Filiere incontrollateCosa sta succedendo con gli appalti nella moda

Dopo Alviero Martini, Armani e Dior, l’ultimo marchio sottoposto ad amministrazione giudiziaria è Valentino Bags. Il tema del controllo sulle condizioni di lavoro dei dipendenti di appaltatori e sub-appaltatori è sempre più centrale, scrive Lidia Baratta nella newsletter “Forzalavoro”. Arriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo

(Unsplash)

Un altro marchio della moda è stato sottoposto dal Tribunale di Milano ad amministrazione giudiziaria per aver subappaltato la produzione di merce a laboratori cinesi che avrebbero sfruttato i lavoratori.

Questa volta, il provvedimento della procura milanese riguarda Valentino Bags Lab, controllata di Valentino che produce borse e articoli da viaggio. È la quarta azienda della moda, dopo Alviero MartiniGiorgio Armani Operations e Manufactures Dior, finita sotto controllo giudiziario con una motivazione simile.

Secondo il tribunale, la società controllata da Valentino non avrebbe disposto le appropriate verifiche sulle condizioni di lavoro di chi produceva le borse per conto suo.

Lo schema di produzione sarebbe lo stesso emerso nei casi precedenti. Le case di moda, per ridurre i costi e accelerare i tempi, affidano in appalto la realizzazione di capi di abbigliamento o borse a imprese fornitrici, che però non sono in grado di fornire garanzie in termini di sicurezza e gestione del personale. Questo accade perché l’azienda appaltatrice dispone solo “formalmente” di capacità produttiva. Le commesse vengono, infatti, subappaltate a fornitori terzi, che riuscirebbero quindi ad abbattere i costi e a garantire un elevato livello di produzione grazie allo sfruttamento di manodopera irregolare in stato di bisogno.

A una delle società appaltatrici di Valentino Bags, ad esempio, sarebbero state commissionate quattromila borse al mese a un prezzo che va dai 35 ai 75 euro ciascuna. A sua volta, poi, l’azienda avrebbe subappaltato la produzione ad altri laboratori. In uno di questi, a Trezzano sul Naviglio, i carabinieri avrebbero scoperto due operai in nero, oltre che dispositivi di sicurezza «rimossi per accelerare la resa produttiva a scapito della sicurezza», prodotti chimici infiammabili, camerate dormitorio/cucina «degradate e insalubri». «Per la tingitura guadagno 7 euro al pezzo, per il taglio della pelle 3 euro», racconta un operaio. Per «abbattere i costi», scrivono i giudici, «vengono evase le imposte» e «omessi i costi sulla sicurezza». Dalle dichiarazioni dei lavoratori stessi, emergerebbero assenza di contratti, orari di lavoro prolungati durante la notte, locali dormitori e refettori all’interno dell’azienda non idonei e anche assenza di dispositivi di sicurezza.

Per i pm, è grave che la società committente lavori con ditte che sfruttano gli operai, soprattutto alla luce dei commissariamenti già decisi in passato per Armani, Dior e Alviero Martini. Tutte queste misure in seguito sono state revocate in anticipo rispetto all’anno previsto, proprio perché tutte e tre le società hanno messo in atto i cambiamenti richiesti dal Tribunale per il controllo della loro filiera.

Lo schema non è nuovo. Nel 2019, un’inchiesta del Sole 24 Ore, seguendo un’operazione della Guardia di Finanza in Toscana, aveva scoperto molte manifatture illegali in cui si produceva merce di grandi brand del lusso italiani.

Quello che fa discutere, ora, è se le case madri committenti, che non sono indagate, debbano essere ritenute o no responsabili dell’intera filiera di produzione, trattandosi di lavorazioni date in appalto ad altre società fornitrici che a loro volta hanno subappaltato la produzione.

Il tema del dovere di controllo del committente sulle condizioni di lavoro applicate ai dipendenti di appaltatori e sub-appaltatori è sempre più centrale. Uno dei quesiti del referendum dell’8 e 9 giugno sulla sicurezza del lavoro ruota proprio intorno alla responsabilità del committente in caso di infortuni. E nell’ultimo incontro con i sindacati a Palazzo Chigi, il governo ha aperto alla possibilità di aggiornare le regole sui subappalti.

Le iniziative della Procura di Milano si baserebbero, come spiegano gli esperti, sulla mancanza di adeguati controlli che servirebbero a verificare la catena di appalti e sub-appalti. Un metodo per farlo esiste: è il cosiddetto “Modello 231”, il modello di organizzazione e gestione così chiamato perché previsto dal decreto legislativo 231 del 2001. Le società possono sottrarsi a responsabilità se hanno adottato, prima della commissione del fatto-reato, un idoneo modello organizzativo e gestionale.

Secondo la procura di Milano, invece, la carenza di “Modelli 231” adeguati avrebbe avuto l’effetto di agevolare colposamente la condotta dei soggetti indagati per caporalato. L’amministrazione giudiziaria, affidando la gestione delle società a un amministratore nominato da un tribunale, servirebbe quindi a correggere eventuali pratiche illecite, rivedendo i contratti con i fornitori e mettendo punto “Modelli 231” adeguati.

Senza dimenticare, poi, che l’Italia ha recepito pure la direttiva europea “Corporate Sustainibility Reporting Standard Directive”, che impone alle aziende una rendicontazione annuale di sostenibilità, incluse le informazioni sui lavoratori coinvolti nella cosiddetta catena del valore.

Un impegno importante, soprattutto per merci che in vetrina arrivano a costare anche oltre i duemila euro.

 

“Forzalavoro” è la newsletter su lavoro ed economia de LinkiestaArriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo.

Ogni settimana, proviamo a raccontare cosa accade tra uffici, fabbriche, lavoratori e datori di lavoro, con un’agenda dei principali eventi della settimana.

Per leggere l’intera newsletter, basta iscriversi (gratis) cliccando qui.

Per segnalazioni, integrazioni, critiche e commenti, si può scrivere a [email protected]

X