
Quello che si era delineato era dunque un future shock di dimensioni difficilmente immaginabili per uno sguardo occidentale. Molti, osservando oggi dall’esterno la Russia che cerca – a volte quasi comicamente – di andare avanti verso il passato, ispirandosi a modelli sovietici che spesso erano stati gli stessi russi a rigettare senza rimpianti tre decenni prima, ritengono che sia cambiata troppo poco, che la trasformazione che doveva riportarla in Europa sia stata troppo superficiale e troppo fugace. I russi, al contrario, pensano di aver subito dei cambiamenti eccessivi, che li hanno travolti e snaturati.
La sensazione di essere stati soverchiati dal mutamento, e la conseguente nostalgia del passato idealizzato, non sono certo brevetti putiniani. Nell’ultimo decennio, il passato preso a modello è diventato un programma politico e un sentimento diffuso in molti Paesi occidentali. Le forme sono le più varie – dal Make America Great Again di Donald Trump alla nostalgia imperiale della Brexit, fino al gettone telefonico e alla Nutella di Matteo Salvini – ma la radice del disagio è la stessa. La rottura degli equilibri, il cambiamento velocissimo non solo delle tecnologie, ma delle relazioni lavorative, sociali e personali su cui vanno a incidere, sovrapposti a una popolazione invecchiata: mai nella storia dell’umanità sul nostro pianeta hanno abitato tanti adulti e anziani. La classe dirigente politica, economica e intellettuale di buona parte dei Paesi sviluppati è composta da baby boomers, a loro volta rivoluzionari invecchiati che fanno fatica a stare al passo con lo tsunami della globalizzazione e della digitalizzazione, intanto che sta montando una nuova onda tecnologica sollevata dall’intelligenza artificiale. Mentre ci sono ancora persone che si ricordano l’invenzione della televisione e la concessione del voto alle donne, i figli del XXI secolo non sanno come usare un telefono a disco e durano spesso fatica a capire i lavori che facevano i loro nonni e genitori.
Chi ha mai provato questo desiderio di fermare il mondo per scendere e riprendere fiato deve tentare di immaginarsi la stessa sensazione provata dai sovietici con un’intensità infinitamente più devastante. La Russia condivide con i Paesi industriali la tendenza demografica all’invecchiamento: il numero delle nascite scende da dodici anni, e nel 2024 ha toccato il minimo storico dai primi anni Novanta, quando la crisi economica sommata alla rivoluzione sessuale (e all’arrivo degli anticoncezionali moderni) fece scendere la quantità dei nuovi nati a un tasso del 7-8 per cento annuo.
Con una natalità da Occidente, la Federazione Russa ha però una mortalità da Paese arretrato, con un’aspettativa di vita di settantadue anni circa, dieci anni in meno rispetto agli italiani, per esempio, secondo i dati della Banca Mondiale. Resta comunque un Paese per vecchi, con l’età mediana di quarantadue anni, e più della metà della popolazione – e quindi quasi due terzi degli elettori – nata prima della perestroika. Con una differenza fondamentale rispetto agli anziani nostalgici europei: mentre in Occidente il cambiamento è stato graduale e continuo, in Russia la modernizzazione è arrivata con decenni di ritardo, investendo un Paese che si era isolato dal mondo esterno. Non ne aveva letto i libri, non lo aveva studiato a scuola, non ne aveva assimilato le mode. Il popolo sovietico era stato oggetto, suo malgrado, di un esperimento crudele, e forse questo è uno dei motivi per cui la Russia putiniana, con il suo sogno di un ritorno al passato, ha fatto da apripista a molti sovranisti nostalgici occidentali: aveva sperimentato il future shock senza avere gli anticorpi e gli strumenti per affrontarlo.
Tratto da “Russia. L’impero che non sa morire” (Rizzoli), di Anna Zafesova, pp. 208, 19€.
