
Innovazione, sostenibilità, attrazione dei talenti, flessibilità: tutte le parole chiave usate per raccontare il lavoro che verrà si scontrano con un problema strutturale che l’Italia continua a ignorare. L’autonomia abitativa è una condizione preliminare per poter cogliere un’opportunità lavorativa. Eppure, chi non ha una famiglia alle spalle non può permettersi nemmeno uno stage in un’altra città. Così, il mercato resta inaccessibile a tanti giovani, e l’ascensore sociale rimane bloccato.
In Italia, un tirocinante guadagna in media 550 euro al mese. A Milano, per affittare una stanza in periferia, ne servono almeno seicento. A Roma, poco meno. Senza l’aiuto della famiglia, un giovane non può pensare di accettare un’opportunità lontano da casa. Negli ultimi tre anni il costo degli affitti è aumentato del quaranta per cento nelle principali città italiane, mentre gli stipendi sono cresciuti solo del sedici per cento, cioè poco più della metà della media europea (30,8 per cento). Ciò significa che l’affitto assorbe ormai più del sessanta per cento del reddito netto di chi lavora e studia. A questo ci sono da aggiungere le spese relative all’alimentazione, all’intrattenimento, allo sport, alla salute. Significa arrivare a fine mese senza un euro in tasca. In un mondo in cui le città competono per attrarre capitale umano, l’Italia parte svantaggiata. Senza un sistema abitativo accessibile e moderno, diventa difficile convincere una giovane ricercatrice, un programmatore, un imprenditore a scommettere sul nostro Paese.
Un mercato complesso
L’aumento dei prezzi non è l’unico problema riguardante l’accesso alla casa. Il sistema abitativo è pensato per un mondo che non esiste più. Per un paese dove il lavoro era stabile, le carriere lineari, le città meno competitive. I giovani sono molto più disposti a spostarsi alla ricerca di opportunità di formazione (spesso sono obbligati a farlo, come nel caso della diaspora dal Sud Italia), mentre i contratti standard sono lunghi, rigidi e inadatti a chi cambia città spesso. I proprietari, spesso piccoli risparmiatori, temono la morosità e i danni e preferiscono tenere gli appartamenti vuoti in attesa di una crescita del prezzo per la rivendita, piuttosto che metterli sul mercato. Oppure preferiscono puntare su un guadagno costante e sicuro tramite gli affitti brevi, che hanno eroso l’offerta abitativa a medio termine spostando migliaia di appartamenti fuori dal mercato residenziale, senza che la politica abbia messo limiti o creato forme di riequilibrio. Il risultato è un mercato che disincentiva l’incontro tra chi ha bisogno di una casa e chi ne ha una da offrire, e che premia invece comportamenti estrattivi e speculativi.
Non è una questione privata
Tra il 2020 e il 2024 l’Italia ha speso oltre centoventidue miliardi di euro per il Superbonus 110%, il più grande intervento di politica abitativa della storia repubblicana. E anche quello più dannoso, per i giovani e non solo. Abbiamo pagato per coibentare villette, ristrutturare seconde case e rimettere a nuovo residenze nobiliari. Ma a nessuno è venuto in mente di elaborare un piano concreto per aiutare un ragazzo a trasferirsi in un’altra città per studiare o lavorare. È il momento di cambiare approccio. Perché la casa non può essere un privilegio. Ma non può essere nemmeno un diritto assoluto, come se bastasse una norma per cambiare le storture di un sistema malato. Serve una strategia nazionale che tuteli sia i proprietari che gli affittuari. Chi mette in affitto a prezzi equi deve ricevere sconti fiscali e garanzie; servono sistemi digitali innovativi che permettano di fare un matching tra chi affitta e chi cerca casa a determinate condizioni; i contratti devono essere più flessibili per chi si sposta. L’accesso alla casa è diventato il primo collo di bottiglia nella filiera dell’innovazione. La discriminazione abitativa ostacola le scelte di carriera, blocca la circolazione dei talenti, concentra le opportunità nelle mani di pochi. E così l’Italia perde dinamismo e competenze. Quello sulla casa è un investimento strategico per un Paese che vuole restare competitivo. Garantirne l’accesso è la condizione per liberare energie, accendere l’innovazione, favorire il merito e la mobilità sociale. Non possiamo sperare in un futuro di crescita se impediamo a chi l’indipendenza deve ancora raggiungerla di poter godere quantomeno di un tetto.