Genova farà primavera?Il campo larghissimo funziona alle amministrative, e crea problemi a Meloni

Le alleanze della sinistra portano buoni risultati nel voto locale, dove le contraddizioni e le insufficienze della politica nazionale pesano meno. Ora Schlein deve provare a capitalizzare su questo successo elettorale, e magari smascherare la vuota propaganda della destra

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Genova, soprattutto Genova, è uno schiaffo alla destra. Se Giorgia Meloni farà finta di non sentire il campanello d’allarme che è suonato dal capoluogo ligure amministrato negli ultimi anni dalla sua parte politica farà un errore. Perché quando a metà legislatura straperdi, quello è un segnale che le cose non vanno. Che le chiacchiere nazionali non bucano la realtà locale, che la propaganda è in affanno sulla realtà.

Quando il centrosinistra extralarge non solo vince, ma stravince al primo turno con Silvia Salis – candidatura azzeccata – può essere il sintomo di un vento che sta girando. Certo, conta molto la situazione locale. Salis trionfa contro uno sconfittissimo Pietro Piciocchi, braccio destro dell’ex sindaco Marco Bucci, nel frattempo diventato governatore della Liguria, dunque di fatto un candidato in continuità con gli anni degli scandali legati al sistema Toti: non ci voleva un genio per capire che Genova aveva voglia di cambiare, e infatti anche alle regionali nel capoluogo ligure aveva prevalso Andrea Orlando, poi sconfitto in altre zone della Liguria a partire dal feudo scajoliano di Imperia.

Stavolta ha parlato Genova e basta. E il campo larghissimo, per la gioia della “testardamente unitaria” Elly Schlein, ha prevalso nettamente. Come detto, nel voto amministrativo si mescolano sempre gli elementi locali con quelli in qualche modo riconducibili al piano nazionale, ma nel caso di una grande città come Genova è difficile sottovalutare il riflesso generale della sconfitta della destra.

Tanto più che il centrosinistra (non ovunque larghissimo) come previsto vince al primo turno a Ravenna con Alessandro Barattoni, e va al ballottaggio con ottime possibilità di vittoria a Taranto e Matera. Vedremo meglio i dati dei centri minori, però il dato dei quattro capoluoghi è chiaro, tanto che non è impossibile che adesso a destra si mettano a litigare – dopo le sconfitte succede spesso.

Dunque è lecito domandarsi se Genova fa primavera, ma l’impressione generale è che il redivivo campo largo sia molto in partita, specie a livello locale, dove i candidati risultano assai competitivi, nella coalizione si litiga pochissimo, non si avverte il peso delle insufficienze e delle contraddizioni politiche e programmatiche che si vedono a livello nazionale. Localmente, per intenderci, non si vota sulla politica estera o sulle grandi misure economiche, temi sui quali il centrosinistra ha due o tre linee diverse.

Il risultato di ieri fa gioco soprattutto al Partito democratico, che è l’architrave di tutta la baracca e che esce come il vero vincitore: balsamo per un partito che almeno nei sondaggi non trova ancora uno slancio nazionale. Resta da chiedersi se Giorgia Meloni possieda ancora lo stesso tocco magico del settembre 2022, confermato poi alle elezioni europee dell’anno scorso, o se non sia iniziato un processo di lento logoramento accompagnato e anzi motivato da una scarsa resa a livello di realizzazioni concrete. Presto per dirlo, ma fossimo in lei qualche domanda sul suo rapporto con un Paese sempre rattrappito cominceremo a porcela.

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