La gif arriva giusta giusta a metà film, e nessuna persona sensata pensa che sia un caso, perché nulla di ciò che fanno Tom (Cruise: esistono altri Tom?) e McQ (il modo in cui chiama Christopher McQuarrie, sul quale poi torniamo), nulla è casuale, in quella colossale meraviglia che è “Mission: Impossible”.
A metà film il resto della squadra è con degli eschimesi (non ne sono sicura, essendo somara in geografia, ma insomma: sono in qualche posto assai freddo), e Tom è su un sottomarino che deve portarlo a recuperare l’Entità su un altro sottomarino, quello sul quale cominciava lo scorso “Mission: Impossible” (se vi siete già persi, questo articolo non fa per voi).
L’Entità è l’intelligenza artificiale, perché essere molto bravi con l’intrattenimento popolare significa anche questa roba qui: mettere su nel 2019 un baraccone che ha per tema ciò di cui tutti parleranno quando uscirà, sei anni dopo. L’intelligenza artificiale, nel mondo di Ethan Hunt, ha preso il potere.
E non si può azzerare tutto perché, spiegano la Presidente e i suoi consiglieri, uccidere l’Entità significherebbe eliminare il cyberspazio, parola che ha fatto rabbrividire quelli il cui lessico per la critica culturale è «sdeng» e «cringe» e «boomer». Io, che sono abbastanza vegliarda da fregarmene delle parole à la page, ogni volta che lo dicevano pensavo: màmmagàri, senza cyberspazio, coi telefoni a gettoni e le cartoline postali. (Poi all’uscita dal cinema ho cambiato idea perché mi serviva la app per chiamare il taxi).
La gif, mi ero distratta. Tom è sul sottomarino alleato, un soldato tenta di ucciderlo, arriva col coltello dicendogli che nessuno può sconfiggere l’Entità, sembra un picchiatello social cui Ethan Hunt abbia toccato il cantante preferito. Tenta di accoltellarlo, si menano, e a un certo punto ci sono quei secondi che non vedono l’ora di diventare una gif.
Mentre lo colpisce, scandendo le parole coi cazzotti che fanno da punti fermi, gli dice: «Passi. Troppo. Tempo. Su. Internet».
Già vi vedo, voialtri con l’automatismo che, senza bisogno d’altre informazioni che non siano «questo articolo parla di Tom Cruise», accorrete a commentare «eh ma Scientology», che è un commento che mi fa molto ridere perché prevede che le cose in cui invece credete voi – la psiche, l’agnello di Dio, l’identità di genere – siano invece sensate.
Se volete il mio parere (e se non lo volete epperò mi leggete forse quell’idea della psiche va rivalutata), Tom Cruise le fa tutte giuste, ma tutte. Tanto per cominciare, non rispondere mai mai mai a nessuna cosa brutta che si dica di lui, che non parla coi figli, che è il guru d’una setta malvagia, a niente. C’è una voragine di senso tra Andreotti che diceva che una smentita è una notizia data due volte e quest’epoca della continua precisazione, e la voragine la crea il rumore di fondo.
Ai tempi di Andreotti magari smentire aveva un senso: la gente guardava un tg, leggeva un giornale, ci trovava scritto che eri un assassino, se il giorno dopo nello stesso posto apparivi a dare la tua versione dei fatti poteva funzionare come contenimento dei danni.
Adesso che nessuno ha un consumo lineare di notizie, ci arrivano in continuazione frammenti di informazioni che perlopiù non assorbiamo, cose vecchie che scambiamo per nuove, elucubrazioni di picchiatelli impossibili da distinguere da testi rilegati nella Pléiade, adesso c’è un solo modo per accertarci che una stronzata su di noi abbia eco, ed è darle noi stessi risonanza.
Se poi sei Tom Cruise – uno degli uomini più famosi del mondo, e di quella fama di quando essere famosi era un roba seria, non della fama su misura degli influencer di cui a milioni conoscono persino le funzioni intestinali ma tutti gli altri ignorano pure che esistano – allora la cosa più lucida che puoi fare è non imprestare la tua piattaforma a chi smania per avere la tua attenzione tirandoti le trecce.
Poi fa le cose giuste per il suo tempo. Sa che siamo un pubblico di merda (un pubblico che, al precedente “Mission: Impossible”, ha preferito “Barbie”, perché vuoi mettere i discorsetti motivazionali in rosa: scusaci, Tom), e sa che non siamo più capaci di guardare un film o leggere un libro o fare niente che non ci faccia sentire speciali, che non possiamo tollerare d’essere solo ciò che siamo: la massa nella locuzione «intrattenimento di massa».
Per farci sentire bambini speciali, Tom compare col suo faccione prima dell’inizio del film a dirci che spera ci piaccia, l’ha fatto per noi. Per farci sentire bambini speciali, Tom si fa le scene pericolose da solo, così quando andiamo a vederlo sappiamo che ha davvero girato lui proprio lui quella faticosissima scena di venti minuti sott’acqua, e visto che non sappiamo goderci la finzione ecco qui per noi il reality.
A proposito: sia nella scena sott’acqua sia in quella della gif è mezzo nudo. Lo dico perché recentemente, in un podcast, parlavano di come corre (la corsa di Tom Cruise è il formato di “Mission: Impossible” quanto la rubrica telefonica lo è dei programmi di Fiorello), e Rob Lowe ha detto che però non si fa mai vedere a torso nudo perché è uno di loro vecchi e non vuol far vedere il flaccidume. Ecco, Rob: no. Oltretutto in questo film qui il vento e l’acqua e la pressione gli deformano la faccia e i capelli in modi orrendi. No, Rob: Tom non ha il tuo problema d’essere innanzitutto un pretty boy.
Torniamo all’elenco delle cose giuste che fa Tom. È capace di valorizzare quelli bravi. Ogni volta che penso che Christopher McQuarrie, uno che a ventisei anni aveva scritto “I soliti sospetti”, un talento invidiabile se mai ce n’è stato uno, ha dovuto aspettare d’averne più di quaranta e d’incontrare Tom Cruise per diventare uno che non ha pause di anni in curriculum, ogni volta penso che Tom potrebbe dire quel che dice una mia amica di successo quando qualcuno le fa qualche complimento: non sono io che sono un genio, sono gli altri che sono molto scarsi.
Infine, ma molto importante, Tom sa che c’è sempre un telefono con una telecamera. L’altra sera, dall’anteprima di “Mission: Impossible” in un cinema americano, i presenti riferivano estasiati che Tom era rimasto un quarto d’ora a parlare coi lavoratori della sala cinematografica. Poi si era accertato che tutti gli spettatori avessero i popcorn. Due anni fa il New York Times mandò una giornalista a cercare Tom Cruise che la leggenda dice viva in Inghilterra da anni, ma non instagrammando lui le sue giornate vai a sapere se è vero.
La tapina tornò con un pezzo impubblicabile che venne tuttavia pubblicato («mi spiace, non c’è pezzo» è una frase che nelle redazioni di questo secolo viene pronunciata pochissimo). Tre settimane fa ha fatto la stessa cosa il Times di Londra, e il pezzo era purissima epica di Tom Cruise, dal concessionario di automobili nella campagna inglese che si vede atterrare l’elicottero di Tom davanti alle vetrine, parlano per un po’ di macchine e della fioritura d’un albero, e poi quello riparte, a Kenneth Branagh che dice che màmmagàri Tom decidesse di rimettere in sesto lo stato del cinema inglese.
Tom Cruise le fa tutte giuste, compreso questo “Mission: Impossible – The Final Reckoning” che esce questa settimana e che sono andata a vedere pensando che mannaggia, avrei dovuto prima rivedere la prima parte, quella del 2023, ora non ci capirò nulla. E invece, siccome è forse l’ultimo (così parrebbe, così hanno lasciato capire, così non confermano), bisogna rivederli tutti, perché di tutti c’è un pezzo.
La zampa di coniglio che non si era finora capito cosa fosse e che il cattivissimo Philip Seymour Hoffman voleva trovasse nel terzo (il migliore, non accetto obiezioni). Il tizio che lo detesta e che si scopre essere figlio del Jon Voight traditore del primo film, che è così antico che la cassetta che gli diceva «la sua missione, se dovesse decidere di accettarla» gliela portava una hostess su un aereo, perché c’è stato un tempo in cui per vedere i film in volo ti portavano una cassetta. Il tizio che aveva creato l’impenetrabile cripta della Cia penetrata da Ethan Hunt sempre nel primo film, che in quest’ultimo li aiuterà assieme alla moglie eschimese (ammesso io abbia capito di dov’è).
All’uscita dal cinema canticchiavo «Good friends we have, good friends we’ve lost», perché è ovvio che il tema è quello: se passano trent’anni, inevitabilmente non sono tutti vivi (anche se di mestiere non salvano il mondo: figuriamoci nell’universo di Ethan Hunt), e alla fine ho persino pianto (sarà esaurimento nervoso). Ma non saprei spiegarvi cosa sia successo (a parte che Ethan Hunt precipita da un aereo col paracadute in fiamme e non muore) meglio di come abbia risposto Cruise a Jimmy Fallon che gli chiedeva di riassumere il film: «C’è una missione, ed è impossibile».
So però che c’entra l’intelligenza artificiale, che sappiamo tutti sia un rischio, che temono tutti possa allargarsi. Jesse Armstrong, autore di “Succession”, ha diretto un film (arriverà a fine maggio in America su Hbo, e non so quando su Sky) in cui ci sono quattro amici ricchi, uno dei quali proprietario d’un social, e un altro dei quali inventore d’un software che blocca le immagini iperrealistiche create dall’intelligenza artificiale, software che il primo vuole comprare perché l’atmosfera sul suo giocattolone è rovinata dalle immagini inventate con cui i picchiatelli dirottano le conversazioni.
Forse il problema non è che l’intelligenza artificiale è troppo intelligente: è che noialtri non lo siamo abbastanza. Comunque: Armstrong ha proposto il film a Hbo a novembre, l’ha scritto tra gennaio e febbraio, finito un attimo fa e ora lo trasmettono. Non si fidava che il tema non invecchiasse. Per fidarti non devi solo essere molto talentuoso, ma anche quel colosso di Tom Cruise. Invecchierà, il tema dell’intelligenza artificiale che si allarga? Per ora, a tutti noi preoccupati dell’ultim’ora c’è gente che potrebbe dire «ben alzati».
Nel 2017, Elon Musk era già preoccupato che l’Entità prendesse il potere; in un’intervista su Vanity Fair, fece presente a Maureen Dowd che «La materia non può organizzarsi per diventare un chip, ma può organizzare sé stessa in un’entità biologica che diventa sempre più sofisticata e alla fine crea il chip». Elon, non potendo organizzarsi per diventare Tom Cruise, si è limitato a diventare un consigliere della Casa Bianca. Una scelta di ripiego: non c’è dubbio che essere Tom Cruise sia l’ambizione massima.