Viktor Orbán continua a essere una spina nel fianco per l’Unione europea. Non è una novità, il leader ungherese ormai da anni usa il suo diritto di veto sulle decisioni importanti per ottenere maggiori concessioni dalla Commissione europea. Quello che è cambiato da qualche mese è l’approccio di Bruxelles nei suoi confronti. Il presidente del Consiglio europeo António Costa dopo gli incontri del 6 e 20 marzo ha deciso di adottare due dichiarazioni insieme agli altri ventisei Paesi dell’Unione europea senza tenere in considerazione i capricci di Orbán. Una scelta che ha avuto l’effetto di isolare l’Ungheria dal resto d’Europa anche a livello mediatico, sottraendo il palcoscenico internazionale alle dichiarazioni dell’autocrate ungherese.
L’efficacia della strategia di Costa è limitata, dal momento che per le prossime decisioni cruciali, come l’adesione dell’Ucraina all’Unione europea e il rinnovo delle sanzioni alla Russia (in scadenza al 31 luglio), sarà necessaria l’unanimità dei ventisette Paesi. A quel punto è probabile che si riapriranno le trattative e che Bruxelles sarà nuovamente costretta a fare delle concessioni all’Ungheria.
Ma pur essendo una situazione temporanea l’isolamento ha infastidito il leader ungherese, non abituato a tornare a casa dalle riunioni del Consiglio europeo a mani vuote. Anzi, spesso è riuscito a ottenere lo sblocco dei fondi congelati o comunque ad avere una centralità nella discussione. Questo, negli anni, è servito a Orbán per la sua narrativa interna e soprattutto per portare una boccata d’ossigeno ad un’economia stagnante. Sì, perché se a livello internazionale il leader di Fidesz è diventato il principale interlocutore dei nazionalisti di tutto il mondo ed il punto di riferimento di Donald Trump e Vladimir Putin, in politica interna le cose non sembrano andare così bene.
Secondo i dati dell’ufficio centrale di statistica, la produzione industriale su base annuale a gennaio 2025 è diminuita di quasi quattro punti percentuali e nonostante l’inflazione sia in forte calo i picchi del diciassette percento raggiunti nei mesi scorsi hanno lasciato delle cicatrici. L’aumento della domanda dei consumatori, il deprezzamento della valuta e l’inflazione degli anni precedenti hanno alimentato le pressioni sui prezzi interni. Dopo la recessione nel 2023, il Pil nel 2024 è cresciuto di poco più di mezzo punto contro il quattro percento previsto dal governo. L’Ungheria inoltre resta stabile al primo posto a livello europeo nella classifica degli indici di percezione della corruzione di Transparency international.
In ogni caso il futuro economico del Paese dipenderà da quello che deciderà di fare l’alleato Trump. I dazi pari al venticinque percento, annunciati per oggi, potrebbero avere un impatto significativo sull’economia ungherese, anche se qualche settimana fa Orbán ha annunciato che Ungheria e Stati Uniti stanno lavorando a un pacchetto di cooperazione economica che potrebbe compensare l’effetto delle politiche commerciali statunitensi.
Da allora non sono però arrivati ulteriori dettagli su un accordo che rischia di rimanere poco più di una boutade. Attualmente Budapest ha una bilancia commerciale molto favorevole con Washington: esporta beni e servizi per quasi otto miliardi di dollari (di cui 1,75 nel settore delle automobili) e ne importa per meno di tre. Negli ultimi cinque anni le esportazioni dell’Ungheria verso gli Stati Uniti sono aumentate a un ritmo del dieci percento all’anno.
Il tema però è un altro. Il principale partner commerciale di Budapest resta di gran lunga Berlino, che acquista beni e servizi per quasi trentotto miliardi di dollari, circa il venticinque percento di tutte le esportazioni ungheresi. Il sistema economico magiaro è legato a doppio filo a quello della Germania e se l’economia tedesca resterà stagnante sarà un problema anche per l’Ungheria.
Le principali esportazioni riguardano il settore dell’automotive, che in Germania è particolarmente in sofferenza e sul quale pende la grandissima incognita dei dazi statunitensi. Se verranno colpite le automobili tedesche ci saranno ricadute anche per gli ungheresi e non solo in termini di esportazioni. In questi mesi, ad esempio, verrà completato il nuovo stabilimento Bmw a Debrecen, che una volta a regime avrà una capacità produttiva di centocinquantamila unità all’anno e dove l’azienda di Monaco di Baviera nella seconda metà del 2025 dovrebbe iniziare la produzione delle nuove auto elettriche.
A livello politico la nuova coalizione guidata da Friedrich Merz non farà sconti a Budapest. Come riportato da Politico, proprio in questi giorni il governo tedesco ha fatto sapere che chiederà all’Unione europea un approccio più severo nei confronti dei Paesi che violeranno principi chiave come lo stato di diritto, trattenendo i fondi europei e sospendendo il diritto di voto. Anche se l’Ungheria non viene espressamente citata il riferimento sembra abbastanza chiaro.
Nel 2026 gli ungheresi andranno al voto e questa volta l’esito sembra molto più incerto rispetto al passato. I trend economici dei prossimi dodici mesi giocheranno un ruolo importante nell’orientare il voto. Soprattutto ora che Fidesz sembra avere un vero avversario e il partito Tisza guidato da Péter Magyar lo ha superato nei sondaggi.
Il partito di opposizione è in grande ascesa e sta beneficiando di un clima generale di forte malcontento nei confronti del sistema clientelare messo in piedi da Orbán negli ultimi quindici anni. Quanto sia realistico un successo di Tisza tra un anno è però difficile da dire, considerato che nelle aree rurali il primo ministro ungherese è ancora apprezzato e soprattutto che il partito di governo esercita una forte influenza su oligarchi, aziende, magistratura e media. Di certo questa volta sarà una sfida vera e la propaganda orbaniana potrebbe non bastare se i dazi di Trump colpiranno le aziende ungheresi, mostrando tutte le contraddizioni in ambito economico di un sovranismo tafazziano.