A Tripoli non fa ancora caldissimo, in compenso gli scontri armati degli ultimi giorni hanno alzato notevolmente la tensione, riaccendendo i riflettori sulla polveriera libica: la recrudescenza dei combattimenti può sembrare improvvisa dopo quasi due anni di tregua armata, ma è in realtà il risultato di mesi di contrasti più o meno espliciti tra l’esecutivo di unità nazionale – guidato da Abdul Hamid Dbeibeh – e alcune tra le più potenti milizie della regione, affiliate alle istituzioni locali ma capaci di conservare ampi margini di autonomia.
Abdel Ghani al-Kikli, accusato da numerose organizzazioni non governative di crimini contro l’umanità, era il leader di un gruppo armato noto con il nome di “Apparato di supporto alla stabilità”. Una sigla che rimanda forse ai legami con il Ministero dell’Interno libico, ma che non deve trarre in inganno: nei suoi anni alla guida della milizia, presente in particolar modo nel noto quartiere di Abu Salim, l’uomo era stato in grado di impossessarsi delle principali risorse economiche dell’area, estendendo il proprio controllo su petrolio e tratta di esseri umani. Divenuto scomodo agli occhi del governo riconosciuto, al-Kikli è stato ucciso in un’imboscata la sera del 12 maggio, mentre si stava recando a un vertice a Tripoli. Prima ancora che la notizia potesse diffondersi, uomini della 444a Brigata – formazione considerata alla stregua di un’unità regolare – avevano già lanciato operazioni contro i miliziani, neutralizzando il gruppo e conquistando nelle ore successive le loro posizioni nella capitale.
Il giorno seguente, truppe della 444a Brigata hanno ingaggiato scontri con un’altra potente milizia tripolina, conosciuta come al-Radaa o “Forze speciali di deterrenza”. Tra i ranghi del gruppo spicca Usama al-Masri, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità e protagonista di una controversa vicenda giudiziaria che ha provocato uno scontro tra L’Aia e le autorità italiane. Tornato in Libia al riparo dal mandato di cattura, al-Masri è ora divenuto un personaggio scomodo agli occhi dei suoi protettori e teme in futuro di dover fronteggiare la giustizia, anche se rischia una sorte simile a quella di al-Kikli. Durante i combattimenti, al-Radaa è stata costretta a evacuare alcuni siti da essa controllati nelle aree occidentali della capitale, compreso il carcere di al-Sijn al-Maftouh, ma è riuscita a limitare i danni, opponendo resistenza ai tentativi di smantellamento di Tripoli.
Il 14 maggio le autorità libiche hanno annunciato un cessate il fuoco, che al-Radaa intende sfruttare per coordinarsi con altre milizie avversarie dell’esecutivo e lanciare una controffensiva. La pausa nei combattimenti non ha comunque fermato la violenza nella capitale, dove le forze di sicurezza hanno represso duramente le proteste scoppiate di fronte all’abitazione di Dbeibeh, aprendo il fuoco sui dimostranti. La notte del 16 maggio, durante nuove manifestazioni presso la sede dell’esecutivo, un agente di polizia è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco, esplosi da persone non identificate. Un caos finora costato la vita ad almeno un centinaio di persone e che rischia di favorire il “convitato di pietra”, Khalifa Haftar: l’uomo forte della Cirenaica ha infatti approfittato degli scontri per fare la propria mossa, spostando truppe in direzione di Sirte e facendo scattare l’allerta a Misurata. Il leader militare di Tobruch vanta solidi legami con la Russia, ma anche con la Francia: a febbraio, Macron ha ricevuto il Generale libico all’Eliseo, palesando una netta differenza tra le posizioni di Parigi e quelle degli altri Paesi europei, che riconoscono ufficialmente il governo di Tripoli.
Ciò nondimeno, la stessa Italia considera Haftar un importante interlocutore: lo scorso maggio, Giorgia Meloni ha incontrato il Generale a Bengasi, affrontando i dossier legati ai flussi migratori e all’instabilità del vicino Sahel. Tra gli obiettivi non dichiarati, figurava anche il tentativo di allontanare il militare da Mosca. Una missione difficile, considerata la dipendenza economica e militare di Haftar dalla Russia, sancita dalla presenza dell’uomo alla parata sulla Piazza Rossa dello scorso 9 maggio. L’inazione della comunità internazionale ha invece consentito alla Turchia di giocare un ruolo di primo piano al fianco di Dbeibeh.
Non stupisce dunque che il Ministero degli Esteri italiano, che segue in questi giorni il rientro dei connazionali dalla Libia, tema l’escalation ben oltre i pericoli derivanti dall’instabilità in Nordafrica. Al di là delle ambiguità diplomatiche di un Paese che interloquisce con tutti – circostanza resa possibile dalla pace – una guerra obbligherebbe l’Italia a prendere una posizione netta per difendere i propri interessi: con l’instabile Dbeibeh o con il controverso Haftar. Una scelta difficile ed eventualmente foriera di conseguenze sul piano energetico e della sicurezza. Nello scenario peggiore, i margini per giocare con successo la carta diplomatica sarebbero molto più ristretti che in passato.