Il nucleare è sempre stato in cima alle priorità del governo di Giorgia Meloni, che ha menzionato questa fonte di energia – parlando però di fusione (che ha tempi di realizzazione lunghissimi) e non di fissione – persino durante il suo intervento alla Cop29 di Baku sui cambiamenti climatici.
Dopo una lunga trafila di conferenze, convegni e dichiarazioni (talvolta poco concrete), a gennaio il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha inviato a Palazzo Chigi una proposta di disegno di legge per ripristinare un quadro normativo dopo i referendum del 1987 e del 2011, responsabili dello stop alla produzione nel territorio nazionale di energia nucleare.
La proposta di legge, che prevede uno stanziamento di venti milioni di euro l’anno per il triennio 2027-2029, è poi stata approvata a fine febbraio dal consiglio dei Ministri. Tra le altre cose, la norma ha conferito una delega all’esecutivo per adottare una serie di decreti legislativi – entro dodici mesi dall’entrata in vigore – per «disciplinare in maniera organica» tutta la filiera del nuovo nucleare italiano attraverso la stesura di un Programma nazionale.
I decreti si occuperanno della sperimentazione, della localizzazione ma non solo: costruzione dei nuovi moduli, fabbricazione, riprocessamento del combustibile e molto altro, come la «disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti» e la gestione dei rifiuti e del combustibile esaurito.
Durante il question time del 14 maggio alla Camera, la presidente del Consiglio ha confermato «l’impegno del governo nel nucleare, una fonte pulita a basso costo». Il testo della legge delega, secondo Meloni, «sarà presto analizzato dal Parlamento».
L’Italia è l’unico membro del G7 a non utilizzare l’energia nucleare, che nel nostro Paese è stata sfruttata dal 1967 al 1990. Senza contare quelle in costruzione e non terminate, le centrali attive si trovavano a Latina, Sessa Aurunca (Caserta), Trino Vercellese (Vercelli) e Caorso (Piacenza). Puntare sugli impianti di vecchia generazione è incompatibile con i tempi della transizione ecologica, che – tra elettrificazione ed energie pulite – mira a una rapida riduzione delle emissioni nell’ottica di mitigare il cambiamento climatico.
Il governo, però, vuole investire tempo, risorse e know-how industriale nel cosiddetto nucleare di ultima generazione, che prevede sempre una reazione a fissione ma all’interno dei cosiddetti mini-reattori nucleari (Small modular reactor, Smr), teoricamente più economici e veloci da realizzare rispetto alle centrali tradizionali. Al momento, nel mondo ci sono più di quaranta piccoli reattori modulari attivi, ma quasi tutti si trovano nelle fasi pilota, di progettazione o di costruzione.
L’ultimo passo avanti per provare a riportare il nucleare in Italia è stato fatto mercoledì 14 maggio, quando è stata presentata ufficialmente la joint venture tra Enel (cinquantuno per cento delle quote del capitale), Ansaldo Energia (trentanove per cento) e Leonardo (dieci per cento). Il nome della nuova società pubblica è Nuclitalia, e – stando a una nota diffusa alla stampa – «si occuperà dello studio di tecnologie avanzate e dell’analisi delle opportunità di mercato nel settore del nuovo nucleare».
Nuclitalia non costruirà mini-reattori nucleari di nuova generazione nel nostro Paese. L’Italia, infatti, non ha le capacità industriali per sviluppare da sola le tecnologie alla base dei piccoli impianti modulari. Nuclitalia valuterà e sceglierà gli esempi stranieri più idonei al contesto italiano. Il suo sarà un compito principalmente concentrato sullo studio delle tecnologie più avanzate e sull’analisi delle opportunità di mercato.
Il processo, continua la nota, «includerà la definizione dei requisiti specifici per il nostro sistema Paese e la selezione delle soluzioni più promettenti sulla base di un’approfondita analisi tecnico-economica». Nuclitalia, inoltre, «esaminerà le opportunità di partnership industriali e di co-design» per permettere all’Italia di costruirsi anche un ruolo industriale all’interno della partita dell’atomo. Secondo le stime di EY, il nuovo nucleare in Europa potrebbe sviluppare un mercato complessivo da quarantasei miliardi di euro per la filiera industriale italiana, con la creazione di circa 117mila nuovi posti di lavoro e un valore aggiunto di 14,8 miliardi.
Il focus aziendale sarà inizialmente sugli Small modular reactor raffreddati ad acqua. I reattori modulari più avanzati, però, non hanno per forza bisogno di risorsa idrica per le fasi di raffreddamento, bensì di fluidi alternativi come piombo, sodio ed elio. È quindi fondamentale che gli obiettivi di lungo periodo includano lo sviluppo di impianti più virtuosi dal punto di vista dell’impronta idrica.
Il consiglio di amministrazione nominato dai soci di Nuclitalia sarà composto da sette persone e presieduto da Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano dal 2017 al 2022 ed ex presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane, attualmente alla guida del Most – Centro nazionale per la mobilità sostenibile e della Fondazione Bruno Kessler. Luca Mastrantonio, head of Nuclear innovation del gruppo Enel, assumerà il ruolo di amministratore delegato. Il prossimo passo, spiega l’azienda, consisterà nella nomina di «un comitato tecnico in grado di supportare le attività di analisi tecnologica di Nuclitalia».