Come per la volpe è acerba l’uva che non riesce ad afferrare, il governo e la maggioranza sostengono che Emanuel Macron e Friedrich Merz sono due anatre zoppe che hanno la pretesa di comandare l’Europa, emarginando Giorgia Meloni, l’unica leader veramente stabile. I giornali d’area centrodestra rilanciano questa luogo comune sull’Europa carolingia guidata da regnanti dimezzati che si incontrano e si fanno i selfie «in posa plastica, all’Eliseo, simulando centralità imperiale» (Libero). Quando invece sono divisi su tutto (Il Giornale).
Il presidente francese ha pochi anni di vita politica all’Eliseo, il cancelliere tedesco è stato appena eletto dal Bundestag alla seconda votazione. Quindi i due, secondo la tesi della destra italiana, dovrebbero stare calmini: non sono legittimati a indicare la strada sul futuro dell’Europa. Lo sarebbero l’Italia della regina Giorgia I, e l’Ungheria del democratico illiberale e putiniano Viktor Orbán. Macron e Merz invece no, neanche il polacco Donald Tusk, perché troppo schierato con l’Ucraina, troppo schiacciato nel formato triangolare di Weimar delle anatre zoppe.
Nessuno è perfetto, tutti hanno interessi nazionali ed economici da difendere, muri alle frontiere da innalzare, anche interne alla propria politica. Macron ha un governo debole e deve fare i conti con madame Marine Le Pen, anche lei per la verità azzoppata da una sentenza che le impedisce di candidarsi all’Eliseo. Merz ha qualche problemino alla sua destra con i neonazi dell’AfD, considerati un pericolo per la democrazia, ma anche il primo partito secondo i sondaggi. E cosa questo significhi per i tedeschi basta leggere l’articolo pubblicato ieri da Linkiesta di Carlo Panella.
Allora è inutile, e perfino infantile, dire che è acerba l’uva che non si riesce ad afferrare perché nei cerchi concentrici europei si saldano quelli che si trovano più vicini storicamente e possono procedere più in fretta. Senza per questo volere escludere gli altri, perché l’Italia in quanto tale non può essere emarginata, al di là del colore politico di chi siede a Palazzo Chigi. Joe Biden, che baciava in fronte Giorgia Meloni, ne è l’esempio più eclatante. Donald Trump alla fine sa che dovrà vedersela soprattutto con la Germania e con la Francia, oltre che con la Gran Bretagna, per il loro peso specifico politico, militare ed economico.
Insomma, è stucchevole ripetere che Macron è vanesio, pensa solo alla grandeur decaduta della Francia, che si voleva pure imbucare nel faccia a faccia Trump-Zelensky tra i magnifici marmi di San Pietro. E che Merz vuole il ReArm Europe solo per riarmare se stesso e fare great again l’economia renana. Non ci si rende conto della situazione in cui ci troviamo. Degli enormi problemi in cui è stritolata l’Europa, delle minacce non solo militari.
Si tratta di difendere lo spazio di libertà che rappresenta l’Unione europea, di un unicum istituzionale di valori e anche di mercato che avrà pure mille difetti, contraddizioni, lentezze burocratiche, disuguaglianze, anacronismi nazionalismi. E anche tanti nemici vicini (Russia) e lontani (gli Stati Uniti di Donald Trump) che vorrebbero tenerla in uno stato di nanismo politico e di decadenza economica. Ma è rimasta anche l’ultima oasi continentale in Occidente di società aperta, di università libere, di scuole e ospedali pubblici non certo i peggiori al mondo. È la debole fortezza alle cui porte bussano ogni giorno milioni di persone in fuga dalla fame, dalle guerra, dalle persecuzioni.
L’Europa sarà pure malconcia, avrebbe sicuramente bisogno di uno slancio di debito condiviso, di razionalizzare le spese militari per difendersi meglio, di un salto tecnologico, di maggiore concorrenza e coesione sociale. Dovrebbe dare il via libero all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, avere una comune e orgogliosa postura canadese nei confronti di Washington. I problemi e i ritardi si conoscono, ma di tutto noi europei abbiamo bisogno tranne che dividerci, essere gelosi degli altri, farci i dispetti. E questo vale per tutti perché ci sono atteggiamenti che possono dare fastidio a Meloni e ancora tanto egoismo nazionale se non nazionalista.
Nessuno è uno stinco di santo, ma sicuramente non è l’ora di ricreazione all’asilo mariuccia e di spargere veleni sulle anatre zoppe perché finiremo per zoppicare tutti. Sarebbe il momento per Meloni di dire io ci sto a fare grande l’Europa, di vedere le carte di Macron, Merz e Tusk, di essere della partita. Sarebbe il momento di volare alto: è l’unico modo per onorare il 9 maggio, la Giornata dell’Europa, il giorno della resa incondizionata del nazifascimo nel 1945. Ottant’anni di pace, benessere e solidarietà tra europei, che ignoranti europei, di destra e di sinistra, sostenuti da interessi economici extraeuropei, non si rendono conto di quanto preziosi siano.