Domenica è successa una sola cosa importante e, se pensate che la scelta per l’avvenimento più rilevante dell’altroieri vada svolta tra la finale dei Roland Garros e i referendum, significa che, poveri voi, non avete avuto tra i dodici e i tredici anni nel momento in cui andavano avuti, cioè quando li avevo io.
Domenica “La vita è adesso” ha compiuto quarant’anni e, poiché non parlo abbastanza spesso di me, l’occasione mi è lieta per domandarmi davanti a voi: è “La vita è adesso” il disco più importante della mia vita? Risposta breve: sì.
Perché è uscito quando avevo la più assorbente delle età, e non saprò mai più niente a memoria con la voluttà con cui so i versi appresi alle medie? Anche, ma non solo. Perché è il disco più venduto di Claudio Baglioni, e io mica sono una da nicchia, io penso che il più bel disco di Springsteen sia “Born in the USA”, io rappresento il sentimento popolare? Anche, ma non solo.
Perché Baglioni era in un tale momento di grazia da potersi permettere il lusso, la maramalderia, la sprezzatura, il complesso di superiorità, il delirio di onnipotenza di dire «Questa canzone qui la levo», e la canzone che tolse da quel disco lì era “Mille giorni di te e di me”, che starebbe in qualunque lista delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi compilata da chiunque non fosse completamente scemo? Anche, ma non solo.
Perché quello mandato nei negozi di dischi (se siete giovani, andate dalla mamma e fatevi spiegare cosa fossero i negozi di dischi) dal capellone della maglietta fina e del passerotto che non doveva andare via era un disco che sembrava scritto da Fossati, che sembrava scritto da Guccini, che sembrava scritto da quelli che hanno la lingua italiana a loro completa e immediata disposizione, mica da uno liquidato come un canzonettaro sentimentale da rime tra cuore e amore? Anche, ma non solo.
Perché in quel disco ci siamo noialtre come scritte quando i parolieri sapevano scrivere – «ombre di donne pigre s’aggiustano le calze e baciano rossetti», «noi domani avremo un’altra faccia e una città che aspetta fuori, e stringeremo tra le braccia avanzi di amori», «tua madre altezza media sogni medi», «la donna ha messo il suo vestito più magro e un po’ più di allegria negli occhi seri», «la mia faccia da lepre all’apertura della caccia» – ma anche noialtre come siamo abituate a essere scritte adesso che non siamo più capaci di apprezzare un’estensione lessicale sopra la media e vogliamo solo slogan buoni per Instagram, anche semplificate in versi motivazionali e banali, «in qualunque sera ti troverai non ti buttare via»? Anche, ma non solo.
Perché gli autori non capiscono niente nientissimo delle loro opere – ricopio da un’intervista che gli feci undici anni fa: «Quando mi dice che il disco dei miei 13 anni lo ascoltarono in macchina, in cassetta, dopo averlo finito, e “Va bene che le cassette si sentivano male, ma pensai: come ho fatto a fare un disco così brutto, pieno di parole, senza un ritornello”, quasi mi alzo e me ne vado, offesa a nome di tutte le vitaèadessiste che all’epoca portavano l’apparecchio ai denti» – e invece le tredicenni che riportavano indietro la puntina sul vinile hanno sempre ragione? Anche, ma non solo.
Perché Claudio Baglioni è per l’Italia più canone di quanto lo siano Dante o Fellini o Manzoni o Verdi: Claudio Baglioni è quello che nessuno indica mai quando si fanno le classifiche dei grandi cantautori ma di cui tutti conoscono almeno dieci canzoni, le conoscono senza sapere di conoscerle, scoprono di conoscerle ritrovandosi a recitarle come fai con le preghiere appena qualcuno comincia a dirle pur non andando in chiesa da decenni ed essendo certa d’averle dimenticate, le conosci nell’unico modo in cui si conosce la cultura popolare, perché le hai assorbite tuo malgrado? Anche, ma non solo.
Perché in “Uomini persi” non c’è solo un film, c’è un’intera filmografia, e nei quarant’anni successivi quel tema lì, dell’infanzia che col cazzo che è destino, perché pure il criminale è stato piccolo e ha «scambiato figurine e segreti con uno più grande ma prima doveva giurare», nei quarant’anni successivi è diventato abusato e stracco, ma era il 1985 e nessuno ce l’aveva mai detto così bene? Anche, ma non solo.
Perché le canzoni sono l’unica opera d’ingegno che non richieda intelletto, cultura, età adulta, e quindi l’unico settore in cui si possano fare capolavori a età alle quali non si riesce neanche a sostenere una conversazione interessante a cena? Perché forse i trentaquattro anni sono un’età particolarmente magica per le canzoni, e mica è solo il Baglioni di quei dieci capolavori in fila: Dalla a 34 pubblica “Com’è profondo il mare”, Fossati “Una notte in Italia”, Dylan “Shelter from the storm”, Guccini “Canzone delle osterie di fuori porta”? Anche, ma non solo.
Perché i dischi perfetti li riconosci perché c’è al massimo una canzone che salti, e pure quella che salti non è che sia una canzone brutta, è che a te non dice granché ma non è che una possa dire, per dire, che “La sera dei miracoli” (l’unica ch’io salti nel “Dalla” del 1980) sia brutta, le canzoni brutte sono fatte in un altro modo, al massimo puoi dire che non è il tuo tipo, ecco, “Notte di note” non è il mio tipo, ma insomma avercene? Anche, ma non solo.
Perché è il disco per il quale Baglioni si taglia i capelli, irriconoscibile in copertina e pure dal vivo, ha raccontato cento milioni di volte di quando a Sanremo uscì a fumare – “La vita è adesso” non era ancora uscito, era lì a ritirare un premio per “Questo piccolo grande amore” come canzone del secolo – e non volevano farlo rientrare perché nell’incarnazione non capellona non lo riconoscevano, ed è l’unico Sansone al contrario nella storia delle leggende? Anche, ma non solo.
“La vita è adesso” è il disco più importante della mia vita per ragioni che fanno sì che la riedizione appena uscita, “La vita è adesso – Il sogno è sempre”, io l’abbia ascoltata una volta sola.
“La vita è adesso” è uno dei tre dischi che mi portai in collegio l’anno successivo, e questo non dice molto di me ma dice moltissimo d’un secolo in cui un disco ti durava due anni (o quaranta: è ancora uno dei dischi che ascolto più spesso), e non sarà qui che stabiliremo se ciò dipendesse dalla maggiore qualità dei dischi o dal fatto che non uscivano mille nuove canzoni al minuto.
“La vita è adesso” era un così forte collante di cultura popolare che in un recente trasloco ho ritrovato una cartolina di A. dal mare, era dell’estate dell’86, mi diceva di essere stata al concerto di “Claudio”, forse è la prima comparsa nella mia vita di quella forma di mitomania ormai ordinaria per cui chiamiamo per nome gente di cui non abbiamo il numero di telefono.
“La vita è adesso” per me, per noialtre che all’epoca eravamo quel verso in cui «si vedono gli affanni dei tuoi domani dei tuoi pochi anni», sarà sempre quel disco di cui sappiamo ogni nota a memoria, e Claudio – e ti chiamo per nome non in nome del nostro conoscerci adulto ma della mia mitomania giovanile: di quand’eri il mio poster – tu non me lo dovevi riarrangiare.
Lo so che rifare i classici è una tentazione irresistibile, da Duchamp in poi. Lo so che gli anniversari sono una tentazione cui bisogna, per resistere, essere Miuccia Prada, che sbuffa sui dieci anni della Fondazione. Lo so che la mia derelitta generazione ha inventato la nostalgia e ti diranno che corriamo a comprarci madeleine reimpacchettate (hanno ragione). Ma quel che non ti dicono è che la Fiesta la compriamo, ma poi ci lamentiamo perché il liquore è meno, e il sapore non è esattamente uguale.
Lo so – perché me l’hai detto tu una volta in cui parlavamo di chi stravolge le canzoni in concerto – che tu lo sai che quel disco lì non ti appartiene più, quel disco lì è nostro, e lo vogliamo esattamente come lo squarciagolavamo all’epoca. Tu l’arrangiamento non ce lo dovevi cambiare, perché noi passaggi tipo «oggi è quasi un secolo di noia, che si fa domani e dopo, e poi nei prossimi vent’anni» vogliamo cantarli immutabili, identici a sé stessi, come li cantavamo allora, quando non avevamo la più pallida idea di quanta verità ci fosse lì dentro, quando cantavamo per le rime e le suggestioni parole che ci avremmo messo una vita a capire davvero.