
Per l’ottavo anno consecutivo, l’Italia si è aggiudicata il maggior numero di premi – nell’ambito dei Traveller Review Awards 2025, giunti alla tredicesima edizione, il riconoscimento con cui Booking.com ha premiato oltre 1,7 milioni di strutture in più di duecento Paesi e territori, basandosi su oltre 360 milioni di recensioni verificate dei viaggiatori – con oltre 200.000 partner premiati, confermando il primato dell’ospitalità italiana.
Quest’anno, c’è stata un’unica città in Italia nella top ten stilata da Booking, che rappresenta nel mondo la qualità dell’ospitalità italiana: Orvieto. Tra le dieci destinazioni più apprezzate dai viaggiatori, ha ricevuto il Traveller Review Awards 2025 di Booking.com, premio che ha aumentato ulteriormente il numero di ricerche di soggiorno in città su Booking.com, dall’annuncio degli Awards avvenuto a gennaio: +33 per cento dal Regno Unito, +67 per cento dai Paesi Bassi, +44 per cento dalla Germania, +29 per cento dagli Stati Uniti e un sorprendente +96 per cento dalla Polonia.
Una destinazione che accoglie, attrae e coinvolge con la sua storia millenaria, la sua cultura, il suo fascino. Tutto questo unito a un inconfondibile stile di ospitalità, che la rende una delle città più accoglienti al mondo.
Accoglienza, cultura, esperienze autentiche e indimenticabili e offerta turistica esperienziale, elementi che accomunano gli operatori locali e, soprattutto, i nuovi progetti capitanati da chi, dopo averlo girato, il globo, è tornato qui per realizzare un sogno e prendere parte, in maniera corale, al racconto di questa preziosa porzione di Umbria.
Francesco Perali se lo ricorda, l’oratorio della prima chiesa di San Giuseppe della città – patrono di Orvieto – quando era bambino, proprio qui, quella casa dove ha sognato di tornare e aprire un grande ristorante, proprio tra le mura della chiesa e dell’oratorio e le loro volte, a Palazzo Petrvs – hotel di charme con nove suite un tempo residenza signorile, costruita nel 1475 per il facoltoso notaio Petrus Facienus, progetto vincitore della categoria Best Renovation al primo Best of Interiors Award di Elle Decor Italia.
Qui trova spazio un progetto ristorativo, nato dall’amicizia e legame professionale con lo chef Ronald Bukri iniziato al ristorante Atman al fianco di Igles Corelli e poi consacrato con l’esperienza a Montalcino, da Osticcio, gestito per conto di un industriale.
Dall’antivigilia del 2023 Orvieto ospita un ristorante in una chiesa sconsacrata del Cinquecento, Coro (il cui nome richiama la solennità del coro ecclesiastico, ma è in realtà l’unione delle ultime due lettere dell’anima della sala e le prime due di quella della cucina). Il ristorante si inserisce nel progetto di ristrutturazione voluto dalla famiglia Tysserand per opera dell’architetto campano Giuliano Andrea Dell’Uva.

Gli spazi di Coro, e la loro storia, sono stati esaltati da una commistione di antico e contemporaneo – per un risultato elegantissimo, d’impatto, tutt’altro che scontato – tra la conservazione degli affreschi, il protagonismo del tufo, onnipresente nell’architettura degli edifici della città tutta.
Colpisce la naturalezza della divisione di stili e materiali che ha seguito un evento naturale e catastrofico della fine degli anni Novanta quando, per fronteggiare la caduta di una parte dell’oratorio, il Comune aveva utilizzato una struttura in metallo che sosteneva la chiesa antica. Una divisione funzionale che oggi è di grande fascino: Dell’Uva ha impreziosito la struttura che si estende lungo i nove metri di altezza del soffitto, diventando cantina e anche sala privata con un tavolo che gode della vista della sala dall’alto.
Qui, nella meta che non potete perdervi nel 2025, lo chef Ronald Bukri neanche voleva aprire. Lui, che dall’Albania è arrivato a Empoli quando aveva sei anni ed è toscanissimo, dopo aver girato il mondo – da Arnolfo, alla Certosa di Maggiano di Paolo Lopriore, passando allo Sketch a Londra al Guillaume at Bennelong a Sidney – sarebbe voluto tornare a casa e lì aprire.
È stato corteggiato e non ha potuto resistere alla bellezza di questo luogo, alle potenzialità di un progetto ambizioso, il primo in termini imprenditoriali.
Qui, l’obiettivo è accogliere, avvicinare, far affezionare il cliente a questo luogo e alla sua cucina eliminando il pregiudizio del cuoco come personalità al centro di un mondo che alla fine rischia di essere solo tutto suo, dove i conti è importante, fra l’altro, farli tornare.
C’è inevitabilmente esperienza, tecnica, c’è il territorio – ora in un’esplosione tipica di questa stagione che sta tutta in Primavera 2025, il neonato menu – che non è forzatamente locale, a chilometro zero tanto per esserlo: parte da Orvieto ma vuole essere una selezione di prodotti, buoni, fatti per bene, che incuriosiscono la sua vena creativa.
Tra i piatti di Coro c’è il fattore comune del gusto appagante: ne è un preludio Burr’olio – olio, una punta di cera d’api, il tutto emulsionato e refrigerato fino al raggiungimento della consistenza burrosa, coperto con polvere di funghi, pomodori, lattuga, sale grosso e polline di pino ad accompagnare un pane semi-integrale, da farine locali – che prosegue nei piatti ai quali lo chef è particolarmente affezionato, i più rappresentativi del suo percorso, ordinabili in aggiunta ai menu degustazione Coro Libero, Coro Armonico e Coro Ardente (tutta brace, dal primo piatto all’ultimo).
Gamberi rossi crudi, olio, limone verde e miele (2015), dove gli ultimi tre elementi formano un’emulsione che non riesce a ricettare perché è il miele che cambia, nelle sua pianta di origine: dolcezza, grassezza, acidità, pochi ingredienti, ma grande pulizia, o gli spaghetti, mantecati al burro di alpeggio francese con Parmigiano Reggiano 36 mesi, limone verde, paprika affumicata Pimenton de la Vera (2018) – paprica affumicata ottenuta dai peperoni della varietà del gruppo delle Ocales e della varietà Bola – che sono equilibrio e golosità assicurati.

Poi, una fotografia della primavera, a Orvieto: gli asparagi, in una panure con erbe fresche, e poi, da mangiare con il cucchiaio, asparagi passati alla brace e uovo affumicato poché, coperti allo sguardo da una spuma di salsa olandese e dragoncello.
Poi, i pisellini freschi a condire e a smorzare il ripieno rustico dei bottoni di pasta fresca: le rigaglie di pollo, al bergamotto. E, infine, le olive umbre nel soufflé al cioccolato, dove sono candite insieme ai capperi e al gelato allo yogurt affumicato.
Il racconto di un territorio non può che passare anche dalla sua produzione vitivinicola, questa raccontata dalla delicatezza, precisione e passione di Valentina, che svela, ancora una volta, l’energia delle nuove generazioni che caratterizzano sempre di più questa destinazione, partendo dalle colline fra Allerona e Ficulle, a nord-ovest di Orvieto, dove Giulia Bonollo ha raccolto l’eredità di nonno Giuseppe e oggi produce Argillae Centopercento con le uve dell’Orvieto Classico. Poi, il racconto di una nuova generazione che porta avanti un’eredità di famiglia è anche quello di Decugnano dei Barbi e di Enzo Barbi, che, con Mare Antico, richiama la componente minerale del terreno: qui, dove c’era il mare che si è ritirato e ha lasciato residui fossili. Si arriva al territorio di Allerona di Riccardo Danielli, che qui produce anche orange wine come Spifferi: Trebbiano, Verdello, Malvasia, Trebbiano, Grechetto e una piccola parte di Moscato macerato sulle bucce.

E il racconto della città del Pozzo di san Patrizio può continuare nel giardino di Gocce, il cocktail bar che affaccia sulla corte interna del Palazzo, e nei suoi divanetti in muratura rivestiti in cotto che riprendono le linee orizzontali bicromatiche del duomo e potrebbero farvi sentire, per un attimo, in un riad marocchino.
