Single LadiesLa carriera delle donne e le ragioni dei divorzi

Le lavoratrici hanno più del doppio delle probabilità rispetto ai colleghi maschi di divorziare nei tre anni successivi all’assunzione della carica di amministratore delegato. Colpa della iniquità nella distribuzione del lavoro domestico, scrive Lidia Baratta nella newsletter “Forzalavoro”. Arriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo

(Unsplash)

K. ha lasciato il suo vecchio lavoro quando il marito ha ricevuto un’offerta in un’altra città. Hanno fatto i bagagli, si sono trasferiti, poi K. è rimasta incinta. Quando è tornata al lavoro, dopo quattro anni di stop, era emozionata come se «avesse ritrovato un pezzo di sé». Aveva voglia di uscire di casa, incontrare i colleghi, tornare a investire sulla sua carriera.

Ma a casa andava tutt’altro che bene. «Improvvisamente la casa non era più immacolata, la cena non era sempre pronta e non potevo mollare tutto non appena capitava qualcosa», racconta K. sulla piattaforma Ivee, che supporta le donne che tornano al lavoro dopo un periodo di pausa. In casa si è creata «una tensione silenziosa, come se la mia ambizione fosse diventata un ostacolo». Alla fine, K. ha chiesto il divorzio.

La sua storia, racconta il Financial Times, è tutt’altro che insolita. Secondo diverse ricerche, il successo professionale delle donne è ancora spesso la causa scatenante della rottura di una relazione.

Ma perché?

In un famoso paper titolato “All the Single Ladies: Job Promotions and the Durability of Marriage”, gli studiosi Johanna Rickne e Olle Folke hanno confrontato le traiettorie relazionali di persone candidate a cariche pubbliche o promosse come amministratori delegati. E hanno scoperto che le donne avevano più del doppio delle probabilità rispetto ai loro colleghi maschi di divorziare nei tre anni successivi all’assunzione della carica di amministratore delegato. Solo tre quarti delle donne che ricoprivano cariche pubbliche erano ancora sposate dopo otto anni di servizio, rispetto all’85 per cento degli uomini.

I risultati non sorprendono e sono in linea con ricerche precedenti, che avevano rilevato come l’aumento dei guadagni delle donne – ma non degli uomini – fosse correlato al divorzio.

Secondo Rickne e colleghi, questi risultati dipendono dal fatto che le donne hanno un maggiore carico di lavoro domestico rispetto ai partner maschi. Un «doppio fardello» che diventa più evidente quando le donne ottengono una promozione ee iniziano a dedicare più tempo al lavoro. «Tornano a casa dal lavoro e devono anche occuparsi della spesa e delle pulizie: sono emotivamente esauste per il lavoro, fisicamente esauste, e il risentimento cresce», spiega Emma Heptonstall, di professione divorce coach. E se chiedono agli uomini di partecipare di più ai carichi familiari, sottraendo tempo al loro lavoro, non sempre ricevono risposte positive. Così la coppia entra in crisi.

Secondo Pew Research, nei matrimoni eterosessuali americani in cui entrambi i partner guadagnano all’incirca lo stesso stipendio, le donne dedicano circa 11,5 ore alle responsabilità di cura e ai lavori domestici, rispetto alle circa sette degli uomini.

L’Italia, in particolare, si distingue per uno squilibrio marcato: le ultime rilevazioni Istat mostrano che una donna che lavora a tempo pieno e ha figli dedica circa 60 ore alla settimana alla somma di lavoro retribuito, domestico e di cura dei figli, contro le 47 ore del partner, con una disparità di circa 13 ore, ben superiore alla media europea di 11 ore.

Come spiega Amelia Miller, co-fondatrice di Ivee, le coppie spesso non discutono in anticipo della equa distribuzione dei carichi di lavoro domestico e di cura, dando per scontato ad esempio che la partner femminile sia la principale figura di riferimento quando nasce un bambino. Ma quando poi «la donna vuole riprendersi la sua carriera, è allora che nasce la tensione», dice Miller. «Spesso il partner maschile non vuole scendere a compromessi per la propria carriera. A quel punto si aprono le crepe, che più avanti possono sfociare in conflitti e spesso nel divorzio».

Come evitare, quindi, che il destino di un matrimonio dipenda dal successo (o meno) di una donna? Non dare per scontato che ci sia una iniqua distribuzione dei carichi domestici, spiega Rickne. I dati dimostrano che i matrimoni iniziati con uno squilibrio di carico tra uomini e donne hanno maggiori probabilità di altri di finire. Ma quelli con un’aspettativa di parità fin dall’inizio generalmente sopravvivono anche dopo la promozione della donna.

I dati sulle nuove generazioni, comunque, fanno ben sperare. Tra gli under 35 italiani non si registra certo ancora un equilibrio perfetto nella distribuzione dei carichi tra uomini e donne, cioè con un 50 e 50. Ma l’apporto dei ragazzi quantomeno si avvicina un po’ di più a quello delle ragazze.

 

«Possono gestire un’azienda, ma a volte non sanno come usare uno straccio. Non è, ovviamente, una mancanza di competenze, ma piuttosto un privilegio fondato su norme di genere che permettono loro di sottrarsi a questo tipo di lavoro a casa»

Jill Yavorsky, sociologa dell’Unc Charlotte, sull’Atlantic

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