Made (non) ItalyPerché manca ancora un museo dedicato alla storia della moda e del costume in Italia?

Fino al 2 novembre 2025, in provincia di Venezia, sarà possibile accedere a una parte dell’archivio delle creazioni di Roberto Capucci, storico stilista italiano. L’occasione è stato un modo per riflettere (ancora una volta) sull’insufficienza di istituzioni museali che diano valore alla moda

Courtesy of ERPAC

Il 16 maggio siamo stati a Villa Pisani, storica residenza a Stra (Venezia), per la preview della mostra “La forza del colore. Roberto Capucci” dedicata allo stilista italiano che ha contribuito a porre le basi del “Made in Italy”, appellativo di cui siamo tanto orgogliosi ma che ci preoccupiamo di preservare troppo poco. Quest’occasione, infatti, oltre a dare luce al lavoro di Capucci, ci ha ricordato (ancora una volta) la mancanza di un museo nazionale nel nostro Paese che racconti, con una prospettiva storica e istituzionale, la storia del costume e della moda italiana. 

Prima di addentrarci in questo discorso tortuoso e doloroso, è necessario sottolineare perché la visita a questa mostra merita la nostra attenzione. Innanzitutto, l’esposizione è anche il pretesto per visitare Villa Pisani, che conserva arredi e opere d’arte del Settecento e dell’Ottocento tra cui gli affreschi di Giambattista Tiepolo, pittore italiano ed esponente del Rococò; la villa è stata anche crocevia di reali, dogi, re e imperatori di cui resta traccia attraverso i ritratti.

Delle centoquattordici stanze della villa sono quattro le stanze occupate da: venti abiti e una settantina di disegni, schizzi e fotografie d’epoca del designer romano. La mostra è stata curata dalla Fondazione Capucci, in particolare da Enrico e Paolo Alvise Minio (nipote di Capucci) e dal curatore d’arte Francesco Trentini.

Courtesy of Fondazione Capucci

Si inizia salendo una rampa di scale dallo stile neoclassico e con un soffitto altissimo (come tutte le costruzioni architettoniche signorili risalenti al Settecento) che conduce al Salone da Ballo. Qui bisogna strabuzzare gli occhi e darsi un pizzicotto, giusto per rendersi conto che tutta quella magnificenza è reale. Al centro le sculture-abito di Capucci e a fare da cornice, gli affreschi di Tiepolo. Le opere del pittore veneto hanno per lungo tempo ispirato Capucci, in particolare, l’abito sposa al centro della sala, che per colori ed estensione – si parla di metri e metri di stoffa drappeggiata e sovrapposta – ricorda “La continenza di Scipione” di Tiepolo. L’abito da sposa è l’ultima opera di Capucci che ha sfilato in passerella, in particolare allo Schauspielhaus di Berlino nel 1992.

Courtesy of Fondazione Capucci

Sulla stessa pedana, si scorge un piccolo corteo nuziale di vestiti che, per complessità decorativa (elementi floreali tridimensionali e pietre luminose) e preziosità dei tessuti, ricordano il tardo barocco, con protagonisti l’oro e volute. Proprio così, veri e propri archi di tessuto. Gli abiti di Capucci, infatti, sono delle sculture indossabili.
Le linee, i volumi ampi e le forme intricate e geometriche sono strutture che, indossate, diventano “sculture in movimento”. 

Courtesy of Fondazione Capucci

Nel 1995, non a caso, Roberto Capucci fu invitato alla Biennale di Venezia non come couturier ma come scultore, presentando per l’appunto, un abito-scultura. Nel 2025 trent’anni dopo, le sue creazioni sono ancora attuali e soprattutto fonte di ispirazione, come ci conferma Paolo Alvise Minio, che rivela: «apriamo le porte della nostra fondazione a Udine soltanto su richiesta, e in genere per giornalisti e studenti che fanno ricerca». 

Courtesy of Fondazione Capucci

Il percorso espositivo prosegue nelle stanze adiacenti al Salone da Ballo che ospitano teche in plexiglass all’interno delle quali è possibile osservare i bozzetti e gli schizzi di Capucci. Disegni precisi, linee nette con tutti i dettagli sul tipo di tessuto, la metratura e per alcuni, addirittura, viene riportato il nome di chi avrebbe indossato quell’abito. Subito dopo, nella stanza accanto si prosegue con gli scatti realizzati da diversi  fotografi di moda: Toni Thorimbert per il progetto “L’Anorma” (1984), Massimo Gardone per “L’Atelier dei fiori” (2018) e il duo Marzia Messina – Sham Hinchey per “The Wavering Balance”. 

Courtesy of Fondazione Capucci

È nell’ultima sala al piano terra, prima di arrivare al monumentale giardino della Villa, che si compie il miracolo visivo. Le tre stanze dedicate ai tre colori “Rosso, Blu e Verde” ospitano dei veri e propri capolavori in tessuto. Forme architettoniche, mini drappeggi e lavorazioni che renderebbero chiaro a chiunque che, quelli non sono semplici abiti.

Mi faccio raccontare da Minio qual è la tecnica di lavorazione dietro ciascuna gonna, spallina o bustier: «Capucci dava forma al cartone su cui poi adagiava il tessuto per dargli la forma che voleva. Successivamente il tessuto veniva sottoposto a un calore di cento gradi affinché prendesse la forma desiderata. Non ha mai inserito fil di ferro o aggiunte metalliche, tutto si basa su cuciture, rifiniture e l’abilità di Capucci di sperimentare con materiali e nuove forme geometriche. Questo – Minio indica l’abito posto all’entrata della stanza dedicata al rosso – ad esempio, è stato commissionato da Capucci al plissettiere Marco Viviani per provare a sagomare la lana casentino in un certo modo, senza la certezza che si riuscisse a manipolare questo tipo di materiale grezzo. Ma grazie al suo guizzo, alla fine, è riuscito a realizzare quest’opera meravigliosa».

Courtesy of Fondazione Capucci. In primo piano l’abito rosso in lana casentino

Osservando le creazioni, stanza dopo stanza, è lecito chiedersi come ci siano arrivate. «Il mantenimento di ciascun opera – rivela Minio – avviene garantendo la presenza del cinquanta per cento di umidità nella stanza che l’ospita». Anche il trasporto degli abiti è particolare perché si impiegano dei manichini per mantenerne integra la forma e perni per fissare il tutto al suolo. Una cura maniacale, che ricorda quella impiegata per le opere d’arte. Il merito dello stilista romano Capucci, infatti, è stato soprattutto quello di rendere labile il confine tra arte e moda, che spesso gli addetti al settore evitano di valicare. Erroneamente.

Karl Lagerfeld, che è stato direttore creativo di Chanel dal 1983 fino al 2019, «nel corso della sua prolifica carriera, ha sempre sostenuto con convinzione che l’arte fosse distinta dalla moda, anzi persino in contrasto con essa. Nonostante ciò, si è spesso ispirato alle belle arti quanto alle arti decorative nel creare le collezioni stagionali per Chanel, Fendi, Chloé e il suo marchio omonimo, tra gli altri». Si legge così dalla pagina ufficiale del MET Gala che nel 2023 dedicava a Lagerfeld una mostra dal titolo, “Karl Lagerfeld: A Line of Beauty”.

Anche negli spazi della Biennale, arte e moda sono state portate allo stesso tavolo di discussione e riflessione critica. Nel 1996 a Firenze, ad esempio, venivano esplorate la contiguità, le influenze reciproche e il rapporto tra l’universo della moda e le arti visive: design, architettura, cinema, fotografia, musica, costume e comunicazione, nella convinzione che la moda — nella sua complessità e nel suo valore innovativo – «sia una delle espressioni più popolari e significative della cultura di massa, ma anche una delle più sottovalutate» (Catalogo della Biennale di Firenze 1996)». (Catalogo della Biennale di Firenze 1996). 

Ma cosa rende una creazione un prodotto d’arte? In presenza degli abiti di Capucci, questa riflessione è stata tema di conversazione anche con lo stesso Minio, secondo cui il designer romano «usa il tessuto perché è il materiale a lui più familiare, però è lo stesso discorso che può fare un pittore con una tela, uno scultore con un blocco di marmo. Quello che tutti hanno in comune è il fatto che partano da un concetto, da un’idea, da un’ispirazione che nel caso di Capucci, poi diventa abito». Insomma, in un’opera d’arte non ha importanza il materiale impiegato, ma ciò che sottende quella forma. 

Courtesy of Fondazione Capucci

Minio conosce ogni dettaglio delle creazioni dello stilista romano, non soltanto perché è suo nipote, ma anche perché si occupa dell’archivio di Fondazione Capucci, arrivando a catalogare più di ventidue mila bozzetti con relativo codice di riconoscimento. Tutto il lavoro di archiviazione e digitalizzazione avviene negli spazi di Villa Manin (Udine), grazie ad un accordo raggiunto con ERPAC (Ente Regionale PAtrimonio Culturale della Regione Friuli Venezia Giulia) che ha concesso alla Fondazione Capucci gli spazi, facendo in modo che l’intero patrimonio, prima distribuito in varie sedi,  sia riunificato in un unico luogo per essere, oltre che custodito, catalogato.

E come le più grottesche storie all’italiana, Capucci che ora vive a Roma e «si è reinventato costumista a novantaquattro anni» dimostrando un instancabile amore per questo lavoro, dovrebbe reputarsi fortunato. Sì, perché se a Londra c’è il Victoria & Albert Museum, a Parigi il Musée Galliera, a New York il Metropolitan con il  MET Gala: l’Italia non non ha un museo «nazionale» dedicato alla moda, che parli della storia del costume  di ieri e di oggi, trattandolo come fenomeno culturale, artistico, economico, tecnologico e sociale. 

Certo, ci sono quelli mono dedicati come l’Armani Silos di Milano, che due giorni fa ha presentato una mostra sull’alta moda firmata Giorgio Armani. A Firenze, invece, c’è il Museo Salvatore Ferragamo che espone i pezzi storici e innovativi creati dal designer campano. Altre realtà museali sono il Palazzo Morando – Costume Moda Immagine di Milano, che di recente ha visto l’esposizione di alcuni abiti creati da Cristobal  Balenciaga, ma la cui «programmazione – scriveva Andrea Batilla su Linkiesta, già nel 2017 –  e quindi la curatela delle mostre è quanto meno incerta». Poi prosegue, «la cosa più strana però è che tutto il piano terreno non viene usato come area espositiva ma viene messo a reddito affittandolo per eventi, presentazioni o cene aziendali, il ricavato dei quali finisce non al museo ma nelle casse del comune di Milano».

Sul territorio nazionale esistono anche altri istituti come il  Museo della Moda di Villa Mazzucchelli di Ciliverghe di Mazzano, il Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti a Firenze e il Museo Boncompagni Lodovisi. Tutti questi elencati, però, offrono una visione parziale della storia del costume e soprattutto non hanno un programma di esposizioni che sia continuo, né una curatela definita. 

Alcuni tentativi, però, di creare un museo che fosse al pari di quello di New York, Londra e Parigi, sono stati fatti. L’ultimo aggiornamento risale al 2023, quando Lucia Borgonzoni, sottosegretario di Stato per la Cultura, commentava così la notizia sulla fondazione del Museo della Moda nella città meneghina: «finalmente anche Milano, come le altre città delle fashion week, avrà il suo Museo della Moda, un luogo dove raccontare il saper fare delle maestranze della filiera italiana più contemporanea e sperimentare le nuove tendenze. Il MiC stanzia un finanziamento di quattro milioni dal fondo Grandi Progetti. La Moda asset strategico del Paese che deve essere sempre più al centro delle politiche del Governo». I lavori sarebbero dovuti iniziare entro il 2023 per usufruire dei fondi ministeriali stanziati, ma dopo due anni, nessun mattone è stato messo a terra.

Un altro tentativo effimero di relegare alla moda uno spazio di ricerca e di interesse culturale è l’apertura di un portale digitale (www.moda.san.beniculturali.it) che raccoglie testi, immagini e materiale multimediale accessibile a tutti.  Ma il sito presenta diverse lacune. È graficamente vecchio, per niente user friendly e mancano, tra gli altri, documenti su Versace e Max Mara. Addirittura la mostra sull’immenso patrimonio industriale e creativo di Max Mara dal titolo “Coats”del 2011, tenutasi a Mosca, Berlino, Tokyo e Pechino, non è mai approdata a Milano. E come per Max Mara, molti altre mostre hanno saltato il nostro Paese.  

Eventi come quello a Villa Pisani o quello a Palazzo Reale con la mostra “Du Coeur à La Main: Dolce&Gabbana” , per il momento, sembrano essere gli unici attraverso cui poter apprezzare l’eredità creativa, manifatturiera e industriale dell’Italia. Sarebbe importante, però, ripercorrere le fasi più importanti della storia della moda italiana, per osservare come sia mutata la società negli anni, non soltanto nel vestire. Perché gli abiti sono una traccia del mutamento dell’essere umano dal punto di vista psicologico, economico storico e relazionale.

Il lascito non solo in termini di prodotto, ma anche di riconoscibilità e di imprenditorialità, di personalità come Rosa Genoni, Mariano Fortuny e lo stesso Capucci – per citarne alcuni, è un bene prezioso di cui usufruiamo troppo poco. 

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