
Giorgia Meloni aveva puntato tutto sul suo candidato di estrema destra, su George Simion, che al primo turno aveva ottenuto il quarantuno per cento ma al secondo è stato beffato dall’europeista indipendente Nicusor Dan. Complice un’enorme mobilitazione alle urne, Dan ha realizzato una vera missione impossibile, vincendo le presidenziali con il 53,8 per cento dei voti, al grido: «Europa e onestà».
Mai la presidente del Consiglio italiana si era spesa così tanto, al punto di avere mandato in campagna elettorale a Bucarest Carlo Fidanza. Il capo delegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo adesso si lecca le ferite, affermando che Simion ha perso perché c’è stato un «tutti contro uno, ma è solo l’inizio di una stagione di successi», ha precisato. Sì, perché la destra conservatrice avanza ovunque nelle urne: dal Portogallo alla Francia, dalla Polonia alla Germania. Per fortuna, però, non governa grazie ad alleanze di centro-sinistra o comunque moderate e liberali che provano faticosamente a integrare l’Europa (e non a disgregarla) e a tenere la barra dritta sull’Ucraina contro Vladimir Putin.
Meloni aveva talmente puntato su Simion che, cinque giorni tra il primo e il secondo turno, ci aveva messo la faccia sulla vittoria del fratello rumeno, ricevendolo nella sede di Fratelli d’Italia. Anche Matteo Salvini gli aveva riservato un caloroso abbraccio, mentre Antonio Tajani sperava che al ballottaggio vincesse il candidato europeista e venisse fermata l’onda sovranista.
È lui, il fratello di Romania, si era allargato: aveva postato su Facebook un video in cui saluta i suoi elettori da Roma, «da dove l’imperatore Traiano ha costruito la Colonna (dopo la conquista della Dacia), ndr» e da dove un tempo era la capitale dell’Impero. «Io non voglio più imperi, voglio che viviamo in un’Europa delle nazioni sovrane». E via con sperticati elogi per Meloni: esempio, modello, leader indiscussa. Lui come lei, un underdog che avrebbe fatto grande la Romania. Come? Magari nominando premier il putiniano Călin Georgescu, indagato con l’accusa di azioni anticostituzionali e illeciti nei finanziamenti elettorali, dunque escluso dalla corsa elettorale dopo che la Corte costituzionale romena aveva annullato il primo turno dello scorso novembre.
Il sindaco di Bucarest, un vero outsider, un convinto indipendente europeista, ha rovinato la festa alla premier italiana, ha fermato l’espansione a est dei suoi Conservatori. Una sconfitta bruciante, politica e personale, anche per Matteo Salvini, che aveva gridato allo scandalo, al furto della democrazia, perché era stato impedito a Georgescu, il lacchè foraggiato di Putin, di guidare un Paese europeo, trascinandolo su una deriva ungherese.
Una sconfitta pure per J.D. Vance ed Elon Musk, che all’indomani dell’annullamento del primo turno aveva sentenziato che in Europa non c’è democrazia. E invece domenica è arrivata la risposta dei romeni, che si sono recati alle urne in massa (oltre undici milioni e seicentomila, undici punti in più rispetto al primo turno) e poi sono scesi nelle piazze a sventolare la bandiera dell’Europa. Giovani, tanti giovani che vogliono il rinnovamento ma si sentono, sono e vogliono rimanere europei, che non vogliono finire nell’orbita imperialista della Russia, di una dittatura, di una cultura cattolica integralista.
Meloni già pregustava di aggiungere un’altra medaglia sul petto di combattente per la libertà delle Nazioni, con la presenza di un fedelissimo nel Consiglio europeo. Con Simion avrebbe infatti superato i socialisti nella conta dei capi di Stato e di governo al vertice politico dell’Unione. Ma il colpo di scena nelle urne della Romania ha rotto il giocattolo, ha cambiato le carte in tavola. È un colpo di freno ai sovranisti, che dimostra, ancora una volta, che si può fare: ovvero che le destre ambigue e/o apertamente anti-europee possono essere fermate grazie, come è avvenuto in Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Polonia.
L’avventura politica di Dan, ex prodigio della matematica che era stato doppiato al primo turno e in due settimane ha recuperato venti punti, è la dimostrazione che si può vincere con un forte messaggio di cambiamento e di rottura in un Paese dove la corruzione è dilagante. Presentandosi non come la continuazione delle vecchie classi dirigenti (una parte delle quali era socialista), al potere dalla fine del comunismo nel 1989, ma come candidato anti-sistema: lucido nel capire che l’ascesa dell’estrema destra era dovuta al rigetto di una classe politica «corrotta» e «arrogante». «Se riusciamo a riconquistare la fiducia della gente, la narrativa dell’ultradestra non sarà più attraente» aveva detto durante la campagna elettorale.
L’unico elemento di continuità: la politica estera, il sostegno a Kyjiv, l’avversione a Mosca. «Voglio preservare la partnership speciale con gli Usa ma voglio una Romania attiva anche nel programma di riarmo europeo: sono favorevole ad aumentare la spesa militare».
Viene meno la retorica sovranista e nazionalista sugli avversari soliti noti, incapaci di portare novità, nuova linfa e sangue all’Europa che si vuole dipingere come super Stato soffocante e morente. Viene frantumata l’ipocrita unità del centrodestra italiano sulla politica estera (e non solo: vedi, non ultimo, l’incendio divampato per il terzo mandato dei governatori e la vicenda friulana/trentina).
Così Antonio Tajani ora esulta per la vittoria di Dan, che non è un esponente del Partito popolare, ma un indipendente, comunque un convinto europeista. Infine è arrivato il plauso del presidente Mattarella sullo scampato pericolo in Romania, nello stesso giorno in cui i polacchi hanno votato al primo turno delle presidenziali. Nella Polonia di Donald Tusk si è aperta una corsa testa a testa tra il candidato nazionalista e quello europeista. È sempre l’est, come in Ucraina, il banco di prova della sfida all’ultimo voto o all’ultimo sangue.