Avvicinamento progressivoIl commercio può facilitare l’integrazione dell’Ucraina nell’Unione europea

Il voto della Plenaria di Strasburgo sulle esenzioni doganali per le importazioni di Kyjiv rivela la strategia per rafforzare i rapporti economici tra il Paese invaso dalla Russia e gli Stati membri

LaPresse

L’invasione russa dell’Ucraina ha cambiato i rapporti economici tra Unione europea e Kyjiv, una trasformazione che sta silenziosamente ridisegnando la geografia economica dell’Europa. Mentre l’amministrazione statunitense di Donald Trump ha recentemente strappato un accordo che garantisce agli Stati Uniti l’accesso privilegiato alle terre rare ucraine – litio, titanio e altri minerali strategici necessari alla transizione energetica – Bruxelles persegue un percorso diverso, certamente più lento ma potenzialmente più profondo, orientato alla costruzione di un’architettura commerciale integrata con il Paese invaso.

La visione europea, che si materializza a Bruxelles e Strasburgo attraverso una strategia fatta di accordi commerciali, esenzioni doganali e rimozioni di barriere, va ben oltre il semplice sostegno emergenziale. Gli elementi apparentemente tecnici che la compongono costituiscono, nel loro insieme, un vero e proprio processo di integrazione economica che anticipa de facto l’ingresso di Kyjiv nel mercato unico europeo, realizzando sul piano commerciale ciò che i negoziati formali di adesione richiederanno ancora anni per completare.

Tutto ha avuto inizio nel giugno 2022, quando, nell’onda emotiva seguita all’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea ha varato le cosiddette Misure Commerciali Autonome (Atm) – un pacchetto di provvedimenti che ha sospeso completamente i dazi doganali su tutti i prodotti importati dall’Ucraina, dai cereali all’acciaio. Queste misure, inizialmente pensate come risposta emergenziale a una crisi provocata dall’aggressione del Cremlino, hanno mostrato nel tempo una straordinaria efficacia: in soli due anni, l’interscambio commerciale Ue-Ucraina è cresciuto del quarantacinque per cento, raggiungendo i 61,9 miliardi di euro nel 2023, trasformando ciò che era nato come un aiuto umanitario in un formidabile strumento di integrazione economica.

Con l’avvicinarsi della scadenza delle Atm, fissata per il prossimo 5 giugno, la questione ha assunto contorni più complessi, rivelando le diverse anime della strategia europea verso l’Ucraina. Da un lato, la Commissione – custode del metodo comunitario e portatrice di una visione di lungo periodo – sembra guardare oltre le misure temporanee, come ha chiarito il portavoce Olof Gill in una recente conferenza stampa: L’intenzione della Commissione è di non estendere le misure commerciali autonome oltre quella data. La nostra priorità è lavorare sulla revisione del Deep and Comprehensive Free Trade Area UE-Ucraina, il Dcfta. Parole che svelano un’ambizione più alta: non limitarsi a prorogare provvedimenti emergenziali, ma costruire un quadro commerciale strutturato che possa reggere alla prova del tempo, anticipando nei fatti molti aspetti dell’integrazione economica che normalmente seguirebbero, e non precederebbero, l’adesione formale.

Dall’altro lato, il Parlamento europeo – più sensibile alle urgenze politiche immediate e alla necessità di inviare segnali chiari di sostegno a Kyjiv – ha scelto la via della continuità. Nella sessione Plenaria dell’8 maggio, l’aula ha approvato la proroga delle misure esistenti, creando quel ponte temporale necessario affinché i più ambiziosi negoziati sul Dcfta possano svilupparsi senza interruzioni nei flussi commerciali. Un voto che, lontano dall’essere una semplice formalità, ha scoperchiato il vaso di Pandora delle contraddizioni europee, rivelando come dietro l’apparente unanimità sul sostegno all’Ucraina si nascondano in realtà visioni profondamente diverse del futuro dell’Unione e dei suoi confini economici.

Illuminante, in questo senso, è stato il confronto parlamentare che ha preceduto il voto. Quando l’eurodeputato tedesco Hans Neuhoff ha chiesto il rinvio della votazione, sostenendo che la solidarietà con i Paesi terzi non dovrebbe portare al sacrificio dell’Europa e denunciando come le importazioni a prezzi di dumping dall’Ucraina danneggiano le catene del valore europee e minacciano posti di lavoro, non esprimeva semplicemente timori protezionistici, ma dava voce a quell’Europa industriale che guarda con preoccupazione all’apertura dei mercati verso est – un’Europa che teme non solo la concorrenza di prodotti a basso costo, ma anche la progressiva delocalizzazione di filiere produttive verso regioni con minori tutele sociali e ambientali.

A questa visione si è contrapposta frontalmente quella della relatrice Karin Karlsbro. Per lei, la dimensione commerciale è inscindibile da quella geopolitica e strategica. Affermando che l’industria siderurgica ucraina è la spina dorsale dell’industria della difesa del Paese e che l’acciaio ucraino viene utilizzato per giubbotti antiproiettile e attrezzature per lo sminamento, la relatrice ha ricordato all’aula come, in un mondo sempre più caratterizzato da blocchi contrapposti, l’integrazione economica sia anche uno strumento di sicurezza collettiva. Non a caso, ha concluso che l’Ucraina non sta combattendo solo per la propria esistenza, ma sta combattendo anche per il resto d’Europa – frase che fa trasparire una visione geopolitica precisa, in cui i confini tra economia, sicurezza e identità europea diventano sempre più sfumati.

Mentre l’Europa procede verso un’integrazione commerciale sempre più stretta con l’Ucraina, gli Stati Uniti sembrano muoversi in direzione opposta, come dimostra la recente imposizione di una tariffa del venticinque per cento sull’acciaio ucraino. Il contrasto tra i due approcci occidentali riflette concezioni diverse del futuro ordine internazionale: se per l’Europa l’integrazione dell’Ucraina è una necessità esistenziale, legata alla definizione della propria identità, per gli Stati Uniti la questione ucraina resta principalmente un tassello del più ampio confronto strategico con la Russia e, indirettamente, con la Cina.

L’integrazione dell’Ucraina non si limita, tuttavia, alla dimensione commerciale tradizionale, ma abbraccia settori strategici come la Difesa – ambito in cui la Commissione ha recentemente compiuto un passo significativo approvando uno stanziamento di novecentodieci milioni di euro per il Fondo europeo per la difesa (Edf), con la novità sostanziale che, per la prima volta, le industrie ucraine potranno essere associate ai progetti. Una decisione che prepara l’integrazione del complesso militare-industriale ucraino nelle catene del valore europee della difesa.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva già tracciato questa rotta nei mesi scorsi, quando aveva incoraggiato gli Stati membri a fare ordini direttamente nell’industria della difesa ucraina, perché questo è il modo più efficace per sostenere gli sforzi militari dell’Ucraina. Una dichiarazione che cela una visione strategica di lungo periodo: trasformare la necessità immediata di sostenere lo sforzo bellico ucraino nelle basi di una futura integrazione industriale, creando quelle interdipendenze economiche che, come insegna la storia europea dalla Ceca in poi, costituiscono spesso il preludio all’integrazione politica.

Con l’approvazione dell’8 maggio, l’Unione europea ha garantito continuità al regime commerciale preferenziale con l’Ucraina, creando lo spazio necessario affinché i negoziati per una revisione più ambiziosa e strutturale del Dcfta possano procedere senza vuoti normativi. La vera sfida per Bruxelles resta, tuttavia, la costruzione di un quadro commerciale che sappia bilanciare le diverse anime dell’Unione: l’imperativo di integrare l’Ucraina nella famiglia europea, la necessità economica di preservare la competitività delle imprese europee e l’esigenza politica di non alienare quegli Stati membri che, per ragioni geografiche e strutturali, sono più esposti agli effetti della liberalizzazione commerciale con Kyjiv.

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