
Raramente un popolo ha espresso una propria dirigenza così inadeguata, incapace e persino spregevole come quella palestinese. Perché tra tutte le voci che si sentono sul destino di Gaza una volta finita la guerra israeliana, quella palestinese è la più dissonante, la meno credibile, la più impotente.
È fondamentale, per mettere a fuoco questa realtà, andare a quel che ha fatto pochi giorni fa Abu Mazen. Il leader palestinese ha letteralmente urlato davanti ai maggiorenti palestinesi che i capi di Hamas sono dei «figli di cani» e ha intimato loro di rilasciare subito gli ostaggi israeliani.
Affermazioni condivisibili nel significato, va detto, ma il disastro è che con quelle parole Abu Mazen ha smentito e irriso all’improvviso se stesso, perché proprio lui, non altri, a partire dal 7 ottobre 2023 con quei «figli di cani» ha fatto di tutto per allearsi e costruire un governo di unità nazionale infischiandosene bellamente della sorte degli ostaggi.
Dunque, l’ennesima, scontata giravolta di una leadership palestinese che nel corso della sua non gloriosa storia secolare è riuscita col Gran Mufti di Gerusalemme ad allearsi con Adolf Hitler «perché abbiamo le stesse idee sulla questione ebraica» e poi con Yasser Arafat a tentare avventurosi e cinici golpe contro i Paesi islamici in Giordania nel 1972, nel sud-est dell’Iran nel 1980, in Libano nel 1982 e in Kuwait nel 1990, infine a proclamare una sciagurata Intifada delle Stragi tra il 2000 e il 2004 che ha provocato migliaia di morti israeliani e arabi e ha definitivamente chiuso la prospettiva dei Due Stati.
Una serie ininterrotta di colpi di mano che hanno prodotto, oltre alle vittime israeliane, anche decine di migliaia di morti, arabi uccisi da arabi, islamici uccisi da islamici, a riprova dell’inconsistenza politica della dirigenza palestinese e del suo avventurismo radicale.
I fatti recenti sono questi: dopo il 7 ottobre 2023 Abu Mazen si è rallegrato in cuor suo del pogrom e mentre il suo consigliere per gli affari religiosi Mahamud al Habbash dichiarava per sette volte che il macello di Hamas era «perfettamente legittimo». Lui personalmente si rintanava per settimane in silenzio, ben conscio che il settantatré per cento dei palestinesi di Cisgiordania, la sua base, ne era entusiasta. Solo all’estero, non parlando al suo popolo, a dicembre 2023, ha definito il 7 ottobre «disumano e inaccettabile».
Sul piano politico però la dirigenza palestinese, tra le più corrotte del mondo, ha continuato sui suoi soliti binari: nel solco dell’alleanza sessantennale con la Russia – causa essenziale della sua rovina – e ora con la Cina, ha quindi fatto il decimo tentativo di costruire un’alleanza di governo con Hamas, come se nulla fosse successo, come non vi fosse stato il 7 ottobre. Totale grigiume strategico.
Quindi il summit con Hamas a Mosca il 29 febbraio 2024, presieduto dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov. Qui Jibril Rajub, braccio destro di Abu Mazen e suo frenetico aspirante successore, ha detto: «Hamas fa parte del popolo palestinese e le soluzioni per il governo di Gaza vanno trovate di comune accordo». Altro che «figli di cani», ma rispettati fratelli di carne.
Il lavorio diplomatico tra Anp e Hamas tutto di vertice, tutto slegato da un confronto sui principi, sulle strategie, intriso di complicità sul tema del terrorismo e delle stragi, è sfociato poi nella Dichiarazione di Pechino del 23 luglio 2024, mediata al più alto livello dal ministro degli Esteri Wang Yi che ha certificato un ritrovato pieno accordo tra al Fatah guidata da Mahmud al Aloul, Hamas ancora guidata da Ismail Haniyeh e altre dodici organizzazioni palestinesi per un «governo provvisorio di riconciliazione nazionale». Di nuovo e sempre nulla sul 7 ottobre, nulla sugli ostaggi israeliani.
Stranamente, nel suo letargo politico, anche il corrotto e incapace Abu Mazen – odiato dai palestinesi, come certificano sondaggi e manifestazioni di protesta – si è infine reso conto che l’elezione di Donald Trump ha terremotato anche il quadro mediorientale. Ma soprattutto è stato tempestato di pressioni fortissime da parte dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti perché abbandonasse l’asse con Mosca e Pechino.
Ecco allora che l’11 febbraio 2025 l’Anp di Abu Mazen, dopo trentadue anni dalla sua fondazione, fa il suo primo serio gesto politico, in assoluto, per una politica di trattativa seria con Israele: sospende gli stipendi alle famiglie dei detenuti e dei martiri che hanno compiuto atti terroristici o violenti contro israeliani. Per più di tre decenni infatti prima Yasser Arafat, che era un terrorista a tutto tondo, e poi Abu Mazen, che si voleva invece «moderato», hanno non solo finanziato, ma addirittura incentivato il terrorismo contro Israele. Se a un palestinese viene assicurato, come ha fatto l’Anp, che qualsiasi atto violento tu faccia, anche una strage di civili, i tuoi familiari avranno una pensione a vita, il terrorismo palestinese diventa addirittura una prospettiva occupazionale e ben redditizia.
Ovviamente, questa svolta avviene per una ragione opportunistica: Abu Mazen, che nel frattempo ha scatenato i reparti speciali della polizia dell’Anp contro i jihadisti di Jenin in retate repressive che hanno fatto molti morti, per la prima volta dal 2004, da quando è stato eletto, prende atto che per essere un interlocutore credibile e aspirare a governare è indispensabile troncare di netto con qualsiasi ambiguità nei confronti del terrorismo.
Si arriva così ad «Hamas figli di cani», in un crescendo che in larga parte è finzione, pura retorica. Subito dopo, c’è stata l’ennesima scarrocciata per entrare con mezzucci nelle grazie di Donald Trump: Abu Mazen ha nominato Hussein Sheikh nella carica inventata lì per lì di vicepresidente del comitato esecutivo dell’Olp. Di fatto è stata l’indicazione del suo successore. Sheikh è noto in Cisgiordania come “l’israeliano” per la fiducia che riscuote a Gerusalemme e da Tsahal nel suo ruolo di direttore degli Affari civili e il coordinamento amministrativo. Da lui, infatti, dipendono i permessi di lavoro e di transito tra la Cisgiordania e Israele per i palestinesi, e tutte le pratiche degli artigiani, degli alberghi dei tour operator, dunque, tutti i palestinesi lo conoscono. Già undici anni nelle carceri israeliane, già Segretario generale di al Fatah, viene offerto ora da Abu Mazen al governo di Israele come l’interlocutore storico in cui può avere fiducia, perché ha sempre riscosso fiducia dai suoi interfaccia lavorativi. Ma il problema non è di uomini, il problema della leadership palestinese è di linea politica, di strategia inesistente, è un drammatico problema di onestà negli affari pubblici, altrettanto e totalmente inesistente.
Resta quindi la sconcertante realtà per chi ancora pensa che sia valida la formula dei Due Stati. Il popolo palestinese ha oggi solo due leadership, una è quella di Hamas che si nutre – e lo rivendica – del sangue degli abitanti di Gaza, che prima prende in ostaggio e poi uccide a freddo due neonati israeliani, che sa solo progettare morte e pogrom. L’altra leadership, quella cresciuta attorno ad Abu Mazen nell’Anp, cambia politica come una banderuola, non sa assolutamente governare, ma sa molto bene come ingrassare.