Sembra una canzone di Annalisa. Quel tormentone che fa: «Ho visto lei, che bacia lui, che bacia lei». E invece stiamo parlando di mafia. Hanno arrestato, qualche giorno fa, l’ennesima amante di Matteo Messina Denaro. Si chiama Floriana Calcagno, una professoressa, come già accaduto con Laura Bonafede.
Non è solo l’arresto dell’insegnante a far notizia, ma soprattutto ciò che emerge dall’inchiesta della Procura di Palermo e dalle carte del giudice per le indagini preliminari: scenate di gelosia tra lei e Laura Bonafede, storica amante del super latitante, litigi per regali di lusso, come ad esempio una famigerata borsa Louis Vuitton.
Ed ecco che la cronaca criminale diventa improvvisamente una vicenda di triangoli amorosi. Così, invece che raccontare la spietatezza e il potere mafioso del capo di Cosa nostra, oggi il resoconto sembra concentrarsi su cuori infranti e gelosie da rotocalco rosa. La fuga d’amore dei due in un ristorantino sulla costa (qui siamo dalle parti di Paolo Conte: «Andiamo a un ristorante in riva al mar / mi han detto che fan bene da mangiar»), gli insulti con cui una chiamava l’altra, appellata, tra l’altro come «l’handicappata».
Che scene, però. Mentre l’Italia intera inseguiva il boss, lui conduceva una vita da film, tra bagni fuori stagione, pranzi al ristorante e relazioni amorose complicate e affollate. Sembra quasi un ritorno ai film degli anni Settanta, la commedia sexy all’italiana con l’amante al mare e la moglie in città. In questo caso, più che un noir siciliano, appare come una di quelle telenovele turche a puntate infinite che vanno tanto di moda, per ora.
Ma davvero vogliamo ricordare Messina Denaro solo come una riedizione del “Don Giovanni in Sicilia” o de “Il bell’Antonio” di Vitaliano Brancati? Una controfigura di Renzo Montagnani? O forse è giunto il momento di raccontare nuovamente la mafia per quello che è davvero: una macchina di morte, potere e oppressione, lontana dalle banalità delle storie d’amore e di moda.
In mezzo alle scenate e ai pettegolezzi, rischia di sfuggire qualcosa di più grave e inquietante. Come abbiamo raccontato su Linkiesta, mentre cittadini comuni in provincia di Trapani aspettano anche otto mesi per un semplice esame istologico, Matteo Messina Denaro godeva di una sanità rapidissima ed efficiente. La circostanza viene adesso rafforzata dalle motivazioni della sentenza con cui il giudice di Palermo ha condannato a otto anni Cosimo Leone, tecnico radiologo dell’ospedale di Mazara al servizio del boss.
«L’intero percorso sanitario di Messina Denaro presso l’ospedale di Mazara del Vallo – scrive il giudice – è stato connotato da straordinaria rapidità ed efficienza. La Tac, originariamente programmata per il 20 novembre, fu anticipata dapprima al 17 e poi addirittura al 10 novembre. Tra la diagnosi di tumore al colon, fatta il 4 novembre 2020, e il ricovero trascorsero appena cinque giorni. Dal ricovero all’esecuzione della Tac solo un giorno, grazie a un cambio turno disposto proprio da Leone. E già il 13 novembre il boss venne operato».
Questi dettagli, che rischiano di perdersi nella cronaca rosa delle borse griffate e degli amori clandestini, riportano la discussione sulla mafia ai suoi giusti termini: una questione di potere, infiltrazioni e corruzione, che per decenni ha avvelenato le istituzioni e la vita dei cittadini.
È quindi necessario ricordare che la vicenda di Messina Denaro non è solo gossip, triangoli amorosi e borse Louis Vuitton. È soprattutto il racconto di una Sicilia in cui un criminale latitante poteva ottenere privilegi negati a migliaia di onesti cittadini. Una mafia capace di distorcere e piegare alle sue necessità persino il diritto alla salute, trasformando servizi pubblici essenziali in privilegi riservati al boss di turno. Una verità da non dimenticare, soprattutto quando certi titoli ci distraggono con storie di gelosia e amori da copertina.
Sembra quasi un’arma di distrazione di massa per farci allontanare da alcune domande importanti. Ad esempio: dov’è l’archivio completo di Messina Denaro? Nel materiale finora sequestrato non ce n’è traccia. Il boss era uno scrittore compulsivo. Annotava pensieri, ricordi, appunti e riflessioni. Ne sono prova i quaderni e i fogli trovati nella casa di Campobello di Mazara e in quella dove la sorella Rosalia aveva nascosto i pizzini. Ma dove sono finiti gli scritti più compromettenti? Quelli che raccontano trent’anni di mafia, di strategie, di rapporti tra clan? Quelli che potrebbero ricostruire i legami con i boss corleonesi, con Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Bernardo Provenzano? Possibile che un boss così meticoloso, attento alle parole e alla memoria, abbia rimosso completamente la rete criminale di cui ha fatto parte per trent’anni?
E poi, come in un film anni Settanta, si parla sempre della provincia: la provincia bacchettona, la provincia pruriginosa, la provincia dei triangoli e delle infedeltà. Ma in realtà la storia di Messina Denaro andrebbe raccontata da un’altra prospettiva, quella del capoluogo, quella di Palermo. Non bisogna dimenticare che gran parte della sua vita da latitante (alla luce del sole) e probabilmente del suo giro d’affari era a Palermo, città, chissà perché sparita dai radar delle indagini nonostante, in maniera più o meno diretta, ci siano tanti segnali della presenza del boss nel capoluogo siciliano, dove vantava relazioni eccellenti.
Sì, perché è nel capoluogo siciliano che Messina Denaro ha costruito pezzi fondamentali del proprio potere. E proprio Palermo è stata per anni il centro nevralgico della sua rete di protezione più inscalfibile.
Era a Palermo, nei quartieri bene e nei circoli riservati, che il boss trapanese poteva contare su amicizie solide, su coperture ad alto livello e su silenzi garantiti. Il suo nome aleggiava tra gli studi di professionisti insospettabili nel centro città. Il boss era legato a pezzi del mondo sanitario, finanziario e imprenditoriale della città.
La compagna storica di Messina Denaro, Franca Alagna, convocata di recente in Procura, ha ricordato un appartamento a Palermo dove hanno vissuto, ma ha detto di non saperne più indicare l’indirizzo. In quegli anni, tra l’altro, il boss si sarebbe spostato con un furgoncino della municipalizzata dei rifiuti, l’Amap. Sempre a Palermo acquistava le sue auto, aveva il suo oculista di fiducia e il suo tatuatore. Proprio così. Tre tatuaggi, nel 2012: “Tra le selvaggi tigri”, “Ad augusta per angusta” e “VIII X MCML, XXXI”.
Non basta il sequestro di una manciata di fogli per raccontare trent’anni di potere mafioso. Servono indagini più coraggiose, capaci di andare oltre i confini comodi del Trapanese. Perché se il boss è stato catturato a Campobello, la sua vera storia, forse, è rimasta scritta a Palermo. Solo che nessuno, per ora, l’ha ancora letta.