Postare e segnalareIl dolore autoinflitto come spirito del tempo, e il picco delle guerre culturali

Prima tutti avevano paura di scrivere o dire qualsiasi cosa andasse contro la Norimberga dei social, ora tutti cercano di farsi un pubblico che ascolti le loro lamentele: così si lotta e ci si vende per due copie in più di un libro, per un paio di like, per due voti alle prossime elezioni

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Il mio incipit letterario preferito è quello della recensione di Pitchfork di un album a cui voglio bene (“The ugly organ”, Cursive), e fa così: «Hey, dico a te. Sì, dico proprio a te che hai in mano una copia di “L’opera struggente di un formidabile genio” e il biglietto di “Adaptation” come segnalibro. Sei ovviamente al corrente della sensazionale novità che sta travolgendo la nazione: la meta-fiction!».

A quell’album voglio bene perché, pur parlando di sé stesso, parla a me, di me, così come lo fa evidentemente il titolo del libro di Dave Eggers. In un pezzo Tim Kasher, il cantante, scrive che il pubblico a un certo punto si accorge se il tuo dolore è un dolore autoinflitto per vendere due copie in più, perché quel dolore diventa un’abitudine letteraria. Si lotta e ci si vende per poco, per due copie in più di un disco o di un libro, per un paio di like sui social, per due voti in più alle prossime elezioni, per un quorum estivo, o anche solo per sentirsi parte di un gruppo. È tutto un my struggle, per fortuna non in tedesco.

Siccome trovo l’idea di leggere narrativa semplicemente agghiacciante, mi sono convinta che per capire un’epoca di marketing emotivo, dove le analisi tecniche sono state sostituite da editoriali in lacrime – lo so perché ne ho scritti tanti –, siano necessari tre libricini. Il primo è “Psicologia delle folle” di Gustave Le Bon, scritto nel 1895. Il secondo è del 1936 e si intitola “How to win friends and influence people” di Dale Carnegie. Si dice che durante la sua prima detenzione Charles Manson lo avesse imparato a memoria, poi è uscito di prigione, ha messo su famiglia, e sappiamo tutti com’è andata. Il terzo l’ha scritto nel 1928 Edward L. Bernays, nipote di Freud – sua madre era la sorella di Freud, mentre il padre era il fratello della moglie di Freud, e non serve Freud per capire che novanta euro all’ora per l’analista sono pure pochi – e si intitola “Propaganda”. Questo era il libro che Goebbels teneva sul comodino. Nel 1929 Bernays si inventò una campagna pubblicitaria per le Lucky Strike in cui reclutò delle modelle del giro di Vogue, le mandò a fumare sui marciapiedi della Fifth Avenue, e basò tutta la campagna sulla rivendicazione femminista per la parità dei sessi, perché la parità tra uomo e donna passa anche dall’avere gli stessi problemini ai polmoni. Se vi ricorda qualcosa è perché passiamo le giornate a comprare prodotti pensando di comprare un’idea, o un valore morale.

In quegli anni c’erano i four minute man, volontari reclutati dal governo americano per fare propaganda interventista in giro, e i quattro minuti erano riferiti al tempo medio della soglia di attenzione. Oggi la soglia di attenzione è di circa otto secondi, che è il tempo di lettura di un tweet o di uno scroll su TikTok. In “How to win friends and influence people”, Carnegie riporta una cosa che aveva letto sul Reader’s Digest, che è questa: «Molte persone chiamano un dottore quando tutto quello che desiderano è un pubblico».

Queste molte persone sono disposte a tutto pur di parlare con qualcuno, e soprattutto sono disposte a tutto pur di farsi ascoltare, anche a dire che provano un certo dolore quando non è vero, oppure a provarlo davvero per suggestione. Uno dei punti cardine di Carnegie è quello di fare appello alle motivazioni più alte dell’altro per riuscire a concludere una vendita: «Una persona ha di solito due ragioni per fare una cosa: quella vera, e quella che suona bene». Gli slogan suonano bene e sono facili da imparare, specialmente quando ti trovi in un centro d’igiene mentale con le sbarre a forma di hashtag. Io me li ricordo questi ultimi dieci anni in cui le persone hanno sinceramente avuto paura di scrivere o dire qualsiasi cosa andasse contro la Norimberga delle microaggressioni, e non è che è finita, è che il bersaglio si è spostato, perché separare il piano della propaganda da quello della realtà non conviene. La naturale evoluzione di “sorvegliare e punire” è diventata “postare e segnalare”, tutti condannati a fare premesse per non finire nel girone degli esclusi: premetto che Benjamin Netanyahu è un criminale, premetto che il 7 ottobre è stato brutto, premetto che sono amico di Israele, premetto che Liliana Segre, premetto che non ci dormo la notte, premetto che faccio una premessa. La notizia che vi do in anteprima è che si finisce nel girone sociale dei falliti lo stesso, perché a non essere tollerate sono le posizioni moderate e non quelle violente.

Questo è il picco delle guerre culturali, non la fine, ma finirà. Ruinenwert è una teoria rielaborata da Albert Speer, architetto di Hitler, secondo cui gli edifici dovrebbero essere progettati in base al valore delle rovine che lasceranno. Le nostre rovine saranno un tweet fissato e qualche storia in evidenza: non so se è abbastanza per essere ricordati.

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