
In una nazione in guerra, la vita deve andare avanti anche dal punto di vista amministrativo. Cose che a noi sembrano banali funzionano perché qualcuno se ne occupa: gestione idrica, pulizia delle strade, raccolta dei rifiuti, animazione della comunità. Sono i compiti dei sindaci in tutto il mondo, ma essere il Sindaco, il riferimento di una comunità, in Ucraina è molto di più. A Bukovel, dal 3 al 5 maggio, si è tenuta l’assemblea nazionale dei sindaci d’Ucraina e abbiamo incontrato tre sindaci che vivono tre situazioni molto diverse: il sindaco di Bar, la cui città è lontana dal fronte ma è stata svuotata di uomini; il sindaco partigiano di Trostyanets, la cui città fu occupata subito all’inizio del conflitto e fu la prima a tornare libera dopo un mese di devastazione; il sindaco di Enerhodar, la cui città è ancora sotto l’occupazione russa, ma la cui comunità rimane legata, per quanto sparsa in giro per l’Ucraina e l’Europa.
Contrariamente all’Italia, i sindaci ucraini vengono eletti contemporaneamente in tutta la nazione. L’ultima tornata elettorale è stata nel 2020, quindi fino a questo ottobre saranno in carica per il loro regolare mandato quinquennale. Successivamente resteranno comunque in carica per la legge marziale, che sospende i processi elettorali fino alla fine della guerra.
Durante il forum hanno avuto modo di confrontarsi tra loro e con le istituzioni nazionali; osservandolo dall’esterno si nota come il dibattito sia sano e paritario, indice di una sana democrazia. Se da un lato Kyjiv chiede alle città di resistere alle difficoltà imposte dalla guerra, i sindaci chiedono sostegno nell’amministrazione, nella ricostruzione e nell’accoglienza dei profughi.
«Abbiamo accolto fin dai primi giorni numerose persone sfollate da altre aree del Paese: alcune solo per una notte, altre – circa duemila, nda – hanno scelto di restare a vivere qui. Per la nostra cittadina di quarantamila abitanti non è poco». A parlare è Volodymyr Syvoliuk, sindaco di Bar, città nel centro del Paese, quindi abbastanza lontana dal fronte. Bar è gemellata con l’italiana Bari, con cui condivide il nome per ragioni storiche. «Il coinvolgimento della cittadinanza è stato immediato e tutti sono diventati volontari, sia per la gestione dei profughi che per svolgere le mansioni oggi scoperte. Tremila dei nostri uomini sono oggi al fronte e qualcuno quei lavori deve farli. Purtroppo, abbiamo contato centosessanta caduti e quasi cento dispersi».

Dal punto di vista finanziario, il conflitto ha avuto impatti significativi. «All’inizio della guerra, il nostro bilancio comunale era di circa centocinquanta milioni di Grivnie (Circa 3,2 milioni di euro). Nel 2023 è raddoppiato grazie al contributo delle forze armate presenti sul territorio che versavano le tasse qui». Ma non è durato: «Alla fine del 2023 questi fondi sono stati trasferiti altrove e nel 2024/25 non li riceveremo più. Per questo stiamo cercando nuove strade per sostenere il bilancio, come aste per l’affitto di terreni e supporto da imprese trasferitesi da zone di guerra».
Il sindaco evidenzia anche il ruolo della comunità nel trattenere la popolazione, specie i giovani: «Stiamo facendo di tutto perché chi è fuggito dalle zone occupate voglia restare qui. Ma anche per evitare che i nostri giovani cerchino fortuna altrove».
Una giovane che ha deciso di tornare nella sua città nonostante sia a quarantacinque chilometri dal confine con la Russia è Svtalana Popovych, assistente e traduttrice del sindaco Yuri Bova. Lui è un fiume in piena: si presenta con un dépliant sulla sua città: “Trostyanets – A town that has endured occupation and strives to rebuild itself”. La città, nella regione di Sumy, è stata occupata subito dopo l’inizio della guerra e liberata un mese dopo, ma anche dopo quasi tre anni di bombardamenti, l’ospedale, la stazione, le scuole, e mezza città sono gravemente danneggiati.
«È stata una situazione davvero terribile. Siamo stati sotto occupazione per un mese intero. I russi hanno saccheggiato la città, hanno ucciso, stuprato, compiuto atrocità contro la popolazione: tutti vivevano nel terrore di non sopravvivere al giorno dopo», racconta il sindaco Bova. «Il mio compito durante l’occupazione era capire come fornire soccorso immediato ai cittadini e contemporaneamente collaborare con l’esercito ucraino per liberare Trostianets il prima possibile. Siamo stati la prima città liberata in questa fase di guerra, ma le conseguenze erano devastanti: la città era distrutta. La prima emergenza è stata ripristinare energia, acqua e l’ospedale. Poi sono venuti i trasporti, la scuola e ogni edificio civile. Dopo tre anni, celebriamo ora le prime riaperture, ma altre città sono ancora ridotte così».
E ancora: «Oggi il mio ruolo è coordinare ogni progetto di ricostruzione, individuare le priorità e reperire i fondi necessari, nazionali e internazionali, perché non possiamo rifare tutto in un colpo solo. Bisogna elaborare una strategia di sviluppo, stabilire quali cantieri aprire per primi (rimozione mine, ripristino strade, ricostruzione scuole) e rendere ogni decisione trasparente, comunicandola ai media e ai partner esteri che ci finanziano».
Yuri Bova però non è solo un sindaco, è un partigiano, perché anche lui ha combattuto per liberare la sua città. Ma non è un partigiano solo ucraino, è un partigiano europeo, come dice lui stesso: «Sì, ci sentiamo parte dell’Europa. Abbiamo combattuto per la democrazia di tutto il continente perché siamo partigiani europei. La vittoria non arriverà con le trattative, ma smantellando la corruzione russa e indebolendo il suo potere militare. Dobbiamo difendere i nostri confini e la libertà dei nostri figli».
Non è tornata ancora libera Enerhodar, la città sulla sponda orientale del Dinipro amministrata da Dmytro Orlov prima dell’occupazione russa. «Quando i russi sono entrati in città, hanno distrutto quasi tutta l’infrastruttura: strade, impianti industriali, abitazioni. Hanno ucciso civili, saccheggiato negozi e aziende, radendo al suolo interi quartieri. È iniziato un vero e proprio terrore quotidiano», ci racconta. Eppure, ci sono ancora ucraini che vivono lì. Chi sono e perché restano?

«All’arrivo degli occupanti circa l’ottanta per cento della popolazione è fuggito. Il venti per cento che è rimasto è composto in gran parte da anziani o da persone impossibilitate a spostarsi per motivi di salute. Alcuni hanno scelto di restare per necessità o perché non avevano più alternative; pochi – forse il cinque per cento – hanno aderito al regime russo, ma la maggioranza vive in condizioni drammatiche, senza elettricità né servizi. Più di mille nostri concittadini sono stati torturati e oltre trenta persone sono già state processate da tribunali russi e condannate fino a quattordici anni di reclusione per aver rifiutato di collaborare», dice Orlov.
Eppure, la sua città è in una di quelle zone considerate russofone, che Mosca starebbe liberando, secondo la propaganda del Cremlino. «Molti cittadini parlavano russo e credevano alle promesse di Mosca, pensavano fosse una questione linguistica. Quando però è scoppiata la guerra, hanno capito che si trattava di un pretesto per il controllo politico e militare», dice il sindaco.
Il ruolo del sindaco continua, anche fuori dalla propria città. «Adesso mi occupo di mantenere attiva la logistica per i profughi e coordino i gruppi di supporto, tanto per chi è in Europa, quanto per chi è in città», aggiunge ancora Orlov. «Preparo i piani di ricostruzione e tengo vivo il dialogo con le autorità regionali e internazionali. Ripongo le mie speranze in un accordo internazionale, sostenuto dall’Europa e dagli altri partner, che ci permetta di restituire la città all’Ucraina. Enerhodar ospita una delle più grandi centrali nucleari d’Europa: riprenderne il controllo è fondamentale per la sicurezza energetica e per la pace futura».
E alla fine è sempre all’Unione europea che questi sindaci volgono i loro appelli. Proprio loro che guidano le loro comunità, ripongono le loro nella Comunità Europea. Speriamo di esserne all’altezza.
Tutte le foto contenute nell’articolo sono di Giulio Albano.