Più o meno ogni giorno, nella fogna social che è seconda soltanto a quella dei talk show televisivi, Linkiesta raccoglie indignazioni e ingiurie di ogni tipo per le cose che scrive sulla guerra a Gaza.
È un fenomeno che più o meno capita a tutti i giornali, ma la cosa che credo succeda soltanto qui è che noi siamo accusati sia di essere complici dei bombardamenti israeliani sia degli orrori dei tagliagole di Hamas.
Se scrive Francesco Cundari dicono che Linkiesta è proPal, cosa che farebbe ridere se non ci fosse da piangere per l’incapacità ormai diffusa di comprendere un testo. Se invece scrivono Assia Neumann Dayan, Carmelo Palma, Iuri Maria Prado e altri partono discussioni su quanto Linkiesta sia un organo di schifosi sionisti e quindi oggetto di contumelie dal fiume al mare. Se pubblichiamo il libro “Le ragioni di Israele”, un testo pacato e inappuntabile di Riccardo Galetti e Roberto Sajeva, torniamo a essere complici di un genocidio. Se uno come Carlo Panella, che da decenni pubblica libri contro l’islamismo politico di Hamas, scrive ogni settimana, da ben prima del 7 ottobre, che il governo Netanyahu si regge su partiti fascisti e propositi razzisti… boom… torniamo complici di un nuovo Olocausto degli ebrei.
Ogni giorno sui social le prendiamo da entrambe le curve di tifosi, non perché siamo un giornale confuso che ha timore di prendere posizione e alterna propaganda palestinese a propaganda israeliana, cosa che giustificherebbe la disistima che raccogliamo, ma semplicemente perché sappiamo distinguere tra ragioni ed errori, tra democrazia e crimini, tra società aperta e odio fanatico.
Provo a riassumere la nostra posizione, e mi scuso in anticipo per la lunghezza vista la notoria complessità della questione mediorientale: Israele è un Paese civile, libero e democratico straordinario, fondato nel 1948 su un territorio dove il popolo ebraico ha sempre vissuto dalla notte dei tempi, ma che dal momento della fondazione, successiva all’Olocausto in Europa, ha sempre dovuto difendersi da guerre di annientamento scatenate dai paesi arabi e islamici vicini e lontani che non hanno mai accettato la sua esistenza né quella di un vicino Stato palestinese come avevano immaginato le Nazioni Unite. Le guerre arabo-israeliane sono sempre state dichiarate per ottenere la cancellazione di Israele e l’annientamento degli ebrei, non per far nascere uno Stato palestinese indipendente: “Palestina libera” non vuol dire “libera dall’occupazione di Israele”, ma libera da Israele per sempre grazie alla cancellazione dello Stato ebraico e alla scomparsa degli ebrei.
Nel corso dei decenni, la guerra infinita a Israele si è trasformata in terrorismo e fanatismo islamico che da una parte ha provocato stragi di ebrei, reazioni militari, conseguenti stragi di palestinesi e radicalizzazione della società israeliana, e dall’altra ha impedito ogni ipotesi di pace e ogni speranza di far nascere uno Stato palestinese che non fosse “dal fiume al mare”, ovvero senza la presenza contemporanea di Israele sulla cartina geografica.
Quando, più di recente, per una fortunata congiunzione astrale si è arrivati con gli Accordi di Abramo a un passo dal riconoscimento di Israele da parte di tutti i Paesi arabi, con l’imminente fine dei conflitti e la possibilità di una nuova epoca pacifica nella regione, Hamas ha fatto saltare tutto invadendo Israele, uccidendo 1200 civili e prendendo 250 ostaggi.
Hamas è un’organizzazione nata per distruggere Israele, ed è foraggiata dai sunniti del Qatar che si credono i nuovi eroi del mondo arabo e dagli sciiti dell’Iran che odiano i sunniti quasi quanto gli ebrei e da quattordici secoli vogliono mettersi alla testa del mondo musulmano. Insieme hanno aiutato Hamas ad organizzare il pogrom del 7 ottobre, finalizzato a uccidere e sequestrare quanti più ebrei possibile e a far saltare gli Accordi di Abramo tra lo Stato ebraico e il mondo arabo-musulmano.
Il 7 ottobre è stata la prima guerra contro Israele che non è stata avviata dagli Stati arabi circostanti, i quali anzi hanno aiutato più o meno apertamente Israele a difendersi dagli amichetti di Hamas in Iran, Yemen e Libano. Circostanza non banale, che però all’odio antisionista e antiebraico dei proPal occidentali evidentemente sfugge.
Il 7 ottobre, inoltre, è una data fondamentale del nostro tempo impazzito perché non ha fatto nascere una nuova solidarietà nei confronti degli ebrei trucidati da Hamas, ma ha creato un consenso globale alla caccia all’ebreo prima ancora della violenta risposta militare di Israele a Gaza, e che inevitabilmente le decine di migliaia di morti a Gaza hanno amplificato.
Le ragioni di Israele non giustificano ciò che ha fatto Benjamin Netanyahu prima del 7 ottobre né quello che sta facendo adesso, e nemmeno quello che stanno dicendo i suoi ministri fascisti e razzisti che vogliono radere al suolo Gaza e uccidere tutti i suoi abitanti.
Di fronte a migliaia di palestinesi uccisi per sconfiggere Hamas e recuperare gli ostaggi – entrambi obiettivi falliti, al contrario dello smantellamento di Hezbollah, della fine del regime siriano di Assad e dell’indebolimento dell’Iran – non si comprende il motivo per cui, oltre un anno dopo il 7 ottobre, Netanyahu continui una guerra senza tregua a Gaza senza badare alle vittime collaterali della sua caccia ai terroristi.
Mezzo Israele e una parte degli apparati di sicurezza dello Stato ebraico pensano (e noi con loro) che Netanyahu abbia tragicamente facilitato l’orrore del 7 ottobre, e pensano che abbia commesso crimini di guerra a Gaza, oltre ad aver indebolito lo stato di diritto in Israele. Mezzo Israele pensa anche che le operazioni militari a Gaza non abbiano più nessun obiettivo concreto, se non quello cinico di consentire a Netanyahu di restare al potere. Chissà se gli indignati di Twitter considerano complici di Hamas non solo noi, ma anche metà dello Stato e del popolo ebraico.