Negli ultimi tre anni, nell’immaginario collettivo mondiale l’idea dell’uomo ucraino si è cristallizzata in quella di un soldato in mimetica, con il fucile in mano, che nelle trincee difende la patria. Non sempre il messaggio della difesa della patria passa in primo piano. La tuta mimetica e le armi evocano anche aggressività, soprattutto in un paese come l’Italia, dove è comune ripetere il mantra del «no alla guerra» e «no al riarmo». Una posizione comprensibile, dato che la retorica militare richiama, per molti, quella fascista, contro la quale una parte consistente della società italiana continua a battersi.
Ma il caso degli uomini ucraini in trincea è diverso, per esempio, da quello del raduno degli Alpini a Biella, dove sabato scorso alcuni partecipanti cantavano “faccetta nera” e facevano il saluto romano. Nonostante ciò, c’è ancora chi fatica a distinguere tra un soldato ucraino che difende il proprio paese e un nostalgico del ventennio in uniforme da Alpino.
Uno dei palcoscenici internazionali più influenti, che ogni anno contribuisce a plasmare l’immagine dei paesi partecipanti, è l’Eurovision, il concorso musicale che a maggio attira milioni di spettatori. In Italia, questo evento fino a qualche anno fa ha ricevuto poca attenzione: forse perché si preferisce Sanremo, o forse perché si sottovaluta l’importanza culturale e politica dell’Eurovision, relegandolo a un’appendice europea fatta di tour estivi nei club o sulle spiagge. Eppure, è proprio su quel palco che i Måneskin hanno iniziato la loro ascesa globale, raggiungendo un successo oggi ineguagliabile da qualsiasi altro gruppo italiano.
Quest’anno, l’Italia sarà rappresentata da Lucio Corsi. Nei suoi primi giorni a Basilea – dove si tengono le semifinali e la finale – Corsi si è fatto fotografare con il gruppo ucraino Ziferblat, che pochi giorni prima aveva pubblicato una maglietta con le immagini del cantautore italiano e del frontman Daniyil Leshchynsky, giocando sulla loro somiglianza.
Dal 2022, la partecipazione dell’Ucraina all’Eurovision è diventata qualcosa di più di una semplice esibizione musicale. È un’occasione per presentare il paese, per raccontare ciò che accade in patria. I riflettori servono a tenere viva l’attenzione sull’Ucraina. Va ricordato che, da quell’anno, la Russia è stata esclusa dal concorso.
Nel 2022, a Torino, l’Ucraina fu rappresentata dai Kalush Orchestra, che dal palco lanciarono il grido “Free Azovstal”, rischiando la squalifica ma conquistando la vittoria grazie al televoto. Con quel messaggio volevano attirare l’attenzione sull’acciaieria Azovstal di Mariupol, dove militari e civili si erano rifugiati sotto il fuoco costante dell’artiglieria russa. Subito dopo, alcuni giornali italiani scrissero che il frontman Oleg Psyuk, rientrato in Ucraina, era stato arruolato: una notizia falsa, inventata dai media italiani. Psyuk non si è mai arruolato, ma quella bugia ha rafforzato ancora una volta lo stereotipo dell’uomo ucraino in mimetica.
Nel 2023 è toccato ai Tvorchi, un duo formato da Andriy Hutsulyak e Jeffery Kenny, quest’ultimo di origine nigeriana. La loro partecipazione ha smentito la propaganda russa, secondo cui gli ucraini sarebbero ostili verso gli studenti stranieri, una tesi rilanciata anche in Italia da alcune figure pubbliche. La loro canzone, Heart of Steel, parlava della forza interiore del popolo ucraino, che continua a resistere, nonostante tutto. Nel 2024, l’Ucraina è stata rappresentata dal duo femminile Alyona Alyona e Jerry Heil con Teresa & Maria, un omaggio alle donne ucraine.
Quest’anno, per la terza volta dall’inizio dell’invasione su larga scala, l’Ucraina sarà rappresentata da una band maschile. I Ziferblat porteranno sul palco la canzone Bird of Pray, raccogliendo fondi per lo sminamento dei territori liberati. Tre giovani ragazzi, due gemelli – Daniyil e Valentyn Leshchynsky – e il batterista Fedir Hodakov, offrono un’immagine completamente diversa dell’uomo ucraino. Intelligenti, sensibili, grandi lettori e appassionati di cinema europeo, con diplomi di conservatorio e una ricerca musicale profonda. Si vestono con colori vivaci, portano occhiali eccentrici, ricordando David Bowie, Freddie Mercury e i Pink Floyd.
Sul palco si esibiranno vestiti di azzurro, rosa e verde acqua. Daniyil sarà il Piccolo Principe, in cerca di protezione per il suo “uccellino della preghiera”. Un richiamo simbolico alla speranza, ispirato alla celebre storia scritta da Antoine de Saint-Exupéry, pilota militare ma narratore di sogni, non di guerre.
La guerra, però, è realtà quotidiana per questi ragazzi. Il padre del batterista Fedir è in servizio nell’esercito ucraino: forse la risposta più profonda all’impegno dei soldati è proprio questa: garantire un futuro alle nuove generazioni, che possano raccontare i sacrifici dei loro padri. Nei giorni in cui i Ziferblat sono arrivati a Basilea, un missile ha colpito la casa della corista Hrystyna Starykova a Myrnohrad, nella regione di Donetsk. Attualmente Hrystyna vive a Kyjiv. Ironia della sorte, Myrnohrad in ucraino significa “città della pace”, una pace che la Russia continua a negare.
I piccoli principi ucraini, i Ziferblat, sono pronti a portare amore e speranza sul palco. Lo faranno con i loro costumi rosa, azzurri e verdi, creati da Ivan Frolov, uno degli stilisti ucraini più noti all’estero. Si esibiranno martedì, durante la prima semifinale, con il numero 5. L’Italia, in quanto paese cofondatore dell’Eurovision, accede direttamente alla finale che si terrà sabato 17 maggio.
Nel fragore della guerra, gli ucraini cercano di raccontare anche un’altra immagine di sé: umana, fragile, ma piena di speranza per una pace giusta. L’uomo ucraino non è solo una mimetica, che la indossi oppure no. Basta guardare un po’ più in profondità. Vediamo cosa scriveranno quest’anno i giornali italiani, ancora turbati – dopo tre anni – dalla giacca militare del presidente Volodymyr Zelensky.