
Forse offesa, certo umiliata. Giorgia Meloni è ancora una volta out, fuori. Espulsa come un giocatore falloso, indegno di stare in campo. Anzi, in campo non è entrata proprio. Né nella Basilica di San Pietro il giorno dei funerali di Francesco, né sul treno che portava i leader democratici a Kyjiv. E nemmeno ieri a Tirana, al vertice della Comunità Politica Europea, dove a farle i salamelecchi è stato solo un patetico Edi Rama – giacca, cravatta e scarpe da ginnastica – ad accoglierla in ginocchio. Una scena da Terzo Mondo. Poi lei ha imbastito una chiacchiera a più voci con Volodymyr Zelensky, dopo aver allertato il Tg1 per immortalare una scena che non passerà alla storia; quindi ha fatto dei bilaterali, non tutti esattamente decisivi (certo Erdogan, ma anche Svizzera e Cipro).
A vertice finito è cominciata la politica ed è finita lei, ormai incompatibile con le grandi democrazie europee guidate da Emmanuel Macron, Friedrich Merz e Keir Starmer, con il polacco Donald Tusk, e naturalmente Zelensky. Cioè il formato della riunione del 10 maggio nella capitale ucraina. E anche ieri, come quel giorno, il gruppo dei volenterosi ha chiamato Donald Trump mentre trasvolava sull’Europa, dopo aver chiuso affari miliardari in Arabia Saudita – il decisionista più indeciso che si sia mai visto, uno che non sa come prendere in mano il dossier russo-ucraino.
Macron, che non dà oggi appare il più energico di tutti, ha poi spiegato che i democratici europei gli hanno chiesto di muoversi – do something – a cominciare dal minacciare nuove sanzioni al coniglio del Cremlino, che sta scappando di fronte alla proposta di un cessate il fuoco di trenta giorni e perde tempo in una finta mediazione a Istanbul.
Mentre l’Europa, cioè gli adulti europei, stava spiegando al duro di Washington cosa bisogna fare, lei, Giorgia, non era proprio presa in considerazione. Ma chi è causa del suo mal pianga se stesso. Se non avesse fatto la sostenuta, come si dice alla Garbatella – per esempio ostentando fastidio alla primissima riunione dei Volenterosi, arrivando apposta in ritardo all’Eliseo – forse Macron ci parlerebbe ancora, con lei, e lo stesso dicasi per Starmer, anche lui snobbato quando si tenne un’analoga riunione londinese.
La presidente invece spiega che non partecipa a questo formato perché l’Italia dice no all’invio di soldati italiani in Ucraina per il dopoguerra: è una bufala, perché anche la Polonia di Tusk non intende inviare truppe, e tuttavia è nel formato dei paesi democratici, giacché i volenterosi sono ormai un’alleanza politica generale a sostegno di Kyjiv e, più in generale, a difesa degli interessi e del ruolo dell’Europa minacciati dal tycoon americano. Che è esattamente ciò che a lei fa orrore, come del resto a tutti i trumpiani europei.
Il Quirinale, da cui ovviamente nulla trapela, non può non essere seriamente preoccupato, perché ha chiaro che il problema non è solo e tanto di antipatie personali. La questione è che la leader post-missina fatica a trovare un minimo di sintonia con i grandi paesi democratici. D’altra parte, nella sua formazione giovanile, la Francia sarà stata come il diavolo, e in una come lei, così attaccata al suo vissuto, queste tracce restano. Meloni preferisce altro.
L’altro giorno – la notizia è passata inosservata – Giorgia Meloni ha riunito a via della Scrofa, sede di FdI, un gruppo di reazionari europei di prima grandezza. Leggiamo sul Secolo che «attorno al tavolo, accanto alla premier italiana, il presidente di Ecr Party Mateusz Morawiecki, i vicepresidenti George Simion, Marion Maréchal, Carlo Fidanza e il segretario generale Antonio Giordano». Tutti reazionari puri. D’altronde l’eurogruppo Ecr, inventato da Meloni, è ideologicamente indistinguibile dai fascistoidi veri che siedono nel gruppo dei Patrioti (Marine Le Pen, Viktor Orbán, Matteo Salvini): dire che quelli di Ecr sono “conservatori” è un insulto a Margaret Thatcher e Charles de Gaulle.
Caso emblematico è il rumeno Simion che domenica dovrebbe diventare il nuovo presidente rumeno. Guida l’Alleanza per l’unità dei romeni (Aur), un partito nato nel 2019 con posizioni ultranazionaliste, contrarie all’immigrazione, euroscettiche e favorevoli all’unificazione tra Romania e Moldavia. Solo negli ultimi giorni di campagna elettorale Simion si è dato una ripulita, ma tutto il mondo sa che è il figlioccio politico di Călin Georgescu, ammiratore del fascista e antisemita degli anni Trenta Corneliu Zelea Codreanu. Simion ha detto che, se vincerà, Georgescu diventerà primo ministro.
Questi sono gli alleati di Meloni. Tra Simion e Macron, preferisce Simion. Tra Marion Maréchal, sorella di Marine Le Pen, e Ursula von der Leyen, preferisce Marion. Ideologicamente, verrebbe da dire, preferisce Matteo Salvini ad Antonio Tajani. Il quale si sta infastidendo, specie dopo l’assenza di Giorgia alla riunione di Kyjiv: «Perché non c’era? Chiedete a lei».
Ora, è evidente che il prezzo della nuova figuraccia tiranese di Meloni lo paga l’Italia, Paese leader con Mario Draghi e oggi ultima ruota del carro. Ed è solo colpa sua, di una presidente del Consiglio che sta dalla parte sbagliata della storia.