Uno spettacolo è ambientato nel 1747, quando ci fu davvero l’incontro da cui prende spunto, tra Bach e Federico il Grande; l’altro in un’epoca imprecisata in cui un imprecisato re d’Inghilterra viene ucciso e il figlio scemo deve ereditare il trono. Uno è scritto da un signore di ottant’anni, l’altro da un trentacinquenne che, nella foto sul suo sito, ha mezza testa rasata e mezza coi capelli lunghi, e a me viene subito in mente Logan Roy: I love you, but you’re not serious people.
Uno l’ho visto a Londra, l’altro a Bologna. Uno è interpretato da appunto Logan Roy – cioè da Brian Cox, che qualunque cosa faccia dopo e abbia fatto prima sarà per noi fanatici di “Succession” sempre Logan Roy; l’altro da Luca Bizzarri e Francesco Montanari. Ovvero: uno è interpretato da uno che non deve più dimostrare niente, l’altro da due che devono ancora dimostrare tutto.
Uno dura due ore e quaranta, l’altro un’ora e venti. Eppure, “The Score” e “Il medico dei maiali” hanno più di qualcosa in comune, mi pare, e ve lo dico ora che sono finite le rappresentazioni di entrambi e quindi non potete andare a vederli e stabilire se sto dicendo una scemenza.
C’è questa fastidiosa questione che una s’illude sempre che quello in corso sia un secolo mai visto, diverso da tutti gli altri, impossibile da comprendere con la letteratura del passato, e poi ogni volta apre quell’Arbasino del 1980 e ci trova il 2025 preciso spiccicato pittato. Ricopio da “Un paese senza”.
«Ma il “tutto esaurito” agli spettacoli brutti e il successo delle mostre brutte, identici al “tutto esaurito” alle mostre belle e al successo agli spettacoli belli? E costantemente commentato all’uscita col medesimo giudizio “eccezzzionale”? La mancanza di punti di riferimento e di criteri di valutazione e di analogie e di standard, nella omogeneizzazione, nella emulsione: l’assenza di motivazioni che possano fornir risposte alla domanda basica “hai capito che cosa è? Sai spiegare perché ti piace?”». (E nel 1980 non avevano neppure una pandemia cui dare la scusa un po’ di tutto, anche del fatto che la gente pur di uscire di casa va a vedere proprio chiunque, se poi è un chiunque di famoso figuriamoci).
Il tutto esaurito è ovunque (i più analfabeti tra gli italiani che stanno sul palcoscenico lo chiamano “sold out”), e la fama è una valuta sempre più ridicola epperò sempre più spendibile. Tutti quelli che conosco che per lavoro sono andati a New York la settimana scorsa, a occuparsi del Met Ball, hanno messo sui loro social foto di quel che avevano fatto nelle uniche due ore libere: foto a Broadway. È gente cui piace andare a teatro? Figuriamoci.
Ma a Broadway in queste settimane ci sono due dei figli di Logan Roy (Kieran Culkin fa “Glengarry Glen Ross”, Sarah Snook “Il ritratto di Dorian Gray”), c’è George Clooney coi capelli tinti, ci sono Jake Gyllenhaal e Denzel Washington a fare quello che secondo le recensioni è il più brutto “Otello” degli ultimi quattrocento anni, ma cosa importa: sono famosi.
Se metti una star (del cinema, parlandone da vivo; della tv, meglio ancora) su un palcoscenico, il teatro sarà sempre pieno: poi puoi andare a casa e dire che la star ha sputacchiato e la saliva è arrivata su di te seduto in prima fila. Se poi sei proprio estremamente disperato puoi aspettare all’ingresso degli artisti e, quando la star esce, chiedere la foto insieme, e allora potrai dimenticare per qualche secondo di cuoricini e invidia degli amici quanto in genere faccia schifo la tua vita.
Una volta un cantante mi disse che a farsi firmare i dischi non andava la gente normale, ma sempre quelli con vite disperatissime, parenti malati da accudire, storie atroci di lutti, devastazione assortita, venivano a chiederti l’autografo sul disco come andassero a Lourdes. Poi i dischi sono diventati modernariato, e adesso la gente va a teatro. O al cinema, ma solo se c’è il famoso in sala a salutare il pubblico. Stavo cercando di capire quando sarei riuscita a vedere il nuovo “Mission: Impossible”, e sul sito d’un cinema di Roma c’era il commento d’un tizio: «Ci sarà Tom Cruise in sala?». Non esistono più le opere, ma solo i famosi che vengono casa per casa a portartele, e tu in cambio della foto insieme sei disposto a consumarle.
In cosa si somigliano, “Il medico dei maiali” e “The Score”? Intanto nel tema, che è: tizio fuori dai giri parla col potente. (Ci vuole un bel po’ di sospensione dell’incredulità per ricordarsi che quello in scena non è Logan Roy, che coi potenti ha tutta la consuetudine del mondo, ma un musicista che vive in provincia. Ci vuole uno sforzo per non pensare: ah, hanno mandato Logan Roy a trattare con Putin).
Tizio non solo fuori dai giri, ma anche non disposto a essere reverenziale. In un caso perché il tizio è pur sempre Johann Sebastian Bach: il re gli chiede di comporre una fuga impossibile a partire da un motivetto immaginato da lui. I musicisti di corte già ridono, non ce la farà mai, il figlio di Bach dice ma guardate che mio padre è più bravo di noi, e quelli ma figurati, vuoi che sia migliore dei musicisti alla corte del re. Ovviamente il vegliardo la fuga la compone all’istante, sai che impresa: è Bach.
Anche il veterinario di Bizzarri sembra averla vinta, all’inizio, con la sola dialettica. Dovrebbe appunto essere sempliciotto con dialettica si scontra con privilegiato imbecille; il principe ereditario inglese, diversamente dal colto Federico di Prussia, dovrebbe essere scemo come i prìncipi più scemi (va a una festa vestito da nazista: dove l’avete già sentito?). Però usa con disinvoltura aggettivi come “roboante”, e insomma non si può contare sulla precisione lessicale.
Bizzarri dice quattro volte in un minuto «signore», usandolo come vocativo, quella cosa che si fa nel doppiaggio perché gli anglofoni dicono «sir», ma nessuno che parli in italiano usa «signore» come vocativo (persino i parcheggiatori qui ti elevano a «dotto’»); però la pièce italiana è ambientata a Londra, quindi forse è giusto che parlino in doppiaggese?
E Brian Cox dice due volte che non ha intenzione di fare cinque ore di strada per andare a kiss the king’s ass, e io ho visto lo spettacolo nei giorni in cui Trump la descriveva come l’attività preferita dei governi europei, e i giornali italiani non riuscivano a tradurla correttamente, come non avessero mai sentito l’espressione “leccare il culo”, e per un attimo ho pensato fosse un omaggio all’attualità, ma no: “The Score” era già andato in scena nel 2023 e già allora Cox, nel ruolo di Bach, usava una locuzione da ventesimo secolo. A un certo punto Bach pretende risposte dal re a proposito dei soldati che a Lipsia hanno violentato una ragazza cieca, e quello dice che, beh, queste cose succedono in tempi di guerra, e io quasi mi meraviglio che a quel punto il drammaturgo non abbia usato un rumsfeldiano «Shit happens».
D’altra parte, i più attenti lettori l’avranno notato qualche riga più su, nel 1980 Arbasino, che con l’italiano ha fatto cose che qualunque persona ami le parole invidia, parlava di «domanda basica», e io credevo che questo doppiaggese per cui abbiamo smesso di dire «basilare» e abbiamo iniziato a dire «basico» come giocassimo al “Piccolo chimico” fosse recente, fosse declino delle élite, fosse affare di noialtri analfabetizzati del presente – e invece.
Al liceo non avevo ancora letto Arbasino, ma avevo ricopiato su uno specchio della cameretta alcune righe da un testo di Julian Beck, quello del Living Theatre. Senza punteggiatura, quindi quando in quinta ci spiegarono Joyce arrivai preparata. Ma, a rileggerle, ridondanti d’ottimismo culturale.
«La gente va a teatro per vedere il drago sconfitto la gente va a teatro per mescolarsi al vento la gente va a teatro per le chiavi della salvezza la gente va a teatro per imparare a respirare la gente va a teatro per la liberazione sessuale per la liberazione spirituale per il messaggio la gente va a teatro non per cattive intenzioni». Non per vedere la gente famosa?