La strana coppiaXi Jinping legittima Putin nella guerra simbolica contro l’Occidente

Presenziando alla parata di Mosca, il leader cinese ha confermato il sostegno di Pechino alla narrazione revisionista del Cremlino e alla costruzione di un asse alternativo alla Nato e agli Stati Uniti

LaPresse

Xi Jinping assiste in prima fila alla parata militare del 9 maggio, accanto a Vladimir Putin, nel cuore di Mosca. È l’ottantesimo anniversario della vittoria sul nazismo; quello vero della seconda guerra mondiale, non quello evocato oggi dal dittatore russo per invadere l’Ucraina. I soldati marciano sotto la pioggia di fanfare, le bandiere ondeggiano sopra la Piazza Rossa, i carri armati sferragliano come in uno spettacolo teatrale. La fiera delle vanità geopolitche si mostra in tutta la sua illusione, ma la scena non è solo cerimoniale: è politica.

Per la prima volta dall’inizio della guerra, il leader della seconda potenza economica del pianeta legittima con la propria presenza il progetto russo di riscrittura dell’ordine globale. È una parata della memoria, ma anche una parata dell’adesione: Xi sceglie di essere a Mosca non per ricordare il passato, ma per confermare un’alleanza che guarda al futuro.  La sensazione è che Donald Trump, con la sua diplomazia da guerra commerciale e la retorica del primato americano, abbia finito per costruire proprio lo scenario che voleva evitare: una convergenza sino-russa più salda che mai, in aperta opposizione all’Occidente.

La presenza del leader cinese alla parata del 9 maggio, organizzata come ogni anno per commemorare la capitolazione della Germania nazista nel 1945, assume un valore inedito: per la prima volta dal 2022, una grande potenza globale partecipa ufficialmente a un evento simbolico russo mentre infuria il conflitto in Ucraina. Per Putin, stretto da sanzioni occidentali e isolato sul piano diplomatico, la visita del leader cinese è una boccata d’ossigeno e un investimento strategico: dimostrare che Mosca non è sola.

Xi non è un osservatore, è l’ospite d’onore. E la sua visita, durata quattro giorni, è stata scandita da parole chiare: «In questa nuova era, le relazioni Cina-Russia sono più calme, fiduciose, stabili e resilienti». Una dichiarazione di solidarietà, ma anche una sfida al linguaggio dominante dell’Occidente.

La guerra non è cessata neppure il giorno della tregua annunciata da Putin per accompagnare le celebrazioni. Secondo l’aeronautica ucraina, nella notte tra il 7 e l’8 maggio, bombardamenti russi hanno colpito la regione di Sumy. E mentre il Cremlino mostra soldati in marcia e carri armati lucidi sotto i riflettori, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky denuncia una «parata del cinismo» e ribadisce che «il male non si placa: si combatte». L’Ucraina non ha mai aderito al cessate il fuoco di tre giorni proclamato unilateralmente da Mosca, e continua a denunciare l’invasione imperiale travestita da crociata antinazista.

Xi Jinping ha parlato di «bullismo egemonico» da parte degli Stati Uniti e ha promesso che Pechino e Mosca lavoreranno insieme per «promuovere una globalizzazione economica multipolare, inclusiva e ordinata». Ha difeso l’autorità dell’Onu, invocando un riequilibrio delle relazioni internazionali in favore dei Paesi in via di sviluppo. 

Putin ha risposto con un discorso improntato al revisionismo storico, manipolando come sempre i fatti: «Insieme ai nostri amici cinesi, difendiamo con fermezza la verità storica, proteggiamo la memoria degli anni di guerra e contrastiamo le manifestazioni moderne del neo-nazismo e del militarismo». La retorica della denazificazione è anche il pretesto per riproporre la solita narrazione della Russia come baluardo contro il disordine globale.

Il partenariato tra Russia e Cina, definito «senza limiti» già nel febbraio 2022 — poche settimane prima dell’invasione dell’Ucraina — è oggi un’alleanza concreta. La Cina è il primo partner commerciale della Russia, ha assorbito l’export energetico penalizzato dalle sanzioni occidentali, ha fornito componenti industriali e copertura politica nelle sedi internazionali. Mosca, in cambio, offre a Pechino un’asse strategica anti-Nato.

Ma il rapporto tra Mosca e Pechino rimane ambiguo. La Cina, pur sostenendo la Russia sul piano diplomatico ed economico, ha evitato un coinvolgimento militare diretto nel conflitto ucraino. Xi ha invocato più volte il dialogo, presentandosi come attore di pace, ma finora non ha esercitato pressioni efficaci su Putin per una reale de-escalation. «La Cina lavorerà con la Russia per assumersi le responsabilità speciali delle grandi potenze mondiali», ha affermato Xi, denunciando le «pratiche egemoniche» e il «bullismo internazionale» senza mai nominare esplicitamente gli Stati Uniti.

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