Sorveglianza digitaleNella Russia omofoba anche il meme di una rana antropomorfa può diventare reato

Un cittadino di Novgorod è stato multato per non aver eliminato dai suoi profili social le immagini di Pepe the frog. Solo nel 2024 ci sono stati almeno centotrenta casi simili

Pepe the frog

Sapreste dire quante foto tenete custodite nei vecchi album di famiglia? E quante, invece, sono caricate sui vostri profili social? Tante, non è vero? Dalle immagini del profilo ai meme, la comunicazione digitale ha assunto sempre più una dimensione visual, fino a rendere complicata l’idea stessa di trasmettere un messaggio affidandosi esclusivamente alla parola scritta. Immagini, milioni di immagini che scandiscono la nostra esistenza sui social e, in senso più ampio, che accompagnano la nostra vita offline.

Bene, adesso immaginate che la polizia venga a bussare a casa vostra con un invito a comparire davanti a un giudice perché alcuni meme caricati in rete anni prima violano la morale imposta dalla legge attuale. Immaginatelo e domandatevi: che razza mondo è mai questo?.

La risposta è una: tirannia. La storia di Georgy Rezankov arriva da Novgorod, in Russia: il tribunale regionale lo ha multato di 1.500 rubli ai sensi dell’articolo sull’esposizione di simboli estremisti per alcune immagini contenute nei suoi album di VKontakte, la più famosa piattaforma social russa. A far scattare l’ordinanza, una foto delle attiviste e politiche tedesche di inizio Novecento, Clara Zetkin e Rosa Luxemburg, e un meme di Pepe the Frog.

Sì, avete letto bene: un meme di una rana. Nel riportare la vicenda, i media raccontano che l’agente di polizia che ha redatto il rapporto ha dichiarato che le immagini raffiguravano «il simbolo del movimento internazionale Lgbt», ossia la bandiera con i sei colori dell’arcobaleno. In una delle due fotografie, la bandiera faceva da sfondo alle due donne, mentre nell’altra era raffigurata «una rana antropomorfa dei fumetti che indossava una parrucca a sei colori».

Davanti al giudice, Rezankov ha tentato di spiegare che quell’immagine di Pepe the Frog non avesse nulla a che vedere con la comunità Lgbt, ma che si trattasse di un meme ironico di una rana in versione clown. Quanto alla foto di Zetkin e Luxemburg, l’imputato ha escluso che si trattasse di propaganda Lgbt, «anche se alcuni ricercatori ritengono che le due donne avessero una relazione stretta e vivessero insieme», ha affermato in tribunale.

Ma c’è di più. A quanto emerge, infatti, le pubblicazioni incriminate sarebbero vecchie di oltre cinque anni, cioè quando la comunità Lgbt non era ancora riconosciuta dal Cremlino come «organizzazione estremista». Una motivazione che, però, non ha scalfito la convinzione del giudice: Rezankov è colpevole di una reiterazione del reato proprio in virtù del mancato adeguamento della sua pagina «in conformità con la legge», com’è scritto nel testo dell’ordinanza che gli è costata l’equivalente di circa venti dollari.

Una cifra irrisoria, certo, ma quanto accaduto a Novgorod non è un caso isolato: nel 2024 sono stati almeno centotrenta i provvedimenti giudiziari accertati per «propaganda Lgbt», avviati per un determinato colore dei capelli, un abbigliamento ritenuto «poco virile» nel caso degli uomini, film con amori omosessuali e – per l’appunto – foto o reaction sui social network, per un ammontare complessivo di almeno venticinque milioni di rubli versati come ammenda.

E questa non è che la punta dell’iceberg. Il percorso di demonizzazione e discriminazione messo in atto contro la comunità Lgbt in Russia affonda le sue radici nel 2013, quando cominciarono a circolare le prime norme contro la propaganda tanto avversata dal Cremlino. Secondo quanto stabilito dalla Corte Suprema, il movimento Lgbt rientra tout court nelle organizzazioni estremiste e ciò significa che chi venga accusato – singolarmente o a livello associativo – di diffondere tali messaggi rischia di incorrere in sanzioni che possono arrivare fino a dieci anni di carcere.

Ripercorrendo a ritroso le tappe del lungo processo liberticida, al divieto di unioni omosessuali del 2020 ha fatto seguito, due anni più tardi, il divieto di diffusione di materiali correlati alle relazioni tra persone dello stesso sesso (il caso per cui è stato ritenuto colpevole Georgy Rezankov, per intenderci). Nel 2023 l’ultimo adeguamento normativo, che prende di mira i trattamenti volti alla transizione di genere e mette fuori legge la comunità.

In termini più ampi, l’autoproclamata crociata della Russia contro la propaganda Lgbt si inserisce nel quadro che vede Mosca proporsi come difensore dei valori tradizionali dai rischi della corrotta dottrina occidentale. Un vessillo della tradizione da sventolare contro il decadentismo dei costumi tipico degli europei e degli americani. E pure degli ucraini, moralmente corrotti al punto che invaderli, in fondo, potrebbe non essere stata una cattiva idea, almeno secondo una propaganda marcia diffusa al ritmo di censura e Sigma Boy.

Eppure, l’ideologia putiniana sembra aver attecchito in qualche Stato particolarmente attento agli «ordini di scuderia» che arrivano dal Cremlino. Tbilisi e Budapest ne sono un esempio lampante. La scorsa estate la Georgia è piombata nell’incubo delle leggi contro gli agenti stranieri, che hanno stretto il cappio attorno al collo delle organizzazioni non governative e sgombrato il campo all’avvento delle leggi contro la propaganda Lgbt, coniate dal partito di governo Sogno Georgiano a immagine e somiglianza delle omologhe norme russe.

Agli inizi di aprile è stata la volta dell’Ungheria: con un emendamento approvato a larga maggioranza, il presidente Viktor Orbán ha decretato per legge il riconoscimento dei due soli sessi biologici, maschile e femminile, aprendo le porte all’uso di sofisticati sistemi di videosorveglianza per il riconoscimento facciale di tutti coloro che prendano parte a manifestazioni Lgbt. Peccato che i pride, così come tutte le altre manifestazioni vagamente correlate al rischio di diffondere la propaganda, siano state anch’esse vietate per legge, scatenando un’ondata di polemiche e una riflessione profonda anche in seno all’Unione europea. 

Quello che è stato per lungo tempo presidio indiscusso della libertà individuale vive oggi una crisi senza precedenti, minato non soltanto ai propri confini ma anche internamente da correnti che, invece, ne mettono a repentaglio la tenuta dei valori.

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