Aderire all’Unione europea non è solo una questione di spirito del tempo, c’è una sostanziosa parte fatta di leggi, criteri e standard a cui arrivare. Lo sanno bene i parlamentari che abbiamo incontrato all’assemblea dei sindaci ucraini a Bukovel dal 3 al 5 maggio. «Il traguardo europeo per noi è più vicino di quanto sembri», dice Oleksandr Kornienko, vicepresidente del Parlamento ucraino. «Certo, resta del lavoro da fare, soprattutto con alcuni Paesi membri, in particolare i nostri vicini. Con i vicini è sempre più difficile che con quelli lontani, ma stiamo affrontando le sfide. Come vicepresidente della Rada, ho firmato più di cinquanta progetti di legge – diventati poi norme – per tutelare i diritti delle minoranze nazionali, un tema molto importante per i nostri rapporti, ad esempio, con l’Ungheria. Lavoriamo ogni giorno sull’implementazione di questi diritti, sia a livello legislativo, sia a livello pratico».
Interpretando il ruolo dei più scettici, viene da chiedersi che vantaggi avrebbe l’Unione europea ad allargarsi ulteriormente a est e inglobare l’ennesima repubblica ex sovietica. Per Oleksandr Kornienko, «oggi l’Ucraina è diventata una sorta di garante di sicurezza per l’Europa: stiamo letteralmente tenendo l’est del continente al sicuro dall’aggressione russa. Ma c’è anche un altro lato: siamo una delle maggiori economie agricole del mondo. Se sapremo trasformare il nostro sistema produttivo da un modello basato sulle materie prime a uno fondato sulla produzione alimentare di precisione e sulle energie rinnovabili, allora potremo essere non solo una garanzia di sicurezza, ma un partner economico strategico per l’Unione europea».
Energia e infrastrutture sono un tema centrale quando si parla di ricostruzione, non solo perché indispensabili, ma perché l’Ucraina ne fa un punto di forza. Ne abbiamo parlato con Volodymyr Kreydenko, parlamentare a capo della commissione per i trasporti e le infrastrutture. «Prima della guerra, nel 2022, il nostro obiettivo era l’elettrico, sia per il settore auto, che per quello ferroviario. Ora che stiamo progettando la ricostruzione delle nostre infrastrutture, abbiamo la possibilità di farlo con un approccio adeguato agli standard europei. Sia perché possiamo ricostruire un Paese all’avanguardia, sia perché anche questa è integrazione».
Oggi uno dei principali problemi dell’Ucraina, però, è proprio arrivarci. Non ci sono aeroporti attivi, c’è molto tempo di attesa alle frontiere, ed è difficile acquistare i biglietti dei treni, che sono sempre pieni. «Molti volano su Varsavia o Chișinău, prima di proseguire via terra. Riattivare i voli è complicato: subiamo quotidianamente attacchi missilistici; finché non avremo sistemi di difesa aerea sufficienti, non possiamo garantire la sicurezza dei passeggeri. Stiamo valutando scali più occidentali, come Leopoli o Užhorod, ma serviranno batterie antiaeree dedicate».
Gli sforzi dell’Ucraina di avvicinarsi all’Unione europea sono sempre uno smacco per gli euroscettici nostrani. Da dove nasce questo desiderio di integrazione europea? «Abbiamo gli stessi valori. Difendiamo la democrazia, i diritti umani, il diritto internazionale. Questa guerra non è solo per sopravvivere, è per vivere secondo quei valori, vogliamo far parte della famiglia europea, avere le stesse possibilità e gli stessi standard di vita degli altri Paesi membri. Possiamo anche offrire qualcosa in cambio: abbiamo un esercito esperto, che ha imparato a difendersi dall’invasione russa. Possiamo condividere questa esperienza. E abbiamo una delle applicazioni digitali più avanzate al mondo, Diia. Con un solo strumento abbiamo identità digitale, documenti, pagamenti. Funziona, e può essere utile anche all’Europa».
Kreydenko ha trentasette anni. Durante le proteste di Euromaidan era poco più che ventenne. «Sì, c’ero. Lottavamo per la libertà, per l’Europa. Da allora, il nostro Paese ha fatto tanti passi avanti: abbiamo avviato riforme anticorruzione, istituito tribunali speciali, cambiato le regole del gioco. Non è stato facile, ma oggi l’Ucraina è molto più trasparente rispetto al passato. E questo ci ha permesso anche di ottenere investimenti, fondi, fiducia. Noi non siamo mai stati davvero sovietici. La nostra storia ci ha sempre parlato di indipendenza. Collaboriamo già con Polonia, Ungheria, i Paesi baltici, e abbiamo già recepito quasi tutti gli standard economici dell’Unione. Abbiamo un’anima coraggiosa. Vogliamo vivere con il diritto internazionale, con la democrazia».
Kreydenko proviene da Melitopol, una città dell’Ucraina sudorientale oggi sotto occupazione russa. Mentre svolge il suo ruolo istituzionale a Kyjiv, i suoi pensieri restano legati alla sua città e a chi è ancora lì. «È molto difficile», racconta. «I russi controllano tutto. Non esiste la legge, solo il potere delle armi. Parlare con chi è rimasto è rischioso, a volte ci sentiamo via WhatsApp, ma anche solo inviare un messaggio può costarti la vita. Se ti colleghi con l’Ucraina, sei considerato un traditore».
Smentisce anche uno dei principali miti della propaganda russa, quello secondo cui nei territori occupati ci sarebbe una volontà diffusa di passare con Mosca. «Si parla ucraino e russo, è sempre stato così. Ma questo non conta. I russi hanno ucciso anche chi parlava russo. Il novantanove per cento delle persone vuole vivere come ucraino, con le nostre leggi. Vogliamo essere liberi, fare impresa, viaggiare. L’occupazione ci ha tagliato fuori dal mondo. Ma l’Ucraina è sempre stata un Paese multiculturale, con lingue e religioni diverse. Vogliamo tornare a esserlo, senza imposizioni».
E sulla fine del conflitto non ha dubbi: «Finirà con la fine di Putin. Lui non può accettare di avere un vicino libero e indipendente. Ma se conquista noi, non si fermerà. Dopo verranno Polonia, Lettonia, Lituania. L’Europa deve capirlo: aiutare l’Ucraina oggi significa difendere sé stessi. I nostri soldati, in questo momento, stanno proteggendo anche voi».