
Cathy Abraham è la maestra indiscussa dell’arte sudafricana contemporanea. Nata nel 1968 a Città del Capo, dove attualmente vive e lavora, si distingue per il suo lavoro, quasi ipnotico che non passa mai inosservato. Colpisce la sua capacità di intrecciare materia e spiritualità in un linguaggio visivo potente e al tempo stesso delicato. Le sue opere trasformano concetti astratti come il tempo, il dolore e la memoria in esperienze tangibili, creando una connessione profonda tra il visibile e l’invisibile. Originaria del Sudafrica, l’artista ha sviluppato una pratica artistica radicata nella riflessione sul simbolismo, nell’uso dei numeri e dei riti, e nella continua ricerca del sacro attraverso gesti ripetuti, quasi liturgici.
La sua formazione e il suo percorso personale si riflettono in opere che affrontano tematiche universali come l’interconnessione tra esseri umani, la fragilità dell’esistenza e la tensione tra ciò che può essere visto e ciò che resta nascosto. Dopo il primo incontro, siamo rimasti in contatto con l’artista, affascinati dal modo in cui la sua arte riesce a essere tanto intima quanto universale. Questo dialogo si è arricchito nel tempo, fino a portarci a questa intervista autentica e personale, dove Cathy ci ha accolti nel cuore del suo processo creativo, condividendo riflessioni profonde sul suo rapporto con il dolore, sulla forza rigenerativa dell’arte e sull’importanza dei rituali nella sua pratica. Un’occasione preziosa per entrare in contatto con un’artista che fa della riflessione spirituale e della trasformazione personale la linfa vitale del suo lavoro, invitandoci a guardare oltre la superficie delle cose, là dove il niente si trasforma in qualcosa di profondamente significativo.

Quando hai iniziato a dedicarti all’arte e cosa ti ha spinto verso questo percorso?
Ho iniziato a studiare arte a venticinque anni, quando mi sono unita a un gruppo di lezioni private sotto la guida di Lindy Solomon. Dal primo momento in cui ho iniziato a lavorare con le mani, ho capito di essere finalmente a casa. Questo percorso mi ha portato a voler imparare tutto ciò che potevo: disegno dal vero, collage, pittura e l’uso di ogni tipo di materiale. Non lo vedevo come un lavoro, ma come un luogo di guarigione e sicurezza.
Com’è stato conciliare la tua crescita artistica con la vita familiare?
Allo stesso tempo stavo iniziando il mio viaggio come madre di quattro figli e sia io che mio marito abbiamo perso tutti i nostri genitori nel giro di pochi anni. Ho iniziato a tenere corsi d’arte a casa, insegnando agli adolescenti la sera e agli adulti la mattina. L’ho fatto per circa cinque anni, fino a quando ci siamo trasferiti fuori città e la mia pratica artistica ha iniziato a occupare tutto il mio tempo e spazio in studio.
Come sei riuscita a trovare il tempo per creare arte in mezzo a così tante incombenze?
In quegli anni, ho imparato a lavorare nel “gap”, negli spazi vuoti. Spesso mi svegliavo alle quattro del mattino per dedicarmi alla mia pratica quotidiana, quando tutto era tranquillo. Ho imparato a lavorare anche in macchina, durante le attese, utilizzando qualsiasi cosa avessi a disposizione. Ad esempio, ho realizzato un’opera chiamata Following the Load filmando per due anni auto cariche di mobili o oggetti strani, per due minuti alla volta. Ho capito che bastano pochi minuti al giorno per creare un’opera o costruire un corpo di lavori.

C’è stato un incontro che ha segnato una svolta nel tuo percorso artistico?
Sì, nel 2006 ho incontrato Rose Shakinovsky e Claire Gavronsky, artiste, storiche dell’arte contemporanea e insegnanti straordinarie che vivono a Poppiano, vicino Firenze. Questo incontro ha dato inizio a un percorso di studio e pratica molto più intenso, che continua ancora oggi. La mia prima mostra è stata quando ho compiuto quarant’anni, nel 2008, dove ho esposto nudi di inizio secolo realizzati con materiali domestici come tè, caffè, inchiostro e candeggina.
Quanto la tua esperienza personale ha influenzato la tua arte?
Tutte le mie storie di vita le ho vissute in Sudafrica. Crescendo in una famiglia segnata dalle dipendenze, essendo la più giovane, sono passata inosservata. Questo senso di trascuratezza ha portato a eventi della mia infanzia che non sarebbero mai dovuti accadere, segreti che ho tenuto per tutta la vita. Mio fratello è stato tossicodipendente per otto anni, quando io avevo tra gli otto e i sedici anni. Ho sviluppato strategie di sopravvivenza, come il pensiero magico, che mi serve ancora oggi. Questo modo di pensare mi ha permesso di fuggire da una realtà difficile, trovando nuove prospettive. A volte i miei ricordi traumatici sono più legati a dove andava la mia mente che all’esperienza fisica stessa.

Come si sopravvive al dolore e in che modo l’arte è stato uno strumento di guarigione?
La mia pratica, perché per me l’arte è fare, nasce proprio da questo bisogno di trasformare il dolore in qualcosa di tangibile, di affrontarlo attraverso la ripetizione, un gesto che per me è una sorta di preghiera materiale. In A Deeper Kind of Nothing, ad esempio, ho esplorato come il trauma e la sofferenza passata continuino a manifestarsi nel presente, come ombre che si sovrappongono nelle pennellate, lasciando tracce visibili di ciò che altrimenti sarebbe invisibile. È stato un modo per dare forma a ciò che non ne ha, per trasformare quel “niente” — il dolore spesso non riconosciuto, ignorato o minimizzato — in qualcosa di concreto. L’arte è stato quindi un modo per sopravvivere, sì, ma anche per riconoscere e accogliere il dolore, non per cancellarlo. Ho imparato che il dolore non scompare: può trasformarsi, può diventare parte di un processo creativo che ti connette con te stesso e con gli altri. L’arte mi ha insegnato che anche le cose più fragili, effimere e invisibili — come un respiro o un pugno di polvere — possono diventare sacre.
Ci racconti meglio dei tuoi numeri e della “magia” nella tua arte?
La mia pratica fatta di numeri, simmetrie e rituali si è trasformata in un vero e proprio atto meditativo e devozionale. I numeri non sono semplici cifre per me: sono ponti simbolici che connettono il visibile con l’invisibile, il materiale con lo spirituale. Il 18, che nella Kabbalah rappresenta la vita, il 13, legato agli attributi dell’amore, e l’8, simbolo di trascendenza e infinito, sono centrali nella mia pratica. Ogni pennellata contata, ogni gesto ripetuto diventa un modo per dare struttura al caos interiore, per costruire uno spazio sacro in cui il dolore possa esistere, ma anche trasformarsi. La ripetizione non è mai sterile: è un processo di guarigione, un ritmo che calma, un battito che riconnette con sé stessi.
In un altro lavoro, A Handful of Dust, ho riflettuto sul concetto dell’anima e del suo peso. Nel 1906, il dottor Duncan MacDougall affermava che l’anima avesse un peso fisico di vent’uno grammi. Io ho voluto reinterpretare questa idea con un approccio più simbolico, attribuendo all’anima un peso più mistico: diciotto grammi di polvere d’oro. Ho lanciato il pigmento dorato con gesti di liberazione, come un atto di abbandono, e poi, usando il mio respiro, ho spostato delicatamente la polvere fino a quando ha smesso di muoversi, trovando il suo equilibrio. Quel gesto racchiude per me tutto: la fragilità della vita, la sua impermanenza, ma anche la sua straordinaria preziosità. Il fatto che la polvere d’oro sia esposta senza protezione, vulnerabile al tempo e al tocco, è una metafora della nostra stessa esistenza. I numeri, in questo contesto, diventano strumenti di consapevolezza, una forma di linguaggio universale che mi aiuta a trasformare l’invisibile in qualcosa di tangibile e a rendere il processo artistico un percorso di cura e di connessione profonda.

Il tuo lavoro ha però un afflato più ampio, quasi sociale o sbaglio?
No in fondo è universale, perché la nostra esperienza di vita può esserlo. Da tempo cerco un’umanità condivisa, interrogandomi sulle questioni che ci dividono: razza, religione, età, status e genere. Il mio percorso artistico ruota attorno a questa domanda: esiste un modo per trovare connessione tra tutti gli esseri umani? Vedo questo come parte della mia pratica spirituale attraverso l’arte. Credo che ciò che ci unisce sia l’esperienza del trauma, in tutte le sue forme. Il trauma visita ognuno di noi. Sto cercando di trovare modi per connettere storie personali di perdita, tradimento, abuso, abbandono ed emozioni umane come la paura e l’amore con la convinzione che siamo tutti collegati attraverso le nostre narrazioni personali, sullo sfondo di questo mondo in cui viviamo. Cerco anche di collegare queste credenze ai disastri naturali che affrontiamo come specie. Desidero profondamente connettermi con gli altri attraverso questi dipinti.
A livello più tecnico, puoi raccontarci il tuo processo creativo?
Il mio processo creativo si basa sulla scelta del numero come simbolo. Lavoro con la gematria, un sistema alfanumerico della mistica ebraica della Kabbalah, dove a ogni lettera viene attribuito un valore numerico. Uso questi numeri come struttura compositiva delle mie opere. Il numero 18 significa “vita” e lo utilizzo ripetutamente per reinfondere “vita” in ciò che è rotto, scartato o minacciato di estinzione: può trattarsi di ricordi, perdite o questioni ambientali. Uso sempre un pennello di misura 8, simbolo del soprannaturale o del miracolo, perché credo che ci voglia qualcosa di sovrumano solo per essere umani.
Ci sono altri numeri che utilizzo frequentemente: multipli di 18, il 13 che significa amore e unità, il 22 che simboleggia i percorsi tra le sefirot dell’albero della vita, il 26 che è 2+6=8, e altri ancora. Li uso nel conteggio delle pennellate e nelle misure delle tele. Dipingendo da sinistra a destra e da destra a sinistra, conto mentre dipingo come forma di preghiera. Chiamo le mie pennellate “fantasmi” come metafora. Il pigmento sul pennello va e viene proprio come i fantasmi della memoria o i fantasmi reali. A volte sono molto intensi quando il pennello viene appena immerso nella vernice, fino a diventare molto sbiaditi alla fine del conteggio previsto, ma c’è sempre un residuo. Questi ricordi, o fantasmi, spesso si manifestano simultaneamente e si sovrappongono. Le pennellate fanno lo stesso nei miei dipinti.

Come scegli i materiali e i colori per le tue opere?
In passato, la scelta dei materiali dipendeva dalle circostanze. Se passavo tutto il giorno in auto, ad esempio, usavo il telefono per fare video e registrare suoni, creando piccoli film. C’è stato un periodo in cui desideravo lavorare solo con installazioni immersive. Il mio progetto di MFA, intitolato A Deeper Kind of Nothing comprendeva 7126 gusci d’uovo rotti, dipinti con otto strati di vernice ciascuno, ognuno con un codice unico. Ispirato alla sensazione di “camminare sui gusci d’uovo”, raccoglievo questi gusci domestici da cinque anni. Il processo di pittura ha richiesto due anni e si è concluso con un’installazione di 6×3 metri. Avevo costruito una pista da ballo per i gusci dipinti, leggermente sollevata e retroilluminata da una light box in plexiglass che faceva risuonare delicatamente i gusci. Durante il Covid, ho dovuto tradurre tutto ciò su una superficie bidimensionale che potessi piegare e riporre, avendo poco spazio disponibile: in casa eravamo in undici e alcuni dovevano usare il mio studio come stanza.
Che ruolo ha il colore?
Anch’esso simbolico, come i numeri. Spesso lavoro con i colori delle sefirot (dall’albero della vita), che hanno traduzioni cromatiche simili alla teoria del colore nella pittura e sistemi di vibrazione e significato propri. Uso pigmenti della marca Sennelier per rappresentare lo spettro di colori su cui lavoro. Questi pigmenti si estendono dal chiaro allo scuro in modo poetico, aiutandomi a comunicare idee di tracce e residui. La mia scelta dei colori è sia emotiva che simbolica.

Qual è la tua prospettiva sull’arte contemporanea?
Credo che come artisti contemporanei abbiamo la responsabilità di continuare le conversazioni iniziate molti anni fa. È essenziale studiare la storia dell’arte per comprendere le nostre radici e chi ha già spianato la strada per comunicare nel modo in cui desideriamo oggi. Mi sento parte di una linea di artisti che hanno utilizzato la spiritualità, l’astrazione dei segni, la ripetizione e il processo per esplorare pensieri sia filosofici che emotivi. Artisti come Agnes Martin, Roman Opalka, Lee Ufan del movimento coreano Dansaekhwa, Barnett Newman e Mark Rothko, solo per citarne alcuni.
Guardando al futuro, cosa speri di trasmettere attraverso la tua arte?
Spero che la mia arte possa essere un ponte tra le persone, un luogo di connessione e riflessione. Voglio che le mie opere raccontino la resilienza umana e l’importanza di trovare bellezza anche nelle crepe più profonde della nostra esistenza. L’arte per me non è solo un’espressione, ma un atto di guarigione e resistenza.