Mentre ovunque si parla di «stanchezza dalla guerra russa», coloro che avrebbero più motivo di essere stanchi – trovano sempre le forze per raccontare e raccontarsi: gli ucraini, che resistono da tre anni all’invasione su larga scala e da undici alla guerra ibrida. Uno dei palcoscenici più importanti d’Europa per farlo è la Biennale di Venezia, che attira visitatori e conoscitori d’arte contemporanea da tutto il mondo.
Nel 2022, a pochi mesi dall’invasione su larga scala, l’Ucraina era rappresentata dalla Fontana dell’Esaurimento di Pavlo Makov, evacuata da Kharkiv mentre le bombe cadevano sulla città. Linkiesta ha intervistato Makov in due diverse occasioni, raccogliendo la sua preziosa testimonianza sull’esperienza di un artista ucraino oggi.
Quest’anno, l’Ucraina è rappresentata dal progetto “DAKH (ДАХ): Vernacular Hardcore – Il Tetto: hardcore vernacolare”. Il termine hardcore, qui usato nel suo significato originario, indica detriti, macerie, frammenti di mattoni: ciò che resta dopo la distruzione e che, insieme, può costituire le fondamenta di un edificio.
La mostra richiama un’etica e una politica della ricostruzione fondata su un hardcore fragile ma resistente: l’unione ucraina, sia locale sia globale, sorretta da assi portanti come cura, solidarietà, resistenza e ricostruzione – come affermano i tre curatori del padiglione: Bohdana Kosmina, Mihal Murawski e Kateryna Rusetska.
Il concetto di vernacolare richiama una lingua quotidiana, non codificata, parlata da una comunità in un luogo preciso. Una lingua senza dizionari né «polizia grammaticale». Allo stesso modo, si parla di architettura vernacolare come di un’architettura «senza architetti», costruita senza il controllo dei professionisti.
«Il tetto è l’elemento base dell’architettura», scrive sul proprio sito l’Ukrainian Institute, che sarà il commissario del padiglione ucraino alla Biennale per i prossimi sei anni. Il tetto protegge dai temporali e custodisce la vita quotidiana. Ma nell’attuale realtà dell’invasione russa, dove il combattimento si svolge in cielo—con droni, UAV e missili—il tetto è spesso il primo bersaglio, il punto più vulnerabile. Il tetto diventa così una soglia ambivalente tra il tempo della guerra e quello della ricostruzione. Una ricostruzione che inizia anche mentre la distruzione continua. Proprio dal concetto di vernacolo possono nascere strategie di ricostruzione sostenibili nel lungo termine.
Un altro tema centrale del padiglione è quello della sicurezza. Perché la ricostruzione non ha senso senza garanzie di sicurezza. E non ci può essere sicurezza senza una battaglia per la giustizia. Da oltre dieci anni il cielo ucraino è sotto attacco dalle macchine militari russe. I sistemi antiaerei solidi sono ancora un sogno lontano. Per proteggere i propri cieli, gli ucraini costruiscono da soli una difesa: un tetto ronzante di droni che sorvolano i tetti in paglia, amianto, legno, metallo e cemento.
Ilona Demchenko, produttrice esecutiva del padiglione ucraino, racconta così il processo di produzione della mostra: «Tutto quello che vedete nel padiglione è stato costruito in Ucraina, con materiali ucraini, da mani ucraine, in meno di tre settimane». Demchenko ha inoltre curato la mostra Colori spenti, organizzata dallo Ukrainian Institute e da Linkiesta nel novembre 2024.
Il padiglione ucraino resterà aperto per sei mesi, fino alla chiusura della Biennale il 23 novembre 2025, presso l’Arsenale, Sale d’Armi, edificio A, primo piano. I visitatori potranno ammirare l’installazione del tetto tradizionale DAKH, progettata da Bohdana Kosmina, accompagnata da materiali d’archivio sullo studio dei tetti ucraini e da un’immagine digitale generata con l’intelligenza artificiale della studiosa Tamara Kosmina (1936–2016), che ha dedicato decenni alla ricerca su questo tema.
Nel padiglione sono inoltre esposte fotografie dei tetti ricostruiti nelle regioni di Chernihiv, Kyiv, Kharkiv, Sumy e Zaporizhzhia, danneggiati dai bombardamenti russi, e la mostra fotografica di Yevhenia Belorusets “I posti: la regione di Mykolayiv”, che documenta le zone rimaste senz’acqua a causa dell’invasione.
A completare l’esperienza, un’installazione acustica che simula la cupola dei droni protettivi, per immergere il visitatore nella realtà quotidiana di chi oggi vive sotto il cielo ucraino.
I dettagli della mostra sono disponibili al link