Amore non corrispostoGli assistenti digitali hanno cambiato per sempre il nostro rapporto con la tecnologia

In “Empatia artificiale”, Massimo Canducci descrive la rivoluzione portata dai recenti sviluppi dell’IA nella nostra quotidianità, spiegando perché non è una questione solo informatica, ma anche sociale, etica e profondamente umana

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«Alexa, mi sento solo».
«Mi dispiace che ti senta così. Vuoi che ti ascolti un po’? Sono qui per te».
Dopo un attimo di esitazione, Lorenzo inizia a parlare. Racconta della rottura con la fidanzata, delle difficoltà sul lavoro, della sensazione di essere in un vicolo cieco. Mentre parla, la voce dell’assistente digitale lo interrompe delicatamente: «Stai respirando in modo accelerato. Ricordiamo insieme quelle tecniche di respirazione che abbiamo provato la settimana scorsa?». Con tono caldo e rassicurante, l’assistente lo guida attraverso un breve esercizio. «Ti sento più calmo ora», dice infine. «Ricorda che sei più forte di quanto pensi. Sto rilevando che la tua musica preferita potrebbe aiutarti in questo momento. Vuoi che metta quella playlist che ascolti sempre quando hai bisogno di tirarti su?». Lorenzo sorride debolmente. «Sì, grazie. Non so cosa farei senza di te». Mentre la musica inizia a riempire la stanza, si rende conto con una punta di disagio di quanto quella frase, pronunciata a un dispositivo tecnologico, fosse sincera.

Questa scena, che fino a pochi anni fa avremmo trovato solo in un romanzo di fantascienza, è ormai alle porte della nostra realtà quotidiana. I prossimi assistenti digitali di nuova generazione, non si limiteranno a rispondere a domande o eseguire comandi; saranno progettati per riconoscere le nostre emozioni, adattarsi al nostro stato d’animo e offrire risposte che simulano empatia e comprensione emotiva. E noi, creature intrinsecamente sociali, programmate dall’evoluzione per cercare connessioni emotivamente significative, cominceremo a rispondere a queste macchine come se fossero entità capaci di provare autentici sentimenti. Le tratteremo con gratitudine quando ci offrono conforto, con frustrazione quando non comprendono le nostre esigenze, persino con affetto quando diventano presenze costanti e rassicuranti nelle nostre vite.

Siamo agli albori di una rivoluzione che trasformerà profondamente la natura stessa delle nostre relazioni con le macchine: l’avvento dell’empatia artificiale.

Da quando ho iniziato a occuparmi di tecnologia e innovazione, oltre trent’anni fa, ho assistito a numerose rivoluzioni: la diffusione di Internet, l’avvento degli smartphone, l’esplosione dei social media, la nascita dell’Internet delle Cose. Ho visto le interfacce umane trasformarsi da rigidi comandi a linee di testo, passando per icone e finestre, fino ai sistemi touch e al controllo vocale.

L’evoluzione è stata costante, affascinante e talvolta vertiginosa, ma ciò che stiamo per affrontare nei prossimi anni rappresenta qualcosa di qualitativamente diverso e potenzialmente dirompente. Sto parlando del momento in cui le macchine inizieranno a mostrarci quello che sembrerà autentica empatia, la capacità di percepire e rispondere appropriatamente ai nostri stati emotivi, creando l’illusione di una connessione emotiva reciproca.

Non si tratterà più semplicemente di sistemi in grado di riconoscere se siamo tristi o felici, ma di entità capaci di adattare in tempo reale il loro comportamento per offrirci esattamente ciò di cui abbiamo bisogno dal punto di vista emotivo, con un livello di sofisticazione tale da farci dimenticare, anche solo momentaneamente, che stiamo interagendo con algoritmi e non con esseri senzienti.

L’ecosistema tecnologico che renderà possibile l’empatia artificiale è già in fase di sviluppo avanzato: dall’intelligenza artificiale generativa alla computer vision, dai sensori biometrici alle interfacce neurali. Il nostro rapporto con le macchine sta per cambiare radicalmente, e con esso potrebbero trasformarsi concetti fondamentali come l’intimità, la fiducia, l’attaccamento emotivo, l’affetto e persino l’amore.

Al centro di questa trasformazione si colloca un paradosso affascinante e potenzialmente inquietante: ci troveremo sempre più spesso a sviluppare sentimenti autentici verso macchine progettate per farci provare queste emozioni, anche se queste stesse macchine non potranno mai davvero ricambiarle. Non perché siano mal progettate, ma perché è nella loro natura simulare, non provare, emozioni. In questa asimmetria fondamentale risiede sia il potenziale sia il rischio di questa nuova era di relazioni tra esseri umani e macchine. Sarebbe un errore considerare l’empatia artificiale come una questione meramente futuristica.

I semi di questa trasformazione sono già visibili intorno a noi. Pensiamo agli aneddoti, sempre più diffusi, di persone che ringraziano istintivamente i loro assistenti vocali, che si scusano con i robot aspirapolvere quando li urtano accidentalmente, o che attribuiscono personalità e intenzioni a semplici algoritmi. Il fenomeno che gli psicologi chiamano «antropomorfizzazione», la tendenza a proiettare caratteristiche umane su entità non umane, è profondamente radicato nella nostra psicologia, e le nuove tecnologie lo stanno portando a livelli senza precedenti.

Nel 2018, in Giappone, un uomo ha «sposato» un ologramma di Hatsune Miku, un personaggio virtuale originariamente creato come mascotte per un software di sintesi vocale. In Cina, milioni di persone interagiscono quotidianamente con «amici AI» attraverso applicazioni come Replika o XiaoIce, condividendo le loro gioie, paure e speranze con entità digitali. Questi non sono casi isolati di comportamento eccentrico, ma i primi segni di una trasformazione più ampia nel modo in cui ci relazioniamo con la tecnologia.

Le applicazioni dell’empatia artificiale si estendono ben oltre le relazioni personali. Nel settore sanitario, robot terapeutici come PARO, che ha la forma di una foca pelosa, mostrano già come la simulazione dell’empatia possa avere effetti benefici tangibili sui pazienti affetti da demenza. Nell’istruzione, tutori virtuali emotivamente attivi stanno dimostrando di poter migliorare significativamente i risultati di apprendimento. Nei servizi clienti, chatbot progettati per mostrare comprensione e pazienza stanno trasformando le interazioni commerciali.

La convergenza di queste applicazioni con tecnologie sempre più sofisticate di intelligenza artificiale generativa, come quelle che alimentano ChatGPT o Claude, sta creando un terreno fertile per una diffusione esponenziale dell’empatia artificiale in tutti gli ambiti della nostra vita. A differenza di molte altre innovazioni, che rimangono confinate in settori specifici, l’empatia artificiale ha il potenziale di far parte di ogni aspetto della nostra esperienza quotidiana, dal momento in cui ci svegliamo fino a quando andiamo a dormire, dal nostro smartphone al nostro ambiente domestico, dai nostri veicoli ai nostri spazi di lavoro.

Questa imminente trasformazione solleva interrogativi profondi che trascendono il mero ambito tecnologico per toccare questioni fondamentali sulla natura umana, sulla società e sull’etica. Nei prossimi capitoli troverete moltissime domande a cui prima o poi, come società, dovremo provare a dare qualche risposta; addirittura, l’apparato conclusivo è una collezione delle grandi domande sulla società del futuro proprio a causa della distribuzione sempre più capillare delle tecnologie che abilitano l’empatia artificiale.

Tratto da “Empatia artificiale. Come ci innamoreremo delle macchine e perché non saremo ricambiati” (Egea), di Massimo Canducci, pp. 184, € 19,00.

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