Il ballista di TrumpL’eterno ritorno di Alex Jones, il complottista più famoso del mondo

L’ex conduttore del podcast più celebre del mondo Alt-Right incarna alla perfezione tutti i deliri paranoidi del sottobosco cospirazionista internettiano

AP/Lapresse

Finito il deprimente dibattito su Emmanuel Macron e il fazzoletto-busta di coca, sono due le cose che rimangono di questo episodio: il fatto che l’Eliseo si sia ritrovato, suo malgrado, a dover rispondere formalmente ai troll di Twitter e la velocità con la quale molti editorialisti italiani hanno rilanciato una delle fake news più pigre degli ultimi anni. La storia, di per sé, merita l’oblio nel quale è caduta dopo la caciara social dei primi giorni, ma c’è un dettaglio del fazzolettogate che merita di essere approfondito: l’uomo dietro la bufala.

Il creatore e principale diffusore del presunto coca party di Macron e Friedrich Merz è Alex Jones, un nome conosciuto anche da chi non trascorre il suo tempo cronicamente online. Per i pochi che non lo conoscono – e per i molti che, giustamente, se ne sono dimenticati – Jones è un personaggio che può essere definito in tanti modi: demiurgo del complottismo internettiano, meme vivente, proto-influencer e padre spirituale della seconda amministrazione Trump.

Definizioni, queste, tutt’altro che inconciliabili tra loro. Quando a ridosso del 2016, l’anno zero della guerriglia memetica, il sottobosco online delle nicchie di 4chan – il sito che ha definito l’ultimo decennio della subcultura di Internet – prepara il suo assalto al Partito Repubblicano statunitense, con l’obiettivo (riuscito) di spostare la destra istituzionale e conservatrice sui binari dell’estremismo schizofrenico, Alex Jones è la loro testa di ponte.

L’allora conduttore di Infowars, il podcast più celebre del mondo Alt-Right, anticipa, già alla fine degli anni Novanta, le teorie paranoidi del mondo QAnon (un esempio: i sabba tra attori di Hollywood e vertici del Partito Democratico durante i quali si consumava, abitualmente, sangue di neonati) e pone le basi per un mischione ideologico nel quale si fondono attivismo repubblicano e suprematismo bianco, survivalism e anti-capitalismo quasi di sinistra (nella sua accezione peggiore).

Date le premesse, non stupisce che Alex Jones sia stato dipinto per molto tempo come uno dei tanti matti che popolano il web, ma è stata forse questa la chiave del suo successo: Jones, con la sua Infowars, è stato il precursore della retorica dei media alternativi contro il mainstream. È stato il primo a comprendere le capacità del mezzo podcast – del quale, oggi, siamo saturi – e per quanto rozzo potesse essere il suo personaggio, la sua produzione e i set allestiti per lanciare i vari deliri contro il sistema, Jones ha fatto scuola a generazioni di figure eversive che, in maniera forse più presentabile, hanno inquinato il dibattito pubblico.

Scrivere di lui e del sottobosco dal quale è stato prodotto, e che ha successivamente guidato, ci espone alla stessa critica mossa al governo francese nel momento in cui ha diramato il comunicato sul fazzoletto sporco di Macron: perché parlarne? Si tratta sempre del solito, anacronistico, pregiudizio su Internet: se un fenomeno nasce e si sviluppa online, «basta spegnere il computer». Se poi il fenomeno è anglosassone, entra in gioco il nostro (molte volte giustificato) snobismo europeo che ce lo fa derubricare a ennesima follia statunitense. Un errore che nel tempo si è rivelato fatale.

Una delle tesi più famose di Alex Jones era quella del “Grande Reset” secondo la quale le élite globali hanno deliberatamente creato e sprigionato il coronavirus per facilitare una ristrutturazione dei governi nazionali, facilitando la creazione di un regime globale a metà tra l’ultra-capitalismo e il marxismo più radicale (l’ideologia delle élite cambia a seconda degli indignati di riferimento). Questa teoria complottista ha avuto un’eco estrema attecchendo soprattutto in Italia, ed è per questo che personaggi grotteschi come l’economista sovranista Ilaria Bifarini e altri soggetti dell’ambiente grillo-leghista apparivano su La7 o sulle tv nazionali a parlare appassionatamente della balla resa celebre da Jones. Ma per comprendere la vera natura del vate del complottismo internazionale, bisogna guardare alla bugia più infima e squallida diffusa da Jones.

Il 14 dicembre 2012, il ventenne Adam Lanza compie una strage di massa nella scuola elementare di Sandy Hook. Per mano sua muoiono ventisei persone, venti di queste erano bambini tra i sei e i nove anni. Quello di Lanza è stato uno dei più sanguinosi school shooting statunitensi, parte di una lunga scia che continua ancora oggi con cadenza quasi quotidiana. I fatti di Sandy Hook presentano tutti gli elementi alla base di un mass shooting americano: ragazzo ghettizzato che mitizza gli stragisti più celebri della storia recente (Lanza era un assiduo frequentatore di forum incentrati sul massacro di Columbine del 1999), attentato in una scuola, decine di ragazzini uccisi per motivi che vanno oltre qualsiasi delirante rivendicazione religiosa o politica.

Eppure Alex Jones è stato capace di infilare la politica in Sandy Hook, dando inizio a una delle operazioni più meschine dell’Alt-Right statunitense: su Infowars, Alex Jones sostiene senza vergogna che i morti della scuola elementare fossero in realtà attori «pagati dal Partito Democratico» per inscenare la strage con l’obiettivo di scandalizzare l’opinione pubblica a tal punto da giustificare una restrizione governativa sulla diffusione delle armi (fissazione sempiterna del survivalist Jones). La storia si è conclusa più di dieci anni dopo, con Alex Jones condannato a risarcire i familiari delle vittime per una cifra che si aggira attorno al miliardo di dollari.

Il conduttore di Infowars, dal cui set ha implorato i suoi spettatori di donargli soldi per pagare le spese legali, ha dichiarato bancarotta pochi anni fa. Una conclusione ideale, se solo fosse finita lì. Nemmeno un qualcosa di ingiustificabile come la strumentalizzazione di Sandy Hook è riuscita a cancellare l’immagine di Alex Jones, sopravvissuta nel momento di crisi grazie alle miriadi di meme che lo vedevano protagonista e ai troll che pur insultandolo (per alcuni è un personaggio fin troppo moderato) tenevano in luce il suo nome. In un post recente, Jones ha condiviso uno screen del video di Macron e Merz nel quale il fazzoletto viene sostituito, in maniera estremamente posticcia, da una busta di coca photoshoppata sul tavolo. Ricondivisioni e smentite crescono con il passare delle ore a dimostrazione che, da più di un decennio, l’informazione è ostaggio di Alex Jones e i suoi derivati.

X