
Occhieggiano, rosse, per lo più a forma di cuore, in cestini di plastica e, nonostante prezzi da capogiro, finiscono subito nel carrello della spesa: sono le ciliegie che, come ogni anno, ci dicono che la primavera è tornata, che è tempo di alleggerirsi di giacche e maglioni e di sedersi in balcone per sbocconcellare qualche frutto succoso.
Quella ciliegia ha compiuto un lunghissimo cammino per arrivare fino a noi. Quando non importata, ha superato le insidie dei cambiamenti climatici, le minacce fitosanitarie, la carenza di manodopera specializzata e la volontà dei contadini di abbandonare i ciliegeti al loro destino, data la loro fragilità costantemente minacciata da siccità e bombe d’acqua. Forse dovremmo guardarla bene, la ciliegia che teniamo tra le dita. Oggi vi spieghiamo gli sforzi che spingono un chilo di ciliegie a costare anche 25 euro al chilo.
Come avviene la coltivazione delle ciliegie?
Le ciliegie crescono meglio in zone con un clima temperato, in terreni drenati e non soggetti a ristagni d’acqua. Si passa a scegliere la varietà da impiantare, tenendo presente che esistono piante autofertili (piante capaci di impollinarsi da sole e produrre frutti anche senza polline da un’altra pianta) e autosterili, queste ultime bisognose di alberi impollinatori. Le più diffuse in Italia sono Bigarreau Moreau (ciliegia di colore rosso scuro, con polpa soda e sapore ottimo), Ferrovia (ciliegia di medie dimensioni, con polpa soda e sapore dolce, apprezzata per la sua resistenza e produzione), Giorgia (dolce, con pianta autofertile e a maturazione precoce, con frutto di medie dimensioni, sferoidale e di colore rosso intenso), Regina (ciliegia di grossa dimensione, con polpa soda e sapore dolce, nota per la sua resistenza alla spaccatura e produzione), Amarena di Vignola (ciliegia di piccole dimensioni, con polpa soda e sapore acido-dolce, utilizzata per la produzione di confetture e marmellate). L’Italia vanta anche sei riconoscimenti a Denominazione di origine: Ciliegia dell’Etna Dop, Ciliegia di Marostica Igp, Ciliegie di Bracigliano Igp, Ciliegia di Vignola Igp, Ciliegia di Lari Igp, oltre alle Amarene brusche di Modena Igp.
Una volta messo a dimora l’albero, si passa alle operazioni colturali annuali, come l’aratura e la potatura, che avviene a partire dal secondo anno. Come spiega Benny Nardelli, imprenditore agricolo e presidente Coldiretti Conversano, «attualmente si sceglie di potare gli alberi in modo da farli rimanere bassi e semplificare le operazioni di raccolta, eliminando l’uso delle scale».
Per quanto riguarda il ciclo vegetativo annuale della pianta, questo si compone della fioritura, che avviene tra marzo e aprile, un momento fondamentale. Infatti, è in questa fase che avviene l’impollinazione necessaria per dare origine ai frutti. Tra maggio e luglio le ciliegie crescono e, a seconda della cultivar, avviene la raccolta. Tra settembre e novembre il ciliegio entra in un periodo di dormienza: cadono le foglie e l’albero si prepara al riposo invernale, necessario per rigenerarsi e produrre nuovi germogli. Durante l’inverno l’albero rimane in dormienza e ha bisogno del freddo per comunicare al suo sistema il momento in cui riattivarsi. Proprio per questo il clima gioca un ruolo importante nel ciclo di produzione delle ciliegie.
Le minacce al ciliegio
Il ciliegio e i suoi frutti sono minacciati principalmente da due fattori: gli eventi climatici estremi e gli attacchi parassitari.
Data l’incidenza di siccità, grandine e piogge torrenziali sulla produzione cerasicola, si può affermare che gli effetti dei cambiamenti climatici stanno modificando il volto della produzione delle ciliegie anche in Italia. «Le campagne sono sempre più corte e precoci – aggiunge Nardelli – e se la siccità può essere mitigata dall’irrigazione, anche quando è estrema appare come un problema minore rispetto a grandine e alle cosiddette bombe d’acqua. Infatti, se piove troppo durante la fioritura, l’interno del fiore può essere attaccato dalla muffa, condizione da trattare tempestivamente».
Le principali malattie fungine che preoccupano i coltivatori di ciliegie sono la Monilla, che attacca frutti, rami e fiori, causando marciume e disseccamento; il Corineo, che attacca rami e frutti causando macchie; ma la più temuta è la Cilindrosporiosi, visibile nel colore ramato che appare sulla punta delle foglie.
Tra i parassiti più dannosi per il ciliegio ci sono il Drosophila suzukii, noto anche come moscerino della frutta. Questo organismo depone le uova sui frutti maturi, causando marciume e danneggiandoli. Poi c’è la Rhagoletis cerasi, nota anche come mosca delle ciliegie: depone le uova nei frutti, causando la formazione di larve che danneggiano la polpa. Temutissimi anche gli afidi, le cocciniglie, l’Eulia e la Tignola orientale del pesco.
Il ruolo degli agricoltori nel cogliere prontamente i segnali di attacco è fondamentale. Solo così si può procedere tempestivamente a praticare i trattamenti necessari per tutelare la pianta e la sua produzione.
La raccolta delle ciliegie
La raccolta delle ciliegie avviene attorno ai primi giorni di maggio, ma a seconda delle cultivar interessata può allungarsi fino a luglio. I frutti si raccolgono quando sono invaiati: le ciliegie devono essere di un rosso pieno e non pallide, colorate su tutti i lati.
«La raccolta – sottolinea Nardelli – resta ancora prettamente manuale. Ci si avvicina al peduncolo, la parte vicino al ramo, si dà una leggera torsione e si stacca. Il distacco del picciolo è fondamentale. Lasciarlo attaccato al ramo significa danneggiare la produzione dell’anno successivo».
Dopo aver staccato delicatamente le ciliegie col picciolo dal ramo, è necessario riporre le ciliegie in un contenitore adeguato, senza lanciarle per evitare ammaccature. La raccolta manuale permette anche di effettuare una prima selezione dei frutti, in modo da avviarle rapidamente alla commercializzazione.
Ma chi c’è sotto gli alberi? A sorpresa, Nardelli rivela che la manodopera impegnata nella raccolta delle ciliegie in Puglia resta per lo più locale. «L’integrazione di operai stranieri sta crescendo, garantita dall’applicazione del Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro di categoria. Per molti rimane un lavoro degradante, anche quando non lo è: infatti, la raccolta delle ciliegie è un’operazione specializzata, molto meno pericolosa di altri raccolti in quanto avviene in prossimità dell’albero e, ormai, quasi sempre da terra».

Il costo delle ciliegie
Una volta raccolte, le ciliegie vengono avviate alla vendita all’ingrosso. A seconda delle oscillazioni del mercato il prodotto Ferrovia viene pagato circa 9 euro al chilo, mentre la Giorgia si attesta attorno ai 7 euro. Ma allora cosa provoca quella forbice tra un prezzo non sempre vantaggioso per i coltivatori, che devono fronteggiare anche annate problematiche con zero profitti, e quei famosi 25 euro al chilo stampigliati sui cartellini nel reparto ortofrutta di qualsiasi supermercato milanese? La cerasicoltura è un lavoro redditizio?
«Ni, dipende dalle annate» risponde Nardelli. «Bisogna tener presente che, una volta conferito il prodotto al grossista, questi calibra il prezzo facendo una media della commerciabilità dei frutti. Li seleziona a sua volta, nonostante il coltivatore abbia già lasciato indietro i frutti non adatti, come le ciliegie spaccate o le gemellate». Poi la domanda di ciliegie incontra l’offerta, sempre inferiore rispetto a quanto vorremmo, e in base ai vari passaggi intermedi prima di arrivare ai banchi della Gdo (Grande Distribuzione Organizzata) ecco che il prezzo finale lievita in modo esponenziale.
Tuttavia, il rischio è che questa forbice economica spinga sempre più coltivatori ad abbandonare la coltura delle ciliegie. Proprio per questo ci sono diversi fronti aperti su cui le associazioni di categoria stanno lavorando. Ad esempio, Coldiretti ha contribuito alla battaglia per ottenere il bando sulla copertura dei ciliegie con reti protettive per un massimo di due ettari. Inoltre, oggi i produttori devono tenere a mente che la sola richiesta dello stato di calamità, ora di competenza regionale, non è più sufficiente a coprire in modo tempestivo i danni provocati dagli eventi climatici estremi. «Dotarsi di un’assicurazione è sempre più necessario. Siamo aziende a rischio e non va dimenticato», sottolinea Nardelli.
Nuove varietà e agricoltori custodi
Nonostante la Ferrovia e la Giorgia siano tra le varietà più richieste dal mercato, i laboratori di ricerca stanno lavorando per creare nuove varietà resistenti al clima, meno sensibili alla spaccatura, con una shelf life più lunga, autofertili (quindi che non necessitano di un albero impollinatore nelle vicinanze), nonché capaci di rese più elevate. Insomma, per provare a essere più competitivi sul mercato globale. Tra quelle selezionate e introdotte nel mercato ci sono Pacific Red (COV), Nimba (COV), Areko (COV), Royal Helen (COV), Royal Lafayette e Grace Star.
Dall’altra parte in molti territori tra cui il prospero areale tra Sammichele di Bari, Conversano e Turi, in provincia di Bari, gli agricoltori custodi sono impegnati nel proteggere quelli che lo scrittore romagnolo Cristiano Cavina chiamerebbe i frutti dimenticati. Giuseppe Taneburgo, responsabile Agricoltura Legambiente Puglia e agricoltore, è uno di questi.
«La quantità è stata l’ossessione di questo territorio e dei suoi produttori dagli anni Settanta fino al Duemila. In questo lasso di tempo gli eradicamenti in favore dei ciliegeti, più redditizi ma solo se di specifiche cultivar, sono stati molteplici. Le varietà più piccole come la ciliegia bianca o la fuciletta sono state sacrificate in nome di logiche commerciali. Ma a mio parere sono le cultivar minori a testimoniare il legame tra l’uomo e il territorio».
Il recupero di vecchie cultivar di ciliegie, ma anche fichi, mandorle e agrumi, è al centro del CRSFA Basile Caramia, Centro di Ricerca in Agricoltura di Locorotondo (Bari), che custodisce venti ettari di coltivazioni da collezione per evitare che questo legame scritto in frutti piccoli, colorati, poco accattivanti per la grande distribuzione vadano perduti.
La verità è che coltivare ciliegie non è più molto attrattivo, condizione ciclica che colpisce le coltivazioni del primo mondo. Nonostante solo in Puglia si produca un fatturato di quaranta milioni di euro all’anno, la filiera potrebbe scomparire a breve. «Non bisogna dimenticare che la vita di un ciliegio non va oltre i 25 anni – conclude Taneburgo – e per questo, ciclicamente, i contadini ruotano le colture, spinti anche dagli incentivi europei, com’è avvenuto per ulivi e mandorli. Dopo le delusioni degli ultimi anni, si sta valutando la sostenibilità economica di questa produzione». Con buona pace della nostra sentinella di primavera made in Italy.
