Dopo l’uccisione in un attentato di ventisei civili di religione hindu lo scorso 22 aprile a Pahalgam (nella porzione di Kashmir sotto il controllo indiano), il governo di Nuova Delhi ha accusato il Pakistan di aver appoggiato il commando terroristico.
L’episodio ha risvegliato nell’opinione pubblica un clima di vendetta le cui radici affondano nella spartizione del subcontinente indiano su base religiosa del 1947. Da allora il Kashmir, uno dei territori più militarizzati al mondo e a maggioranza musulmana, è conteso tra i due Stati lungo la cosiddetta linea di controllo, il confine che di fatto separa i due Paesi, formatosi all’indomani della prima guerra indo-pachistana.
Oltre all’accusa di responsabilità a carico di Islamabad, il governo di Nuova Delhi non ha fatto attendere una risposta militare all’attentato. La tensione diplomatica tra i due Stati confinanti è infatti esplosa nella notte tra martedì 6 e mercoledì 7 maggio, quando i missili indiani hanno colpito il Kashmir e il Punjab, causando ventisei morti e quarantasei feriti. Una rappresaglia che Nuova Delhi minacciava già all’indomani del 22 aprile, sostenuta fortemente dall’opinione pubblica.
A ribadire la matrice religiosa dell’offensiva indiana è la scelta del nome dell’operazione, Sindoor, la polvere rossa che le donne hindu sposate cospargono tra l’attaccatura dei capelli e la fronte. Non è tardata neppure la controffensiva da Islamabad. Il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, ha definito quello da parte dell’India il più esteso attacco aereo contro il Pakistan da decenni.
Il rischio di un’escalation di tensione e attacchi tra i due Paesi, entrambi dotati di arma atomica e storicamente rivali, è preoccupante, così come la decisione di Nuova Delhi, subito dopo l’attacco del 22 aprile, di sospendere lo storico Trattato delle Acque dell’Indo, che da oltre sessant’anni regola l’approvvigionamento idrico dei due Paesi.
Il Trattato delle Acque dell’Indo è il risultato di anni di negoziati seguiti alla nascita dei due Stati. Con la suddivisione del subcontinente indiano nel 1947, infatti, occorreva stabilire una spartizione delle risorse idriche, dal momento che tutte le sorgenti del bacino dell’Indo ricadevano nel territorio indiano.
Grazie alla mediazione della Banca Mondiale, nel 1960, si è giunti alla decisione di cedere il controllo degli affluenti orientali (Ravi, Beas e Sutlej) all’India e di quelli occidentali (Indo, Jhelum e Chenab, anche se solo per l’ottanta per cento) al Pakistan. Sopravvissuto alla storica tensione tra questi due Paesi rivali, il trattato è stato finora considerato uno dei tentativi di gestione transfrontaliera delle risorse idriche di maggiore successo al mondo.
Il Trattato delle Acque dell’Indo è stato fino alla decisione annunciata da Nuova Delhi – non del tutto inattesa, dal momento che l’India pare avesse già chiesto al Pakistan di rivederne i termini – un raro esempio di delicato equilibrio ecologico tra i due Paesi confinanti, in bilico su una precaria faglia geopolitica. E se la Banca Mondiale non può più farsi garante di questo accordo decennale – un duro colpo alla solidità del diritto internazionale – anche l’acqua, o meglio l’accesso a questa preziosa e contesa risorsa, può a sua volta diventare una minaccia militare.
Basti pensare che l’ottanta per cento dell’agricoltura pakistana e circa un terzo della sua energia idroelettrica dipendono dalle acque del bacino dell’Indo, il terzo per lunghezza del subcontinente indiano. Dalla sua sorgente in Tibet, l’Indo percorre oltre tremila chilometri, attraversando ben tre Stati – Cina, India e Pakistan – prima di gettarsi nel mare Arabico.
La crisi diplomatica e militare tra India e Pakistan non fa altro che aggravare la vulnerabilità degli stessi attori coinvolti. Decine di città indiane, infatti, hanno già sfiorato temperature estreme a inizio aprile, costringendo le autorità a diramare un’allerta. Anche il Pakistan, uno dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi climatica (nel 2022 un’alluvione causò circa millesettecento morti), deve far fronte a gravi ondate di calore e siccità. Secondo il rapporto di Germanwatch, circa un pakistano su sette (trentatré milioni di persone) è direttamente colpito dagli eventi meteorologici estremi.
L’equilibrio del bacino dell’Indo è uno dei più fragili e minacciati dal cambiamento climatico. Se in estate lo scioglimento delle nevi e dei ghiacci alla sorgente garantisce flussi di acqua relativamente abbondanti, con l’avvicinarsi dell’autunno e dell’inverno i volumi diminuiscono drasticamente.
Per il Pakistan, che ha un’economia principalmente agricola, qualsiasi riduzione del flusso al di fuori della stagione estiva potrebbe essere devastante. Secondo quanto riportato dalla Bbc, la minaccia del governo di Nuova Delhi di non far scorrere neppure una goccia d’acqua verso il Pakistan sarebbe al momento irrealizzabile. Sarebbe impossibile per l’India trattenere decine di miliardi di metri cubi d’acqua dai fiumi occidentali durante i periodi di piena. Mancano sia le imponenti infrastrutture di stoccaggio, sia i vasti canali necessari per deviare tali volumi.
Si teme tuttora un’escalation tra i due Paesi storicamente rivali. La comunità internazionale tiene alta la guardia per evitare che il conflitto degeneri. Secondo Diego Maiorano, professore associato di Storia dell’India contemporanea all’università di Napoli l’Orientale, l’India avrebbe tutto «l’interesse di far finire le ostilità il prima possibile». Si tratterebbe piuttosto di una dimostrazione di forza.
Se la partita si chiudesse qui, la reazione indiana e la risposta pakistana permetterebbero a entrambi i Paesi di uscirne con l’orgoglio intatto e vittoriosi al cospetto della rispettiva opinione pubblica. Ma la minaccia ancora non smentita di sospendere il Trattato sulle Acque dell’Indo segnerebbe un preoccupante precedente: la rottura dell’equilibrio geopolitico e ancor più ecologico.