Fascismo del XXI secoloLe dittature del Novecento rivivono nella Russia di Putin

L’autocrazia di Mosca ha molti punti in comune con la Spagna di Franco, il Portogallo di Salazar e la Grecia dei colonnelli, ma anche con l’Italia del Ventennio. «Il parallelismo con i regimi del passato è evidente, tra repressione, conservatorismo e culto del leader», dice a Linkiesta Alexander Baunov, dissidente russo autore de “La fine del regime”

Silvio Berlusconi editore

Come avevano previsto tutti quelli che non fanno il tifo per l’esercito russo, Vladimir Putin in Turchia non è andato, non ha voluto incontrare Volodymyr Zelensky né parlare di un accordo per la fine della guerra. Anzi, ha mandato una delegazione minore, senza ministri, come a voler sminuire il dialogo aperto con i vertici politici del Paese che ha aggredito più di tre anni fa. E alla fine l’incontro è stato posticipato a oggi, ma c’è poco da essere ottimisti sul fatto che ne uscirà qualcosa di buono. «La composizione della delegazione russa inviata in Turchia dimostra che per la Russia non c’è alcun negoziato sul tavolo, anzi è un tentativo di rendere irrilevante l’incontro, che poi non c’è stato», dice a Linkiesta Alexander Baunov, filologo dell’antichità, esperto di politica internazionale moderna e firma di New York Times, Financial Times e Wall Street Journal. Per Baunov, Putin sta solo cercando di tenere il punto, di dimostrare che ogni negoziazione e ogni accordo è frutto di una sua concessione, e che lui comunque non è disposto ad accettare nemmeno un cessate il fuoco se non si gioca alle sue condizioni.

Baunov ha pubblicato “La fine del regime” (Silvio Berlusconi editore), un’analisi storica con cui ha costruito un parallelismo tra la dittatura di Putin e quelle dell’Europa novecentesca, in particolare quella di Francisco Franco in Spagna, quella di António de Oliveira Salazar in Portogallo e la dittatura dei colonnelli in Grecia. E per questo adesso è considerato agente straniero dal regime di Mosca.

L’originale de “La fine del regime” è in lingua russa, solo che è stato pubblicato in una versione edulcorata: non parla di Vladimir Putin, non lo cita mai direttamente, e non parla della sua autocrazia. Ma c’è un bel po’ di non detto e molte cose si possono comunque leggere tra le righe nonostante la censura e le limitazioni imposte dallo Stato. Questo perché, come dice l’autore, il regime non è molto bravo con la censura, non sanno fare bene nemmeno quello. «Una censura totale avrebbe bisogno di un’infrastruttura e una presenza capillare sul territorio che questa Russia non ha saputo creare», dice. L’esempio più evidente è quello del romanzo “Un’estate col fazzoletto da pionieri”, pubblicato nel 2022, che racconta l’amore tra due ragazzi: «Prima ha venduto centinaia di migliaia di copie e poi è stato bandito, perché il regime non ha il tipo di controllo sul territorio che aveva, per esempio, la macchina statale dell’Unione Sovietica o l’impero zarista. Anzi, molto spesso il controllo sui testi e altre opere d’ingegno arriva dal basso, cioè da funzionari delle amministrazioni pubbliche o da cittadini volontari che denunciano per spirito patriottico, diciamo così, o per sperare di farsi notare e carriera».

Muovendosi tra i capitoli del libro, il confronto tra le dittature del Novecento e quella di Putin diventa sempre più evidente ma mai troppo esplicita. Ci sarebbe stato bene anche un paragone con l’Italia di Mussolini, forse. «La Russia è una dittatura fascista, in un certo senso», dice Baunov. «Certo, da scienziati politici si può dibattere se il fascismo sia stata solo quella stagione politica italiana, ma di certo ci sono molti punti in comune. La Russia del XXI secolo è un Paese ideologicamente conservatore, repressivo, fondato sul culto di vittorie militari del passato, quindi militarista, e prova a indottrinare i suoi giovani e ha un grande culto del leader. Sono caratteristiche che nei libri di storia non vengono definite “fasciste” prima del Ventennio, ma si ritrovavano anche nella Russia zarista, in diverse epoche, in varie forme».

Dalla Russia contemporanea sono sparite anche quelle che Baunov nel suo libro chiama «bolle di libertà», presenti anche durante le dittature in Spagna, Portogallo e Grecia. In Russia hanno resistito fino all’inizio del XXI secolo: «Il regime federativo russo era strutturato in modo più complesso di quello sovietico», si legge in “La fine del regime”. «L’esistenza stessa della proprietà privata e la possibilità di fare carriera nel settore privato lo rendevano meno onnipresente, meno totalitario, consentendo anche la formazione, per così dire, di bolle di libertà nella cultura, nell’educazione, nella scienza e persino nei media e nella politica». Il regime più simile a questo modello non è quello sovietico, che si rifaceva alla rivoluzione comunista, ma le dittature revansciste di destra di Spagna e Portogallo, appunto, che combinavano un’economia di mercato con una retorica conservatrice, legata alle opinioni personali del leader e all’esaltazione della propria storia e cultura nonché del proprio ordinamento statale.

Ora anche quelle poche bolle sono scoppiate. «Direi che non ci sono più quelle libertà», dice Baunov. «Può darsi che in alcuni casi qualcuno riesca a ritagliarsi degli spazi di libertà nel privato, ma sono delle eccezioni che resistevano anche nei regimi fascisti e nella Germania nazista: anche in una dittatura qualcuno non allineato politicamente al regime c’è sempre, è fisiologico».

Il regime di Putin è destinato quindi a non avere oppositori reali e credibili, resisterà almeno fino alla sua morte. Nel libro si parla della della caduta dei regimi, e l’unico caso di un regime crollato prima della morte del suo leader è quello della Grecia, dove però si era instaurata una dittatura collettiva che Geōrgios Papadopoulos non ha fatto in tempo a rendere personalistica. Franco e Salazar invece hanno resistito, come sembra destinato a fare anche Putin. «Quanto accaduto negli ultimi tre anni, cioè dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina, dice molto sulla tenuta del regime di Putin», dice Baunov. «Parliamo di un leader che ha sbagliato clamorosamente i calcoli sulla guerra, dicendo che sarebbe stata breve e indolore, alla mobilitazione militare e anche all’ammutinamento del gruppo Wagner. Di solito questi errori si pagano, ma per Putin non sembra così. Poi chissà, la guerra porta sempre conseguenze inattese, e un cigno nero della storia è sempre dietro l’angolo».

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