
“A Bolzano, alla Fondazione a lui intestata, ho sfogliato anche alcuni album di fotografie. Sono tante d’archivio, poche in cui si ritrae Alex davvero. I ritratti, le fototessere, sono due, quasi in contraddizione, una che lo coglie persino capellone, con i capelli spettinati e degli occhiali anni settanta leggermente glam rock, una foto che contribuisce, anche per le sue luci sparate, glitterate, a mettere in questione la visione francescana del Langer zaino in spalla, sandali e pasto frugale, pronto per un pellegrinaggio della pace, l’Alex al fianco dei nonviolenti e dei preti missionari. È quasi sicuramente invece il Langer della fine degli anni settanta, quel militante che stava a Roma, un Langer che ha quasi cambiato fisionomia rispetto al giovane studente francescano, e al militare di Saluzzo.
Di contro, trovo proprio una fototessera del servizio militare, che a giudicare anche dallo sguardo, doveva essere stato un momento terribile – una punizione, ebbero a dire molti, per la sua militanza antibellicista e antimilitarista, per aver vilipeso la patria in varie occasioni nella primavera e nell’autunno contro le celebrazioni del quattro novembre 1918.
Sul numero di ottobre 1968 della rivista bolzanina di Alex, Die Brücke, si pubblicò infatti un duro attacco antimilitarista alle celebrazioni, “Fünfzig Jahre ‘Sieg’”, ovvero cinquant’anni di ‘vittoria’ (tra virgolette), ma già a maggio era stato fermato dalle forze dell’ordine, assieme a Lidia Menapace, fuoriuscita dalla dc e avvicinatasi alle posizioni della Neue Linke promossa da Alex.
Di fine anni settanta deve essere anche quella foto in cui, ritratto sotto una sventolante bandiera Libertas della dc si dichiara con un cartello ironico prigioniero della dc 17° giorno.
Il 17 agosto del 1981 è in calzoni corti su di un tandem assieme alla moglie Valeria. A giudicare dai cartelli, chissà siamo in Grecia? Dietro di loro su di un cartello si legge, ma non è chiarissimo, onoma, nome, ma anche fama…
A fine settembre del 1982 Langer attraversa una foto in bianco e nero partendo da destra, sopra una specie di seggiovia, in un parco immagino altoatesino.
È spensierato, il sole gli s’infrange in faccia.
E poi ci sono foto che sono un’estasi unica perché atemporale: sono tante foto della campagna elettorale del maggio 1994, nelle piazze d’Italia, in cui Langer si mosse, in parte pare in pulmino in parte in auto, accompagnato da tanti militanti e volontari, alcuni molto giovani. Ci sono due foto, due giovani ecologiste, due ragazze che potrebbero avere massimo vent’anni, vestite come si vestono oggi le ragazze di vent’an ni in qualche caso, con le loro Adidas Stan Smith bianche, le loro Fruits of the Loom, i jeans a pinocchietto, stanno su di un muricciolo affacciato a una valle, pare quello che si trova davanti al monastero di Camaldoli – luogo che Alex amerà in particolare sul finire della sua vita, immaginandosi una possi bile fuga in convento – che respira dell’intera vallata. Si proteggono con il braccio gli occhi dal sole, sono stanche, molto stanche, ma questo non le rende meno belle.
Profeta, profezia, proferire: la prima parola deriva dalla seconda e ha alla sua radice la terza, il proferimento, la parola, il dire, anche nella glossolalia, nel parlare più lingue come spesso accade nei profeti che anticipano i tempi, negli eretici, negli outsider delle religioni principali, che parlano ai loro discepoli così come parlano agli altri esseri del creato, in lingue strane: essere presi per pazzi è l’alternativa dei profeti dietro l’angolo.
Se ci soffermiamo su quello che Alex ha detto, il suo stile è asciutto, quasi ovvio, non ha slanci mistici, anche quando sembra toccare una certa mistica cristiana radicale, e nelle sue vesti a volte strette di pacifista o, come lui avrebbe preferito, facitore di pace. Ma a me forse adesso interessa più quello che ha visto “fisicamente”, quello che i suoi occhi azzurrognoli non particolarmente vistosi e quasi sempre mascherati da lenti ingombranti hanno visto. Diciamo che mi interessa più l’Alex che appare, perché lui vede o intravede piuttosto che dire quando si trova all’appuntamento con la Storia. Alex, come un Leonard Zelig, testimone involontario della nostra Storia recente, ma anche corpo che viaggia alla ricerca degli albori della Storia umana.
La storia della sua bocca sorpresa, del giovane Langer che a quindici sedici anni, nel 1961, sul treno per Bolzano (o partito da Bolzano, non c’è dato saperlo) o all’altezza della stazione di Waidbruck / Ponte Gardena, scorge la statua del Duce, omaggio al genio italico, tutta distrutta, perché l’avevano fatta saltare i terroristi irredentisti. Non sa se sorridere o meno, da antifascista ride, ma sa che dall’altro c’è tutta un’idea di purezza etnica che lo inorridisce.
Il gracile corpo di Alex che era a Praga durante le manifestazioni della Primavera del 1968.
Le meningi di Alex nel 1965, con gli occhi curiosi ancora davanti ai registri e ai grafici illuminanti quanto bizzarri di Esperienze pastorali di don Milani – dove leggeva di comunismo come preoccupazione del prossimo… amore per l’oppresso e frasi sibilline quali: non vedremo sbocciare dei santi finché non ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e di fede pensando all’ingiustizia sociale – occhi spalcati davanti alla lettera di don Milani ai cappellani militari che chiedeva loro obiezione di coscienza – una lettera importante per Alex, lui che era antimilitarista e assieme devoto per cv – e di nuovo richiuso, in ascolto, a Barbiana, di fronte davvero stavolta a Lorenzo Milani, che gli disse tranchant… di smettere di studiare all’università.
Il corpo congelato e stanco all’alba fiorentina gelata, quando volantinava a operai e impiegati assonnati il ciclostile Notiziario della comunità dell’Isolotto, che lui stesso aveva contribuito a realizzare nella notte, e che si trovava appunto a distribuire sulla passerella che connetteva sopra il fiume Arno l’Isolotto di don Mazzi al parco delle Cascine, la nebbiolina mattutina che sfiora gli argini del fiume.
Le guance gonfie di cordoglio, tagliate dal sole d’agosto (se c’era sole quel giorno non mi è dato saperlo, ma tant’è) a Bruneck / Brunico al funerale di norbert c. kaser, assieme a e diversi altri preti – molti un po’ strambi e alcuni mal visti dalla gerarchia – l’ipocrita sovrintendente scolastico Kofler e molti compagni, artisti, buona parte del “dissenso sudtirolese”, qualche sindacalista e qualche esponente di partito…
Gli occhi sotto gli occhi bizzarri e come pittati di Gheddafi, sotto gli occhi di un ritratto di Franz Joseph e sotto gli occhi di un ritratto di Sissi, quando Alex venne accolto, assieme a un drappello di europarlamentari, a udienza nel 1982 per parlare di una certa Internazionale Verde che ovviamente era tutto un bluff di Gheddafi, il 12 marzo, presso il lussuoso hotel Imperial di Vienna (parlarono di Libretti verdi, di comunione dei popoli, di influenza americana, non senza un malcelato imbarazzo di Alex).
Gheddafi: Come state, tutti voi che siete venuti? Sono molto contento di potervi dare il benvenuto qui. Noi vi sosteniamo, sosteniamo questo nuovo movimento per il ritmo, questo nuovo indirizzo in Europa, e speriamo di rivedervi presto – più volte. È un primo incontro, diciamo per conoscerci. Voi mi conoscete, ma io non conosco voi, e vi chiedo dunque di presentavi.
L’aveva incontrato pare anche nel deserto libico, in un viaggio in compagnia di Adriano Sofri.
Uno scarafaggio camminò verso di lui, verso Gheddafi, dalla sabbia sul tappeto nella tenda in cui ci riceveva, finché con un movimento improvviso il colonnello lo afferrò tra le dita di un piede, e lo ributtò nella sabbia. Fu il solo punto ecologico di un incontro allarmante, sebbene ad alcuni dei nostri compagni di viaggio non sembrasse immediatamente così. Ero un po’ sconcertato, benché sapessi che la mania del regolamento è anche la chiave della grandezza di Don Chisciotte.
La bocca come piena di altra polvere e di altra sabbia, vi sitando i campi profughi palestinesi, nell’aprile del 1991, ricordandosi dello scarafaggio di Gheddafi.
A Gerusalemme, sempre quell’anno, mentre cerca di spiccare il volo senza riuscirci, e scrive una cartolina a Pinuccia Montanari: Qui dove il cielo è così vicino, che Gesù, Maometto, Elia e chissà quanti altri hanno potuto agevolmente spiccarvi il volo, c’ è anche una profonda tristezza: dominus flevit.
Le gambe doloranti di tensione e di fatica del ventisettenne Alex, in fila assieme ai suoi compagni di leva, nell’atrio della caserma sabauda “Mario Musso”, mandato a fare il servizio militare a Saluzzo nel corpo degli artiglieri di montagna, come punizione per aver vilipeso la patria e le sue ricorrenze nel cinquantesimo anniversario 1918-1968.
Le mani che tremano alla vista dei corpi degli oltre settanta giovani tra i diciotto e i venticinque anni trucidati nel massacro di Tuzla in Bosnia Erzegovina, il 25 maggio 1995. (dominus flevit)
Le stesse mani che sarebbero state scosse di fronte allo stadio terminale di un ghiacciaio delle Dolomiti. Scosse alla morte del ghiacciaio di Okjokull nel 2019 o a quella del ghiacciaio del Pico Humboldt sulla Sierra Nevada de Mérida, in Venezuela. (dominus flevit.)
La bocca che avrebbe potuto piegarsi nel dolore nell’ottobre del 2023 alla moria di centinaia di delfini del lago Tefé nell’Amazzonia brasiliana, di centinaia di esemplari di delfini inia e di delfini sotalia, così sacri agli Xavantes, gli indios che lui aveva strenuamente difeso. (dominus flevit.)
Il suo corpo di fronte a nuovi genocidi, nuove carestie, umane, ambientali. Genocidi, ecocidi. Perché distinguerli? Basta un sistema nervoso differente, degli occhi?
Il suo corpo, gracile ma assieme resistente da montanaro, pronto all’azione, alla scalata, che da ragazzo si presentava con una chiometta biondastra, che avrebbe potuto, se non avessero voluto, o dovuto…
Era come se non avesse un corpo, i suoi istinti non erano fisici ma mentali, scrive una sua allieva al liceo classico.
Era come se non avesse un corpo.
L’uomo venuto dal ghiaccio, poi venuto a valle.
