrava l’economia americana, quella di Joe Biden, come «l’invidia del mondo» e «la più grande e migliore di sempre». Poi è arrivato il predatore in chief, con la sua banda di fanatici, oligarchi e quaquaraquà, a spiegare che avrebbe ribaltato tutto, promettendo ai suoi connazionali che grazie alle sue politiche economiche «vinceremo così tanto che potreste persino stancarvi di vincere. E direte: “Per favore, per favore. Troppe vittorie. Non ne possiamo più, signor Presidente, è troppo”».
Invece è successo il contrario, in pochi giorni, nonostante i laudatori del trumpismo spiegassero la grandezza di un personaggio capace di scrivere in un tweet che «non vede l’ora» di partecipare al funerale del Papa, e di dire ieri a un gruppo di mutilati di guerra: «Quindi siete stati feriti, eh? Alla grande. Fantastico».
Ancora più grottesco il tentativo di altri di interpretare il ruolo di pontiere tra il mondo Maga e il mondo civile, col risultato di concedere a Trump tutto quello che chiede e di ottenere niente in cambio, come dimostra il comunicato congiunto Trump-Meloni che il sito di Palazzo Chigi ha preferito, chissà come mai, non tradurre in italiano. Il Financial Times ieri titolava «Non esistono politici che sussurrano a Trump» un articolo con foto di Meloni e Trump che spiegava come «i leader occidentali che dicono di avere rapporti privilegiati con il presidente degli Stati Uniti non hanno nulla da mostrare a sostegno della loro pretesa».
Già prima di Pasqua i favolosi mercati avevano imposto a Trump di sospendere per tre mesi le tariffe imposte nel surreale «Giorno della Liberazione», ma dopo ventiquattr’ore di tregua i mercati hanno ripreso a fare opposizione dura, vendendo azioni e scappando dai bond Usa, costringendo l’altro ieri il segretario del Tesoro a fare marcia indietro sui dazi alla Cina. Ma siccome per i mercati il bellimbusto Scott Bessent non era sufficiente, è dovuto intervenire Trump medesimo a rassicurare che i super dazi alla Cina erano un costoso scherzo da oratorio, e a promettere che non ci sarà nessuna guerra commerciale con la Cina, anche perché lui è un grande amico del presidente Xi Jinping. I mercati hanno ringraziato, ma hanno chiesto ancora di più. Così Trump ha dovuto giurare che non licenzierà mai e poi mai il capo della Federal Reserve Jerome Powell, cosa che peraltro non può fare (e tralasciando che in realtà l’ha nominato lui al primo mandato), malgrado avesse più volte fatto il gradasso, anche davanti a Giorgia Meloni, per spiegare che il destino di Powell era nelle sue mani e che presto sarebbe stato mandato a casa.
Insomma Trump voleva essere un duro che non gli importa del futuro, ma quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, e i mercati gli hanno detto basta. Così come i principali capitalisti del paese, i boss di Home Depot, Target e Walmart, lunedì lo hanno avvertito durante un incontro nello Studio Ovale che i prezzi sarebbero aumentati e gli scaffali sarebbero rimasti vuoti se Trump avesse continuato su quella strada. Anche l’annunciato ritorno di Elon Musk a occuparsi più di Tesla che di distruggere lo Stato federale alla guida del dipartimento Doge è una buona notizia, anch’essa legata alla risposta del mercato dei consumatori di auto elettriche alle mattane dell’oligarca di origini sudafricane.
I bulli costretti a ritrattare e a coprirsi il capo di cenere sono uno dei rari momenti felici di questi ultimi mesi di follia al potere, in attesa naturalmente delle prossime puntate della Zanzara alla Casa Bianca e delle successive giravolte trumpiane.
Ovvio che questo avanspettacolo a spese dei risparmiatori e dei consumatori di mezzo mondo non potrà durare quattro anni, e nemmeno quei due che oggi separano l’America dalle elezioni di metà mandato. Ma ora che i capitalisti di tutto il mondo si sono finalmente uniti contro l’incipiente fascismo trumpiano almeno si intravede la speranza che l’opposizione politica e culturale, americana e globale, possa prendere esempio dai mercati, sappia rispondere “a brigante, brigante e mezzo”, e riesca a organizzare la riscossa dello Stato di diritto e della democrazia liberale.