Gen ZI neolaureati americani faticano a trovare lavoro per colpa dell’intelligenza artificiale

Le posizioni entry-level sono sostituite dall’IA a tassi più elevati. Ma le aziende continuano a cercare idee nuove dai giovani e molti hanno scelto di usare l’Ai per supportarli invece che per sostituirli, scrive Lidia Baratta nella newsletter “Forzalavoro”. Arriva ogni lunedì, più o meno all’ora di pranzo

(Unsplash)

Dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro finora abbiamo letto previsioni più o meno catastrofiche o più o meno ottimistiche. In Forzalavoro ci siamo sempre tenuti alla larga dagli estremi. Ma ora si cominciano a registrare i primi effetti concreti di come l’uso dell’intelligenza artificiale generativa stia condizionando le scelte delle aziende.

Il giornale americano Axios racconta che quest’anno i neolaureati americani hanno molta difficoltà a trovare lavoro. E secondo un rapporto di Oxford Economics – “Educated but unemployed, a rising reality for US college grads” – potrebbe esserci lo zampino dell’IA.

L’analisi è interessante perché aggiunge prove e dati concreti agli aneddoti e agli allarmi secondo cui l’intelligenza artificiale starebbe soppiantando i white collar, i colletti bianchi.

«L’aumento della disoccupazione tra i neolaureati è dovuto principalmente a un cambiamento strutturale nelle assunzioni nel settore tecnologico, in un contesto di forte crescita dell’offerta di lavoro», spiegano. «Sebbene in parte sia correlato a una normalizzazione dopo l’impennata post-pandemica, ci sono segnali che le posizioni entry-level vengano sostituite dall’intelligenza artificiale a tassi più elevati».

Nonostante sia aumentato negli ultimi mesi, negli Stati Uniti il tasso di disoccupazione è rimasto relativamente basso. Ma per i neolaureati è aumentato più rapidamente e ora è superiore al tasso medio complessivo. Per i giovani tra i 22 e i 27 anni con una laurea triennale ad aprile si è arrivati vicino al 6 per cento, rispetto a poco più del 4 per cento della forza lavoro complessiva.

Il mondo nuovo
Il divario di disoccupazione tra i giovani lavoratori americani laureati e quelli senza laurea oggi è di circa 1,6 punti. Molto basso. Durante la crisi finanziaria del 2008, era di oltre otto punti: allora, la recessione aveva colpito tutti i tipi di lavori che non richiedevano una laurea, in particolare nel settore edile, mentre il boom tecnologico degli anni 2010 ha creato poi molti più posti di lavoro per i laureati. Il divario ha superato di nuovo gli 8 punti nel 2020, quando è scoppiata la pandemia e i posti di lavoro nel settore dei servizi sono stati spazzati via. Ristoranti e hotel hanno licenziato lavoratori, mentre i lavori impiegatizi sono rimasti stabili grazie a Zoom e al lavoro da remoto.

Oggi viviamo in un mondo nuovo. I lavori entry-level sono infatti suscettibili all’automazione perché spesso comportano attività di routine che l’Ai generativa gestisce bene. L’intelligenza artificiale starebbe soppiantando alcuni ruoli nel settore tecnologico e si parla già di «recessione impiegatizia».

Conclusioni simili sono arrivati dal report “Future of Jobs 2025” del World Economic Forum e da diversi altri studi. E anche se non tutti gli esperti concordano, è significativo che diversi report convergano sulle stesse teorie.

SignalFire, società di venture capital che monitora i movimenti lavorativi di dipendenti e aziende su LinkedIn, ha notato ad esempio che nel 2024 le aziende tech hanno assunto il 25 per cento di neolaureati in meno rispetto al 2023. E anche nelle startup si è registrato un meno 11 per cento. Secondo Asher Bantock, responsabile della ricerca di SignalFire, ci sarebbero «prove convincenti» che l’Ai sta diventando un fattore determinante.

I robot ci rubano il lavoro?
No, non c’è bisogno di allarmarsi. «Molti di questi lavori entry-level, o di livello inferiore, probabilmente verranno sostituiti da lavoratori più produttivi», spiega Matthew Martin, senior economist di Oxford Economics.

Più introducono l’intelligenza artificiale, più le aziende tecnologiche avranno bisogno di professionisti esperti. Secondo il rapporto di SignalFire, sono aumentate del 27 per cento le assunzioni di professionisti con due-cinque anni di esperienza, mentre le startup hanno assunto il 14 per cento in più di persone con lo stesso livello di anzianità.

Il paradosso, piuttosto, potrebbe essere che le aziende vogliono persone con esperienza, ma non permettono ai giovani appena laureati di farsela. Perché quei lavori che da sempre rappresentano il primo step di inizio carriera vengono sostituiti dall’Ai.

Ad esempio, i software di intelligenza artificiale oggi svolgono in maniera automatica i compiti di scrittura di codici semplici e debugging che i programmatori junior svolgevano a inizio carriera per acquisire esperienza. Anche negli studi legali, le nuove leve iniziano di solito spulciando pile di documenti, cosa che ora l’IA ora fa velocemente. Non a caso, aziende come Goldman Sachs e Morgan Stanley hanno già preso in considerazione la possibilità di ridurre fino a due terzi le assunzioni di personale junior.

Diventare ninja
Ma si potrà davvero fare a meno dei giovani? Ovviamente no. Aneesh Raman, chief economic opportunity officer di LinkedIn, ha scritto sul New York Times che «il gradino più basso della carriera» è quello più minacciato. Ma i dirigenti continuano a cercare idee nuove dai giovani lavoratori e molti in realtà hanno scelto di usare l’IA per supportarli invece che per sostituirli. Grazie all’aiuto di un chatbot, i neoassunti junior possono dedicarsi a mansioni a più alto valore e svolgere il proprio lavoro più velocemente.

«A meno che non vogliano ritrovarsi senza persone sufficienti per riempire le posizioni dirigenziali nei prossimi anni, i datori di lavoro devono continuare ad assumere giovani. Ma devono ridisegnare le mansioni dei nuovi arrivati per assegnare loro compiti di più alto livello, che aggiungano valore al di là di quanto l’IA è in grado di produrre», ha scritto Raman.

Raman ha citato gli esempi della società di consulenza Kpmg, in cui i neolaureati, grazie all’assistenza dell’IA, svolgono compiti che in passato erano riservati a chi aveva almeno tre anni di esperienza, e dello studio legale Macfarlanes, dove i giovani avvocati sono incaricati di esaminare contratti complessi, un tempo riservati ai colleghi più esperti.

Anche perché – come ricorda Il Sole 24 Ore – l’IA non sta dando i risultati sperati in termini di performance. Un sondaggio Ibm ha rilevato che tre iniziative di IA su quattro non riescono a garantire il Roi (ritorno sull’investimento) promesso. Secondo S&P Global, la percentuale di aziende che abbandonano i loro progetti pilota di Ai generativa è salita al 42 per cento rispetto al 17 per cento dello scorso anno. E il ceo di Klarna ha appena ammesso di aver esagerato nell’uso della tecnologia per tagliare i posti di lavoro nel servizio clienti e ora sta riassumendo personale umano.

Finora non ci sono grossi risultati sull’aumento della produttività grazie all’IA. Secondo McKinsey, l’adozione dell’Ai generativa potrebbe incrementare la produttività del lavoro solo tra lo 0,1 e lo 0,6 per cento all’anno, a seconda del livello di adozione e della riorganizzazione delle mansioni lavorative. «Tra un paio d’anni, quando l’intelligenza artificiale inizierà a stimolare la produttività, vedremo che i benefici inizieranno a manifestarsi», dice Martin.

E intanto che si fa? Una laurea in informatica per anni è stata considerata un biglietto d’ingresso sicuro per un ottimo lavoro. «Per prima cosa dobbiamo assicurarci che i lavoratori acquisiscano le competenze che le aziende cominciano a richiedere», dice Raman. E quindi anche i corsi di laurea dovranno adeguarsi.

Demis Hassabis, capo di Google Deepmind e Nobel per la Chimica, suggerisce di non abbandonare ovviamente gli studi Stem, ma di lavorare al tempo stesso sulle «metacompetenze», tipicamente umane. Quindi senso critico, creatività, flessibilità, capacità relazionali e soprattutto «imparare a imparare». Se conviveremo con i chatbot sempre più affinati, serve allenarsi. Come dei «ninja dell’intelligenza artificiale», dice Hassabis.

 

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