«Lo aiuterebbe il lavoro. Lavoro onesto, non commerciale: un paragrafo alla volta. Ma ha sempre giudicato un paragrafo da quanti soldi gli rendeva ed è lì che ha investito le sue forze, per ottenerne soddisfazione istantanea». È il 1936, Ernest Hemingway sta parlando di Francis Scott Fitzgerald, Hemingway è già Hemingway (mesi prima ha pubblicato “Verdi colline d’Africa”, l’anno dopo pubblicherà “Avere e non avere”), Scott è una promessa non mantenuta: dal “Grande Gatsby” sono passati undici anni.
Una settimana dopo – il 15 febbraio: la lettera di Hemingway all’editor Max Perkins è del 7 – Cesare Pavese scriverà, anche lui in una lettera, l’indicibile: «Che le mie poesie facciano furore lo temevo da tempo e mi dispiace disperatamente. Cosa può valere un libro, quando i “colleghi” di qua, i “colleghi” di là, i “giornalisti”, i cani e i porci della letteratura insomma ci trovano dentro “uno squisito sentimento di artista e di osservatore”?».
Il dualismo è stremante: fare la fame o avere successo presso interlocutori che disprezzi? Scrivere grandi opere o scrivere cose che vendano? Certo, Hemingway e Pavese si sono ammazzati, quindi non è che si possano usare come esempi di gente che aveva capito come stare al mondo, però l’epistolario tra Fitzgerald e Max Perkins è fatto praticamente solo di richieste di soldi, e quello muore comunque quarantaquattrenne, un povero figlio di puttana come Gatsby (con in più lo smacco d’essere rivalutato da morto: se i nonni di tutti quelli che si sono sdilinquiti su Gatsby l’avessero comprato finché l’autore era vivo, non avrebbe passato la vita a chieder prestiti).
«Scrivere libri è da coglioni, cinque anni di lavoro, vendi duecento copie e ricevi duecento manoscritti da sconosciuti che ti dicono: “Ti mando il mio romanzo perché tu mi puoi capire anche se non ho letto niente di tuo”. Se invece ricominciassi con le installazioni… Alla fine si guadagna di più che con i libri, basta avere le entrature giuste, le fondazioni finanziano eccome. Perlomeno non incontrerei nessuno che mi dice: “Pure io faccio installazioni, mo te ne mando una”». Lo dice l’io narrante di Antonio Pascale in “Cose umane”, appena pubblicato da Einaudi, e poi alle installazioni ci torniamo, perché prima vorrei parlare di quel personaggio strepitoso che è la madre di questo libro, e dell’interessante fenomeno recente per cui gli scrittori in andropausa hanno capito che uccidere la madre è un meccanismo narrativo irresistibile.
C’è la madre di Andrea Bajani (“L’anniversario”) che è una figurina sottomessa, trasparente, che non esiste «né per sé né per i figli»; c’è la madre di Antonio Franchini (“Il fuoco che ti porti dentro”) con quell’incipit dietro il quale è impossibile non vedere il compiacimento dell’autore che ha architettato l’incipit che indignerà le menti semplici: «Benché da molti sia considerata una bella donna, mia madre puzza»; e poi c’è la madre di Antonio Pascale, che chiude le finestre.
Forse ho l’esaurimento nervoso, ma questa madre che non si ricorda di nessuno, cui non importa di niente, che vuole solo andare a dormire, che passa il tempo a chiudere le finestre per fare buio e pretende di cenare all’ora della merenda, questa madre che pretenderà di andare a dormire come fosse notte a mezzogiorno se il figlio chiude le finestre per il caldo, questa madre m’è parsa irresistibile nonché esilarante nonché immedesimabilissima.
Mi ha ricordato uno dei miei versi preferiti di Guccini, «stare a letto il giorno dopo è forse l’unica mia mèta». Ma mi ha ricordato anche il personaggio di Shirley MacLaine in “Fiori d’acciaio”, quella che diceva di non essere pazza, solo molto di malumore da quarant’anni. Però quella di “Fiori d’acciaio” era una donna sola (con un cane: era quando sapevamo ancora che nessuno che non sia disperato si mette un cane in casa), mentre Pascale è più coraggioso: la sua scorbutica è una madre di famiglia.
Naturalmente in “Cose umane” ci sono tutti i temi di Pascale, uno dei quali – che riassumerei in: si sta meglio ora – dovrebbe essere tema di tutti, dovrebbe essere la riforma dell’istruzione cui si applica ogni intellettuale degno del ruolo, per arginare il delirio di generazioni che, inconsapevoli d’essere nate nell’epoca di “MasterChef” e non in quella di “Pinocchio”, sono convinte di vivere nel peggiore dei secoli possibili, e che in un altro tempo sì avrebbero prosperato; invece di capire che cinquanta o cent’anni fa, con le stesse nozioni con cui oggi fa l’intellettuale, l’influencer media avrebbe fatto la bidella.
«Mio padre è il primo ad aver studiato, e deve dire grazie al trattore. Siccome il trattore lavorava per lui, mio padre poteva andare a scuola» (il padre di Pascale è praticamente quel Guccini che «chiedo tempo: son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato»).
Ma anche: «Nel ventesimo secolo è cambiato tutto, abbiamo voluto un mondo migliore dove i bambini non morissero più? Ebbene, ce l’abbiamo fatta, ora questi bambini sono cresciuti, hanno perso sia l’innocenza sia quegli occhietti da cuccioli, ed eccoci qui, a lamentarci dei troppi abitanti di “Masterchef”. Le nostre conquiste hanno gettato le basi per la nostra distruzione: un sogno realizzato si trasforma in un incubo».
Certo che siamo troppi e il benessere è troppo diffuso e quindi non ci basta mai, certo che siamo tutti mitomani e convinti d’essere destinati a magnifiche sorti e progressive, ma quel che è più grave è che i Pascale sono pochi: sono pochi quelli che, pure mentre frignano perché i loro libri non vendono abbastanza, sanno che tutto ciò che li separa dal nonno che parlava in dialetto e gli amputavano tre dita congelate in guerra e non aveva mai avuto un paio di scarpe nuove, tutto ciò che fa sì che il nonno facesse quella vita lì e gli Antonio Pascale invece si balocchino se fare romanzi o installazioni e lo facciano da un comodo letto con un comodo cellulare che alla fine li porta pure (gratis!) su PornHub, tutto questo è il prodotto della società del benessere (o, pascalmente: del passaggio da “Pinocchio” a “MasterChef”).
Dopo poche decine di pagine di “Cose umane” ho mandato un lungo messaggio a Pascale. Se non gli ho lodato lo squisito sentimento di artista e osservatore poco ci è mancato, e sono subito passata a parlare di me. Ho finito da poco di scrivere una storia la cui protagonista è un’artista concettuale, e io d’arte contemporanea non so nientissimo, mi sono dovuta sbattere, studiare, parlare con galleristi, critici, artisti: insomma, a sapere che facevi installazioni avrei chiesto a te e avrei fatto prima.
Col garbo con cui avrebbe risposto a una che gli dicesse «ti mando il mio libro perché tu mi puoi capire», Pascale mi ha spiegato che lui veramente non ha un passato di artista concettuale, era un espediente narrativo. Non ha neanche detto, come avrei fatto io al suo posto, «cioè veramente devo spiegare a te che “io” non significa “io”?».
Ho pensato che aveva ragione Pavese, che aveva ragione Pascale, che aveva ragione Fitzgerald, che avevano ragione tutti: cosa ti sbatti a fare se poi il tuo bel libro finisce in mano ai cani e porci della letteratura che lo lodano senza manco saper distinguere tra autore e io narrante, tanto vale buttarsi sui racconti commerciali molto meglio retribuiti, e farsi mettere cuoricini dalla generazione convinta di vivere nel più vessatorio e scomodo e faticoso dei secoli.
Mi sono vergognata tantissimo, e ho fatto quel che facciamo noialtre che siamo coeve di “MasterChef” e diamo per scontato il passaggio dalla fame all’abbondanza, noialtre che etica del lavoro pochina ma soddisfazione immediata del desiderio connaturata: ho chiuso le persiane, ho acceso l’aria condizionata, mi sono infilata sotto al piumone, e ho smaltito il mio imbarazzo dormendo. Era mezzogiorno.