Poesia visivaAnneke Eussen: dagli oggetti scartati nascono installazioni libere

Fragilità e resistenza, riscoperte attraverso la seconda vita degli oggetti. Nella sua indagine artistica l’artista olandese esplora il concetto di confine come metafora esistenziale, domandandosi che cosa significa “appartenere”, e come – da questa risposta – sia possibile ritrovare nuove forme di libertà

Anneke Eussen. Photo Credits: Tatjana Pieters, Marinaro and Document

Anneke Eussen (nata nel 1978 a Kerkrade, Paesi Bassi) è una delle artiste olandesi più interessanti della scena contemporanea. La sua ricerca artistica si distingue per la capacità di trasformare materiali quotidiani, già segnati dal tempo e dall’uso, in opere di raffinata poesia visiva. Attraverso un processo di sottrazione e ricomposizione, Eussen restituisce nuova vita a vetri, metalli e altri materiali, creando installazioni che evocano una delicata tensione tra fragilità e resistenza.

La sua pratica si è evoluta da un iniziale interesse per forme scultoree ispirate al mondo naturale e animale, fino a esplorazioni più eteree e concettuali. Le sue opere recenti si concentrano su temi legati all’aria, al movimento e alla percezione del tempo, riflettendo una continua ricerca di equilibrio tra spazio, materia e memoria. Da anni Eussen vive in un piccolo paese al confine tra Belgio e Germania, luogo della sua infanzia, dove esplora l’idea di confine come metafora esistenziale. In questo contesto, il senso di non appartenenza diventa una forma di libertà creativa: “La libertà di essere ciò che si ha bisogno di essere”.

Time lapse 305x175cm, 2019. Private collection Belgium Courtesy of the artist and Tatjana Pieters

Le sue opere sono state esposte in prestigiose istituzioni e mostre internazionali, tra cui il Kunstverein Schwerin in Germania, NADA Miami negli Stati Uniti e il Bildmuseet di Umeå in Svezia. Ha partecipato a numerosi progetti espositivi in spazi di rilievo come Art Brussels, Art Rotterdam e la Fondation Villa Datris in Francia. Tra i riconoscimenti più significativi figurano il Young Artists on the Road Award (2003) e il Legacy Purchase Program di Art Basel Miami (2023).

Rappresentata da tre gallerie di rilievo internazionale – Tatjana Pieters (Gand, Belgio), Marinaro (New York, USA) e Document (Chicago, USA) – la sua opera, oltre a ricevere un ampio consenso della critica, ha saputo conquistare sin da subito l’attenzione del pubblico e dei collezionisti internazionali. Ciò che emerge con forza è la profondità poetica e la riflessione concettuale che animano il suo lavoro, andando ben oltre l’innegabile raffinatezza formale. Le sue creazioni, pur caratterizzate da un’eleganza minimalista, non risultano mai fredde o distaccate: possiedono una carica espressiva immediata, capace di instaurare un dialogo diretto e autentico con lo spettatore. «Formalmente, il mio lavoro può sembrare vicino al minimalismo, ma è stratificato. Le composizioni finali riflettono i miei sentimenti sul cambiamento, la trasformazione e il tempo».

Nell’intervista che ci ha concesso con generosità e spontaneità, Anneke Eussen ci ha guidato nella sua visione circolare e filosofica dell’arte e dell’esistenza, in un modo asciutto, essenziale e mai ridondante, ma sempre evocativo e poetico, proprio come il suo lavoro: «Quando ho compreso che la fine di uno scopo è necessaria per trasformarsi in qualcosa di nuovo ho realizzato che la creazione è infinita: inizio e fine non esistono realmente».

Common ground 14, 2025, 6 frames 13 x 13 cm, Recycled glass. Courtesy of the artist and Tatjana pieter Ghent

Partiamo dall’idea di confine, bordo e limite, che spesso ricorre nel tuo lavoro. Ce ne parli?
Vivo e lavoro a Vaals, il villaggio dove sono cresciuta. L’ho lasciato a diciotto anni e vi sono tornata dopo venti. Volevo esplorare l’impronta che questo luogo ha lasciato su di me da bambina. Sono partita dal non sentirmi legata a un’identità ben definita, e tornare qui è stato un modo per chiudere un cerchio. Vaals è una città di confine tra Belgio e Germania, nei Paesi Bassi. È una zona grigia: la fine di un paese e l’inizio di un altro si mescolano senza confini netti. Questa esperienza mi ha fatto capire che la sensazione di “non appartenere” è, in realtà, una forma di libertà: la libertà di essere ciò che si ha bisogno di essere.

Il tuo lavoro è la descrizione dell’essere liberi o la sua ricerca?
Forse entrambi. Bisogna saper sollevare lo sguardo. Le etichette e le definizioni che creiamo servono a darci un senso di appartenenza, ma su una scala più ampia sono irrilevanti. Già apparteniamo a qualcosa semplicemente esistendo. Il desiderio di essere qualcosa crea confini inutili, domande e confusione.

Come hai sollevato il tuo sguardo?
Nel mio lavoro e nel processo creativo trovo conforto nell’idea che nulla si perda nel tempo. Anche se qualcosa si rompe o si disperde, tutto esiste ancora da qualche parte. Consapevole dell’impossibilità di contenere e controllare tutto, cerco di visualizzare, in ogni azione artistica, che tutto è connesso.

Ma il tempo non è un confine esso stesso?
Quando ho compreso che la fine di uno scopo è necessaria per trasformarsi in qualcosa di nuovo, ho realizzato che la creazione è infinita: inizio e fine non esistono realmente. Passato, presente e futuro sono profondamente radicati nella mia pratica artistica. L’idea del tempo che scorre crea l’illusione di un concetto lineare, ma io metto in discussione i sistemi che abbiamo creato per misurarlo. Vedo il passato nel presente e il futuro nel presente: sono parti di ogni momento e non possono essere separati. Intendo il tempo in modo circolare: è la Terra che ruota intorno al Sole, è il cambiamento della luce dal giorno alla notte, è il susseguirsi delle stagioni. Solo quando usiamo la nostra esistenza personale come metro di misura, il tempo appare lineare.

It’s alright, 160x250cm, 2023. Public collection Miami Florida Courtesy of the artist and Document Chicago

Il tuo lavoro sembra minimale e algido, ma racchiude un mondo molto più complesso, un pensiero quasi filosofico e un approccio all’esistenza. Sbaglio?
Formalmente, il mio lavoro può sembrare vicino al minimalismo, ma è stratificato. Le composizioni finali riflettono i miei sentimenti sul cambiamento, la trasformazione e il tempo. I materiali che utilizzo rispecchiano la complessità della vita: a volte chiari e semplici, altre volte pieni di dubbi e incertezze.

In questa riflessione ontologica, come si colloca la materia nel tuo lavoro, sempre tridimensionale e scultoreo?
Il mio processo artistico segue lo stesso principio: è uno sviluppo continuo. I materiali restano con me per un certo periodo, vengono trasformati dall’azione artistica e poi reinseriti nell’ambiente e nella società. Il riutilizzo — e qui torna la circolarità — è parte di uno sviluppo naturale. Il tempo cambia il modo in cui percepiamo la realtà e riflettiamo su di essa. I nostri sistemi di valutazione sono in continua trasformazione, proprio come la nostra esperienza della vita e della società. Esistiamo nell’azione del momento, e per me questa azione è l’Arte.

Più che materia, dovremmo parlare di scarti e rifiuti?
Tutto è materia, e il mio rapporto con i materiali e il processo creativo è strettamente intrecciato. È senz’altro vero che sono sempre stata affascinata dai luoghi abbandonati, dagli oggetti scartati, dai materiali trovati e dalle rovine architettoniche. Il momento in cui qualcosa di utile, con uno scopo e un valore, si trasforma in qualcosa di cui non abbiamo più bisogno, che non vogliamo o a cui non prestiamo più attenzione, continua a intrigarmi. Vedo la bellezza in ogni fase dell’esistenza: nulla è privo di valore per me e tutto torna, sempre e comunque. Nel corso degli anni ho lavorato con molti materiali, spesso già usati. Se si osserva attentamente, c’è sempre un’energia intrappolata al loro interno. Non credo esistano materiali “inferiori”: scartare materiali pre-utilizzati è una mancanza di immaginazione.

Vertical horizon, 42x45x3cm, 2016. Private collection Belgium Courtesy of the Artist and Tatjana Pieters

Quanto è importante la storia che questi materiali già utilizzati portano intrinsecamente con sé?
La mia scelta di lavorare con materiali che hanno superato il loro primo scopo abbraccia le narrazioni che questi materiali portano con sé. Alcuni sono identificabili, altri anonimi. Non ho preferenze: l’energia intrappolata nei materiali resta immutata. Identificare l’origine dei materiali offre una sensazione di controllo, ma non è essenziale per la loro esistenza. A volte i materiali mi vengono donati, forse perché le persone apprezzano il fatto che me ne prenda cura. Anche se per loro quei materiali hanno perso valore, sentono comunque la forza della narrazione che contengono.

Infine, come componi questi materiali?
Il mio approccio è delicato, quasi meditativo, e si avvicina al concetto di recupero. La maggior parte delle volte mi lascio guidare dai materiali che incontro casualmente, senza seguire un piano prestabilito. Non realizzo schizzi preliminari; preferisco lavorare direttamente con i materiali, lasciando che la loro forma e la loro storia influenzino il processo creativo. L’energia intrinseca dei materiali è tanto significativa quanto la mia azione artistica: è dall’incontro di queste due forze che nasce un nuovo lavoro. Mi lascio così ispirare dalla bellezza imperfetta dei frammenti, cercando di mettere in evidenza crepe e incongruenze che si nascondono sotto la superficie del mondo. Il mio tentativo di levigare queste fratture, pur consapevole che non possono essere completamente eliminate, riflette il desiderio di raggiungere un senso di unità, anche se questa unità rimane, per sua natura, inafferrabile.

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