Ci sono diversi incipit possibili per questo articolo. Uno, il più inutilmente maramaldo, è: Alessandro Giuli dice che la fine dell’egemonia di sinistra nella cultura è certificata dal fatto che i libri degli autori di sinistra non vendono; il libro di Alessandro Giuli, “Antico presente”, uscito il 15 aprile, ha nelle prime tre settimane venduto 328 copie.
Un altro, il più scontato, è: Cannes, il più intellettuale ed europeo dei festival, apre con un discorso di Quentin Tarantino (americano divenuto star nel 1992), una Palma d’oro a Robert DeNiro (americano divenuto star nel 1976), un omaggio di Leonardo DiCaprio (americano divenuto star nel 1997). È l’egemonia degli americani o quella del Novecento?
Un altro ancora, il più pratico, è: qual è la differenza tra le macchine a benzina che vuole continuare a produrre Salvini perché non è che l’operaio alla catena di montaggio lo fai diventare cardiochirurgo, e il cinema italiano che vuole i finanziamenti perché il macchinista e il truccatore e tutti gli altri mestieri del cinema non è che sia invece facile convertirli in cardiochirurghi, e non è che lasciarli senza lavoro sia meno macelleria sociale? (Poi su quest’espressione ricordatemi di tornarci).
Anzi, no. Cominciamo da Tom Cruise. L’ultimo “Mission: Impossible”, quello che esce la settimana prossima, è stato girato in parte in Sudafrica e in parte in Norvegia. Nessuno con un cervello potrebbe per questo ritenerlo un film non americano (è “Mission: Impossible”, è Tom Cruise: neanche John Wayne a cavallo era così incontrovertibilmente americano); però c’è Trump che egemonizza la conversazione in molti modi tra cui i dazi e quindi alla prima presentazione al pubblico, in Corea, hanno chiesto a Tom cosa ne pensasse. Essendo più sveglio di Elio Germano, Cruise ha risposto: preferiremmo domande sul film.
Negli stessi giorni, sul Financial Times c’era un interessante articolo intitolato “L’idea di Make Hollywood Great Again è sensata – La proposta di Trump dei dazi sui film è pessima economicamente ma furba politicamente”. Com’è possibile, si chiederanno i miei piccoli lettori.
Ricopio un passaggio dell’articolo di Rana Foroohar: «Proprio come i metalmeccanici della Pennsylvania e i macchinisti dell’Indiana che sono stati resi più precari dalla Cina, Hollywood è in ansia non solo perché i lavoratori esteri costano meno, ma anche perché le nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale cambieranno il modello economico del settore facendo perdere posti di lavoro».
E ancora: «Trump capitalizza con la sua solita ricetta: se il futuro ti rende ansioso, ti offro una soluzione che probabilmente non funzionerà economicamente, ma che ti farà sentire accudito politicamente. Con lo stile del vero truffatore, ha capito qual è il nocciolo della verità: i contenuti, i media, i software sono la nascita d’una nuova classe lavoratrice precaria che si preoccupa perché le sue future opportunità saranno ben meno ricche di quelle del passato».
Cosa ci dice il fatto che Trump capisca che il credito fiscale ai film non è diverso dal bonus facciate o dagli incentivi alle fabbriche di automobili o da mille altri modi in cui la politica ti fa scavare buche per tenerti impegnato e darti l’impressione che si sta preoccupando del tuo sostentamento, cosa ci dice il fatto che Trump, che di libri non avrà letto neanche quelli che ha pubblicato, capisca la psiche umana più di Giuli? Niente, perché nessuno può pensare che Giuli creda davvero alle puttanate che ha detto fin qui sul cinema.
Che sia, cioè, questione di destra e sinistra. In base a cosa? Al fatto che gli Elio Germano fanno i discorsetti con la sciarpetta dei popoli oppressi come se stessero in assemblea d’istituto al Mamiani? O all’essere Nanni Moretti nell’immaginario collettivo più di Pasquale Squitieri? Dove sarebbero, questi patrioti che non hanno fin qui lavorato benché capacissimi? (Ma i capacissimi lavorano anche senza aiuti di Stato, abbiamo già dimenticato il film della Cortellesi non considerato degno di finanziamenti? Le buche le fai scavare a chi non è un genio: mica le economie di settore si fondano sui geni, si fondano sui medi).
Pupi Avati fa un film all’anno, e se è di sinistra io sono di Bolzano. Luca Barbareschi non mi pare abbia mai smesso di lavorare. Sono numericamente meno i cinematografari di destra di quelli di sinistra? Certo, ma la soluzione qual è? Convincere i commercialisti dell’Aniene a esordire alla regia?
Ci si infastidisce meno a dare i finanziamenti alla lirica perché almeno i tenori non ti fanno il discorsetto contro il governo a ogni occasione? Probabilmente sì, però diciamo che se fai il ministro quei fastidi lì li metti un po’ in conto.
Io, lo dico contro ogni mio interesse, sarei per quella che in altri posti è la norma e in Italia si chiama “macelleria sociale”: togliere i finanziamenti a tutto, ma proprio tutto. Vorrei musei coi biglietti a trenta euro, teatri coi biglietti a cento, film che se nessuno si pone il problema di quale sia il loro pubblico non vengano girati: insomma, il normale andamento delle economie di mercato nei posti in cui la cultura è considerata una roba che qualcuno avrà voglia di pagare e consumare e non un panda da tutelare nell’indifferenza del pubblico.
Perché preferirei che le mie tasse pagassero scuole meno allo sfascio, ospedali meno allo sfascio, tribunali meno allo sfascio. E perché gli italiani mi paiono irredimibili. I polemisti social che pubblicano gli incassi senz’avere idea di come funzionino entrate, uscite, diritti d’antenna, passaggi in sala e altre amenità, i polemisti dilettanti non se ne sono accorti (e Giuli neanche), ma se c’è un periodo in cui il cinema italiano ha funzionato al botteghino è stato l’ultimo semestre.
Gli italiani sono andati a vedere “Diamanti” e sono andati a vedere Angelo Duro, sono andati a vedere “FolleMente” e sono andati a vedere Alessandro Siani e sono andati a vedere il film ricattatorio sul ragazzino suicida. Non c’è raccapricciante titolo italiano recente che gli italiani non siano andati a vedere: sono irredimibili nella loro mancanza di gusto, come possano aver avuto il Rinascimento è un mistero misterioso.
Così come non c’è una differenza tra destra e sinistra quando si tratta di farsi votare, e nessuno viene rieletto avendo tolto invece che creato posti di lavoro – e infatti il governatore democratico della California vuole per il cinema più crediti fiscali, che non sono i dazi ma sempre incentivi economici sono, perché anche lui come Trump sa che quelli sono posti di lavoro – analogamente non c’è differenza tra l’attore engagé che fa i film con velleità, e i filmoni popolari che la gente va a vedere.
È tutto ricatto kitsch. Quello emotivo degli Özpetek e quello politico dei Germano del mondo. Sempre a Cannes, sempre nell’unica egemonia che conta, quella americana, il giurato Jeremy Strong ha spiegato che “The Apprentice” era importante perché da Roy Cohn (l’avvocato di Trump da lui interpretato) discende il mondo delle fake news. Non vorrei citare sempre quel Moretti d’epoca, ma: col tema importante si vince sempre, ricattando il pubblico.
Certo però Volonté è morto, Moretti ha 71 anni, Bellocchio 85, Sorrentino ha già dato su Berlusconi, l’egemonia del Novecento non ha eredi, e il cinema civile italiano, se deve contare su Elio Germano, stiamo freschi.
Che poi sembra accanimento su Germano: non è che il comizietto di De Niro a Cannes contro Trump fosse meno adolescenziale, e io ormai non riesco a guardare De Niro senza pensarlo firmatario di quella petizione contro le case popolari per costruire le quali lui e altre star avrebbero dovuto rinunciare ai giardini di quartiere, una petizione che se l’avesse pensata Trump l’avremmo impiccato a un sicomoro. Però a De Niro perdoni le puttanate ideologiche perché ha fatto “Casinò” e “Re per una notte”. Sul New Yorker c’è un’anticipazione del libro di Jake Tapper sul declino cognitivo di Biden, e il segnale che dice a tutti che non ci sta più con la testa è quando non riconosce George Clooney: una star è quella figura che anche i più rincoglioniti riconoscono, e le ultime le hanno fabbricate nel Novecento.
Molti anni fa, intervistando Favino, gli riferii che Fabrizio Corona mi aveva detto che se lui faceva fotografare Germano poi nessuno si comprava le foto perché chi lo conosce. Favino rispose che Germano aveva vinto un premio a Cannes: «Se non sapete chi è Elio Germano è perché pensate che una Palma a Cannes, scusa la franchezza, valga meno di un rapporto orale con una diciassettenne […] è un problema che riguarda ciò che fa notizia in un paese, e che quindi lo rappresenta».
Non ricordo chi fosse la minorenne cui faceva riferimento (mi sa roba di olgettine), ma Favino aveva ragione. Ce l’ha quasi sempre; ma resta che il cinema d’un paese si fa con lo star system che quel paese crea. Fino a due anni fa avrei detto che lo star system italiano ormai era la Ferragni, adesso neanche più lei. E comunque la Ferragni non l’avresti potuta mettere in un film, perché quelli dei social fuori dai social non funzionano (forse Özpetek avrebbe potuto, facendo una cosa überkitsch come la nuova serie di Ryan Murphy con Kim Kardashian – ma un caso non fa un sistema).
Si governa l’elettorato che si ha, mica quello che si idealizza, e gli italiani evidentemente vogliono proprio quella roba lì: i discorsetti sulla cultura per annuire e dire signora mia hanno proprio ragione non ci sono più quelle belle domeniche pomeriggio d’una volta a vedere Amedeo Nazzari, e poi però i film imbecilli che possano guardare col cervello brasato da “Candy Crush” che ormai si ritrovano in dotazione.
Forse la prima istanza è di sinistra (lo so che vi hanno raccontato che la nostalgia è di destra, ma figuriamoci: da “Anima mia” in poi, l’egemonia del Novecento è territorio della cultura di sinistra); ma i film imbecilli, in mancanza di cineasti di destra, vogliamo non farli fare più a nessuno lasciando disoccupati attrezzisti e altre maestranze? Tutto questo solo perché Giuli è meno furbo di Trump e Germano è meno sveglio di Cruise?