Verso il Met Gala 2025 L’evoluzione della moda maschile nella comunità nera

In vista dell’appuntamento newyorkese, in programma il 5 maggio 2025, abbiamo passato in rassegna i momenti salienti della storia del “Black Style” (tema della serata), e celebrato le personalità che hanno contribuito a gettarne le basi

Hugo Cardenas con uno zoot suit (AP Photo/LaPresse, ph. Andrés Leighton)

Lo scorso 9 ottobre è stato svelato il tema del Met Gala, l’evento mediatico più seguito all’interno del fashion system, in programma ogni anno al Metropolitan museum of art di New York. Per la prima volta dal 2003, l’appuntamento sarà dedicato alla moda maschile, con il titolo Superfine: Tailoring Black Style. Un chiaro riferimento al libro “Slaves to Fashion: Black Dandyism and the Styling of Black Diasporic Identity” (Durham: Duke UP, 2009) di Monica L. Miller, docente di letteratura afroamericana e ora curatrice della nuova mostra di moda al museo di Manhattan (inaugurerà il 5 maggio stesso, in occasione del Gala). Si tratta di un testo pionieristico sulla storia del black dandyism, in cui l’autrice sfata l’idea che la figura del dandy sia stata soltanto incarnata dall’uomo bianco, ripercorrendo il modo in cui il dandismo si è evoluto nella comunità nera. 

Il termine dandy si diffuse nel diciottesimo secolo in Europa per designare un uomo esteta che ostentava l’eleganza nell’abbigliamento, per differenziarsi dagli altri. Ad esempio, nel suo guardaroba – oltre ai capi classici maschili come camicia, giacca e cravatta – non potevano mancare gli accessori, particolarmente estrosi; si passava dai cilindri alla bombetta, poi il mantello o il cappotto in pelliccia, e ancora: i guanti, alcune volte bastoni da passeggio con pomelli in avorio, gemelli da polso e solini staccabili.

Questo stile eccentrico fu imposto anche alla servitù. Monica L. Miller, in particolare, spiega che questo fenomeno si consolidò in epoca vittoriana perché i signori erano soliti imbellettare i servi a proprio piacimento, così da accrescere il proprio status sociale. L’iniziale imposizione del vestiario, però, si convertì in una forma di rivalsa per la comunità nera. Vestirsi come i loro ex padroni, infatti, significava manipolare quello che, simbolicamente, quei vestiti avevano rappresentato.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Jody Ake (@jodyake)

A partire dagli anni Venti, ad esempio, in America si diffusero gli zoot suit, ossia abiti eleganti che facevano leva sull’esagerazione dei volumi, con giacche dalle spalle particolarmente larghe e pantaloni ampi. Questo tipo di abbigliamento serviva come strumento di differenziazione sociale, soprattutto nei quartieri più poveri e malfamati di New York; successivamente, era diventato la “divisa” tipica da Chitlin’ Circuit, gruppo di locali in cui musicisti e attori afroamericani erano liberi di esibirsi nel periodo della segregazione razziale. 

Hugo Cardenas con uno zoot suit. Foto di Andrés Leighton/LaPresse

In quegli stessi anni, a 10.779 chilometri di distanza da New York, nello specifico a Brazzaville e Kinshasa (Congo), succedeva qualcosa di simile: prendeva piede la moda Sape, strettamente limitata a quella maschile e che consisteva nell’imitare l’abbigliamento dei colonizzatori europei. Lo stile dei sapeurs, i dandy congolesi, all’inizio però veniva ostacolato dalla “politica dell’autenticità” imposta dal dittatore Mobutu Sese Seko, in base a cui era proibito l’uso di giacche e cravatte. Papa Wemba, un musicista di rumba, sfidò il regime indossando in pubblico cappelli stravaganti, giacche sfarzose, camicie colorate e scarpe lucide, in pieno stile black dandy. Oggi quei colori e completi ci ricordano il video musicale della canzone “Tshwala Bami” di TitoM & Yuppe, che di recente è diventata un trend su TikTok.

Ritorniamo a New York, più precisamente ad Harlem – quartiere di Manhattan –, teatro del rinascimento della cultura afroamericana. In quel contesto, i cittadini neri cercarono di esprimere la loro identità e di sfidare le tendenze della moda mainstream indossando capi eccentrici. La moda femminile, ad esempio, rifletteva i crescenti tumulti sociali di emancipazione, di conseguenza gli orli diventavano sempre più corti e a questi si combinava l’uso di colori più audaci.

Verso la fine degli anni Ottanta, le dirette discendenti di questo sentimento di rivalsa femminista furono le cantanti del gruppo hip-hop Salt’N Pepa. Di pari passo al potere comunicativo dei loro testi, infatti, c’era soprattutto quello stilistico. In quegli anni erano diventate icone di riferimento proprio per lo stile innovativo che portavano sul palco, indossando bomber oversize con loghi e scritte in rilievo, cappelli, acconciature raccolte, trucco vistoso e accessori chunky. 

Il settore della moda ne riconobbe da subito il potenziale, e a partire dagli anni Ottanta iniziò ad affiancarsi all’industria musicale. L’esempio più esplicativo è quello dello stilista Daniel “Dapper Dan” Day, che aprì il suo atelier nel 1982. Il designer afroamericano si fece strada nella scena, proponendo capi streetwear a cui venivano applicati i loghi di brand di lusso. Tra le creazioni più significative di Dapper Dan ci sono sicuramente i cappelli con il logo di Louis Vuitton. L’intuizione del designer fu, dunque, quella di capire che i brand di lusso potevano funzionare anche nel Bronx, a Brooklyn, ad Harlem e nel Queens. 

In foto lo stilista Dapper Dan. Foto di Evan Agostini/LaPresse

«All’epoca l’uso improprio dei loghi ha causato allo stilista diversi problemi legali, ma le sue creazioni sono state riconosciute come geniali, persino dalle stesse case  di moda che un tempo trovavano le sue innovazioni offensive. Nel 2019, ad esempio, Gucci ha proposto una collezione in collaborazione con Dapper Dan, ispirata alle creazioni dello stilista afroamericano», scrive la giornalista Caroline Shackelford su Hespokestyle.

A partire dagli anni Novanta fino a oggi, invece, ha avuto un ruolo fondamentale nella narrazione del black dandyism l’ex fashion editor at large di Vogue US, André Leon Talley (1949-2022). Le sue apparizioni, infatti, non passavano inosservate: merito dei caftani su misura lunghi fino a terra.  Ma un dandy non è semplicemente un uomo che si presta a un abbigliamento ostentato: è qualcuno impegnato in «una negoziazione di identità», sostiene Monica L. Miller.

In foto André Leon Talley, ex fashion editor at large di Vogue US. Foto di Mark Lennihan/LaPresse

A partire da questa accezione, in effetti, il black dandyism ha preso varie direzioni. Non a caso, i designer di moda lo hanno declinato in forme, colori e racconti narrativi diversi. Tra questi ricordiamo Virgil Abloh (1980-2021), fondatore del brand di streetwear Off-White. Il suo debutto mondiale avviene con la prima collezione primavera-estate 2019 creata per Louis Vuitton. Il designer di Rockford, ha ridefinito i codici dello streetwear, proponendo capi dalle tonalità chiare, addirittura pattern olografici e fluo, insoliti per lo stile da strada. Nella collezione sono apparsi anche trench in coccodrillo e i guanti. Elementi che rappresentano un’evoluzione della visione eccentrica del dandismo. Ma se da un lato Abloh crea il sogno, il suo collega Telfar Clemens, classe 1985, nel 2020 ha creato un accessorio democratico, le tote bag con il logo intarsiato. La borsa, in poco tempo, è diventato un oggetto di culto, soprattutto per la comunità black e queer americana, tanto da essere ribattezzata come “Bushwick Birkin”, dal nome del quartiere di Brooklyn con un alto tasso di popolazione nera.

Per la prima volta a Milano, invece, quest’anno abbiamo visto la presentazione di abiti di Martine Rose, brand ispirato alla cultura rave, post punk e hip-hop dei primi anni Novanta. Già dalla sua collezione di debutto autunno-inverno 2019, Martine, di origini giamaicane, si era fatta notare creando capi che sfumano il confine tra abbigliamento sportivo e sartoriale, sfidando i tabù sulla sessualità. 

Martine Rose. Foto di Gerald Matzka/ LaPresse

Anche Wales Bonner, stilista ventinovenne di Londra, ha presentato la sua collezione in Italia nel 2022, in occasione di Pitti Uomo. Le collezioni della designer sono un tributo ai creativi e intellettuali neri che hanno contribuito a diffondere coscienza intorno alla diaspora africana. Wales Bonner ne è sempre stata affascinata, infatti «i padri fondatori della cultura nera hanno fatto apparizioni esplicite e implicite nei capi della designer, attraverso dettagli di cuciture o tagli della stoffa. I capi di Bonner  sono generalmente realizzati su misura per enfatizzare la dignità e la linea di chi li indossa, attraverso, ad esempio, la disposizione dei risvolti o il drappeggio dei pantaloni» scrive il giornalista Hilton Als sul New Yorker

Uno dei più recenti esempi di black designer da tenere sott’occhio è anche Romy Calzado, vincitrice Premio Virgil Abloh al Black Carpet Awards (Bca) 2024, tenutosi durante l’ultima Fashion week a Milano. La designer di origini cubane ha attirato l’attenzione di tutto il mondo con la sua collezione d’esordio dal titolo Unlabeled.  Quest’ultima è caratterizzata da capi realizzati in denim di grafene, tra cui anche l’abito chemisier “Naomi 1.5” indossato dalla stessa top model. 

Rihanna e A$AP Rocky al MET Gala 2023 (Evan Agostini/LaPresse)

Per vedere da vicino gli abiti, le foto e i materiali che raccontano l’evoluzione della moda maschile nella comunità nera, sarà possibile visitare la mostra al Metropolitan museum of art (5 maggio-26 ottobre 2025).  L’esposizione, come consuetudine, è promossa da Anna Wintour, direttrice di Vogue America, affiancata per l’occasione da Pharrell Williams, musicista e direttore creativo della linea uomo di Louis Vuitton, l’attore americano Colman Domingo, il rapper A$AP Rocky e il pilota di Formula Uno Lewis Hamilton. Quest’anno, a vestire i panni di presidente onorario ci sarà il cestista LeBron James.

X