Ohio d’ItaliaPerché il voto nelle Marche sarà un test elettorale importante per tutti i partiti

Le elezioni regionali in autunno ripropongono a livello locale le stesse dinamiche della politica nazionale. La destra del presidente uscente Acquaroli dovrà fare i conti col malcontento della popolazione, mentre il centrosinistra proporre un’alternativa credibile

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Uno dei primi segnali della definitiva ascesa di Fratelli d’Italia arrivò cinque anni fa con la vittoria di Francesco Acquaroli, alle elezioni regionali nelle Marche. Fedelissimo di Giorgia Meloni, con un passato nel Movimento Sociale Italiano, Acquaroli conquistò una regione storicamente legata al centrosinistra, segnando un passaggio politico che avrebbe poi preso una dimensione nazionale. Tra la fine di settembre e l’inizio ottobre 2025 i marchigiani torneranno alle urne per eleggere il nuovo presidente di Regione.

Acquaroli punta al bis, forte del sostegno dei vertici nazionali di Fratelli d’Italia. Meloni vuole evitare di ripetere la sconfitta in Umbria di qualche mese fa e perdere un’altra Regione nel cuore dell’Italia. Dall’altra parte, un peso massimo del Partito democratico marchigiano: Matteo Ricci, europarlamentare ed ex sindaco di Pesaro, capace di raccogliere nelle Marche più di cinquantamila preferenze alle elezioni europee di un anno fa. Guiderà una coalizione molto ampia, anche se mancano ancora le conferme del Movimento 5 stelle e di Azione.

I sondaggi disponibili sono ancora pochi, ma tutti indicano un possibile testa a testa: le Marche potrebbero essere l’unica vera incognita delle cinque regioni al voto nel 2025 (Veneto, Val d’Aosta, Toscana, Campania e Puglia le altre). Il centrosinistra ha storicamente un radicamento forte soprattutto nelle province di Ancona e Pesaro, che da sole ospitano circa il cinquantacinque per cento della popolazione. Negli ultimi anni, però, la destra ha guadagnato molto terreno. Oggi controlla quattro capoluoghi su cinque, compresa Ancona – passata per la prima volta al centrodestra nel 2023 – e governa quasi due terzi dei comuni marchigiani. L’unica eccezione è proprio Pesaro, amministrata fino al 2024 dallo stesso Ricci.

Regione a vocazione manifatturiera ed esportatrice, il sistema produttivo marchigiano ha sofferto molto negli ultimi anni a causa delle varie crisi internazionali che hanno colpito le imprese qui più che altrove. In questo contesto i numeri del governo Acquaroli non sono entusiasmanti: nel 2023, il Pil regionale è cresciuto solo dello 0,6 per cento, contro una media nazionale dello 0,9 per cento, con previsioni modeste anche per il 2024 (+0,3). Negli ultimi cinque anni le imprese attive sono diminuite di più del dieci per cento, con settori come il commercio (-15,9 per cento), il manifatturiero (-12,2 per cento) e le costruzioni (-10,9 per cento) in grande difficoltà.

Ma, come spiega a Linkiesta il candidato per il centrosinistra Matteo Ricci, la colpa non è solo degli scenari globali: «La destra prova a raccontare un’esperienza di buon governo, ma la realtà dice altro. I dati socioeconomici vedono una regione che sta andando peggio della media italiana e questo nonostante l’arrivo di tanti soldi dal Pnrr e i quattordici miliardi legati alla ricostruzione post-terremoto. I numeri ci restituiscono una situazione stagnante. Noi crediamo che si debba investire su due assi principali: la sostenibilità e l’applicazione dell’intelligenza artificiale alla manifattura. In questo senso, vista anche la vocazione della nostra regione, possiamo fare da apripista».

Anche il sistema sanitario è sotto pressione. Le liste d’attesa si allungano, i tempi sono sopra la media nazionale e aumenta la cosiddetta mobilità passiva (i cittadini costretti a curarsi fuori regione): «Tutti gli indicatori sanitari – continua Ricci – ci indicano un peggioramento, sono aumentate le liste d’attesa e la mobilità passiva sanitaria che lo scorso anno è costata alla Regione quaranta milioni di euro. Inoltre secondo la Fondazione Gimbe (Gruppo Italiano Medicina Basata sulle Evidenze), un marchigiano su dieci ha rinunciato a curarsi, perché non trova risposte dal servizio pubblico e non può permettersi le cure private. Il nostro obiettivo sarà invertire questa tendenza e ci batteremo per portare il finanziamento alla sanità ad almeno il sette per cento del Pil regionale».

Nonostante questo scenario, Acquaroli potrà comunque contare su una macchina politica ben rodata che governa a livello nazionale, regionale e nella maggior parte dei comuni marchigiani. Inoltre alle ultime elezioni europee la somma dei tre partiti di centrodestra ha sfiorato il cinquanta per cento dei consensi. «Il presidente uscente – conclude Ricci – ha un punto di forza: il suo partito governa a tutti i livelli e controlla quasi il sessantacinque per cento dei comuni marchigiani. Noi stiamo costruendo una coalizione larga, con tutte le forze di opposizione. In questi giorni stiamo incontrando il Movimento 5 stelle, Azione e molte realtà civiche partendo dai contenuti: parleremo delle Marche, di aree interne, di sanità e della troppa burocrazia. Dall’altra parte cercheranno di portare lo scontro sul piano nazionale. Verranno qui in tanti dal governo, lo faranno perché si rendono conto che l’esecutivo regionale è debole. Le Marche saranno l’Ohio di Meloni».

Effettivamente le elezioni marchigiane potrebbero assumere un significato che va oltre la dimensione locale. Sarà un testa a testa. Dopo la vittoria della destra nel 2020, una riconquista da parte del centrosinistra potrebbe segnare un’inversione di tendenza in continuità con l’Umbria, altra regione del centro Italia strappata al centrodestra qualche mese fa. Al contrario, una conferma di Acquaroli rafforzerebbe la posizione di Fratelli d’Italia e della coalizione di governo a livello nazionale. In questo contesto, le Marche diventano un laboratorio politico: un doppio test per misurare sia la capacità del centrosinistra di proporre un’alternativa credibile, ma soprattutto per valutare la tenuta del centrodestra in una regione che attraversa un momento di difficoltà economica e sociale.

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