Integrazione intermittenteIl lungo cammino della Bulgaria verso l’euro rischia di rafforzare i nazionalisti

Sofia adotterà la moneta unica a partire dal 2026, ma negli ultimi anni nel Paese è cresciuto lo scetticismo verso Bruxelles

AP/Lapresse

L’Eurozona è pronta ad allargarsi per accogliere la Bulgaria, che dopo aver ricevuto luce verde dalla Commissione e dalla Banca Centrale Europea, dirà addio al lev per adottare l’euro a partire dal primo gennaio 2026. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è congratulata con il Paese dicendo che la decisione «significherà più scambi commerciali ed investimenti con i partner dell’area euro, più stabilità e prosperità per il popolo bulgaro».

Sofia ha dovuto adempiere a una serie di requisiti, come l’indipendenza della banca centrale e un tasso d’inflazione e deficit pubblico contenuti, per raggiungere un obiettivo che si era prefissata quasi vent’anni fa. Nel 2007, in occasione dell’ingresso nell’Unione europea, le autorità bulgare avevano reso noto di voler abbandonare il lev in favore dell’euro, ma una serie di ostacoli e ritardi hanno reso il percorso sempre più complesso. La Bulgaria (e la Romania) non sono nuove a lunghi tempi d’attesa: hanno dovuto pazientare per ben quattordici anni prima di poter fare il proprio ingresso nell’Area Schengen, lo scorso gennaio.

La lenta integrazione della Bulgaria ha avuto le sue conseguenze e facilitato la crescita dell’euroscetticismo e dei movimenti nazionalisti, che rivendicano una maggiore vicinanza alla Russia. Un sondaggio realizzato nel 2024 dall’Unione europea ha evidenziato come appena il quarantanove per cento dei bulgari sia favorevole a entrare nell’Eurozona, un dato impensabile solamente alcuni anni fa in uno dei Paesi che riponeva grandi speranze in Bruxelles. La classe politica è altrettanto divisa, con i partiti nazionalisti e il Capo di Stato Rumen Radaev contrari all’euro mentre il Primo Ministro Rosen Zhelyazkov è favorevole. Il Presidente della Repubblica, vicino al Partito Socialista è arrivato a proporre un referendum per stabilire una data di adesione all’Eurozona. Un’iniziativa destinata al fallimento, ma specchio delle pulsioni euroscettiche presenti nel Paese.

La Fondazione Robert Schuman ha ricordato come il sostegno nei confronti di Unione europea e Nato avesse assunto caratteristiche quasi universali nel sistema politico bulgaro tra il 2003 ed il 2013, e come i partiti filorussi fossero rimasti sullo sfondo. Lo scontento maturato in seguito all’ingresso nell’Unione europea nel 2007 e le posizioni di Mosca sullo scenario internazionale hanno favorito l’emergere di sentimenti russofili nella popolazione bulgara ma il fenomeno, che ha radici culturali profonde, emerge anche da altri dati. La Fondazione ha evidenziato una moltiplicazione delle pubblicazioni anti-americane, euroscettiche e russofile nel triennio 2013-2016 mentre la nascita Revival, un movimento di estrema destra filorusso fondato nel 2014, è servita per convogliare l’euroscetticismo verso un soggetto politico di primo piano.

La lunga crisi politica della Bulgaria, iniziata con le proteste anti-corruzione nel 2021 e di fatto non ancora terminata, ha aperto la strada a sette consultazioni legislative in quattro anni, a una serie di esecutivi deboli e alla delegittimazione della classe dirigente locale. Il governo di minoranza in carica, formato da una grande coalizione tra il partito conservatore Gerb, i filorussi del Partito Socialista Bulgaro e la destra di C’è un Popolo Così, è nato lo scorso gennaio in seguito alle elezioni svoltesi nell’ottobre 2024 e dipende dall’appoggio esterno dei centristi del Movimento per i Diritti e le Libertà. A meno di un mese dalla sua formazione, come evidenziato da un sondaggio da Market Links, godeva della sfiducia del quaranta per cento della popolazione e dell’appoggio del ventisette per cento dei cittadini, una percentuale che evidenzia lo stato di crisi del sistema politico.

La sfiducia nei confronti della politica è legata alle difficili condizioni di vita sperimentate dalla maggior parte dei cittadini. La percentuale di popolazione a rischio povertà od esclusione sociale, come chiarito dall’Eurostat e riportato dal Sofia Globe, ha registrato una diminuzione costante negli ultimi anni passando dal 43,3 per cento del 2015 al 30,3 per cento nel 2024 – ma i dati continuano a essere i peggiori del blocco comunitario e superiore al ventuno per cento registrato in media nell’Unione europea. In alcuni casi, la percentuale di popolazione a rischio povertà ed esclusione sociale è decisamente più alta rispetto a quella della popolazione generale (l’esempio di Eurostat riguarda la popolazione con disabilità). La European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions (Eurofound) ha invece sottolineato come il salario minimo della Bulgaria fosse il più basso tra gli Stati membri e pari, nel 2023, ad appena trecentonovantanove euro al mese. Il salario medio, secondo le autorità locali, è pari a mille euro al mese ma nonostante le diverse problematiche l’Eurofound ha anche evidenziato come la Bulgaria ricopra una buona posizione all’interno del mercato del lavoro dell’Unione europea ed è ai primi posti per quanto riguarda la creazione di nuovi posti di lavoro.

L’adozione dell’euro, simbolo di integrazione efficiente nella macroeconomia comunitaria è visto con sospetto dalla popolazione, perché la Bulgaria viene da decenni di propaganda e fake news che non sono state contrastate in maniera adeguata. L’indebolimento del sistema politico nazionale e la mancanza di figure carismatiche di riferimento non aiutano a rinforzare i sentimenti europeisti presenti nel Paese mentre gli sviluppi politici in altre nazioni della regione rischiano, invece, di affossare ulteriormente la democrazia bulgara. La capacità di trasformare gli obiettivi raggiunti in risultati condivisi con il resto della popolazione determinerà la futura collocazione di Sofia.

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