Nella corsa tra Elly Schlein e Giuseppe Conte a chi è più radicale, in teoria lei dovrebbe essere favorita, ma lui è davvero sfrontato nel fare la parte del Jean-Luc Mélenchon italiano: al punto di scendere domani in piazza contro la Nato e di sfidare il Partito democratico a partecipare a un’iniziativa anti-Nato il 24 a L’Aja, proprio mentre lì si riunisce l’Alleanza Atlantica. Schlein non abbocca e non andrà a un’iniziativa di quel tipo. Irritata con l’avvocato del popolo è Pina Picierno: «Suggerisco una riflessione sul luogo del meeting: Mosca potrebbe essere più appropriata, sono certa che sarebbero accolti con gratitudine».
La nuova provocazione contiana si inscrive nel lungo duello tra lui e la segretaria del Pd, su chi, alla fine, dovrebbe andare a Palazzo Chigi se il centrosinistra vincesse le elezioni. Nella disfida, però, potrebbe inserirsi un terzo incomodo. I nomi che si fanno in ambienti del Pd – ipotesi di cui, ovviamente, Schlein e Conte sono a conoscenza – al momento sono due. Due sindaci: quello di Napoli, Gaetano Manfredi, e, con minori chance, quello di Roma, Roberto Gualtieri.
Naturalmente, questa sarebbe una strada praticabile solo senza una nuova legge elettorale che prevedesse l’indicazione del presidente del Consiglio sulla scheda (il Tatarellum nazionale che Giorgia Meloni vuole varare), perché in questo caso è evidente che il candidato non potrebbe essere Manfredi, incomparabilmente meno noto e potente di Meloni. Ma se la legge restasse quella attuale, nulla impedirebbe di trovare un presidente del Consiglio diverso sia dalla segretaria del Pd sia dal capo del Movimento 5 Stelle, e secondo alcuni strateghi del Pd Manfredi sarebbe perfetto come figura di mediazione, esattamente com’è stato per Napoli.
Questa idea viene attribuita ai soliti lupi di mare, come Dario Franceschini e Goffredo Bettini, in diverso modo (più per convenienza il primo, più per convinzione il secondo) cultori dell’intesa strategica tra il Pd e l’avvocato di Volturara Appula. A corollario di questo compromesso poco storico, si vedrebbe poi quali postazioni assegnare ai due leader, magari quelle di vicepremier.
Manfredi, che è anche attuale presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, e dunque a contatto con la dimensione nazionale della politica, è molto stimato da Conte e da quei dem che conoscono bene la realtà di Napoli, ed è un uomo di equilibrio, che sta amministrando positivamente il capoluogo campano: sarebbe una figura terza, con una certa caratura tecnica, politicamente sorretta dai capi del tripartito Pd–Movimento 5 Stelle–Alleanza Verdi e Sinistra.
C’è poi chi pensa a Roberto Gualtieri, il quale vanta un curriculum ben più forte, essendo stato anche ministro dell’Economia nel governo Conte due, nonché importante europarlamentare, e ora sindaco di Roma, con un’ottima performance in questa fase giubilare. Ma è proprio l’impegno da lui stesso assunto, di proseguire per un secondo mandato da sindaco della Capitale (vincere non dovrebbe essere impresa molto difficile), che impedirebbe una sua ascesa a Palazzo Chigi; senza contare che, tra lui e Manfredi, Conte preferisce quest’ultimo.
La domanda è se Schlein, che ha costruito tutta la sua rapida carriera allo scopo di battere Meloni e prenderne il posto, accetterebbe una soluzione, come quella descritta. E d’altra parte, Conte sogna da tempo un rientro a Palazzo Chigi. Arriverà a porre un vero e proprio veto su Elly, che pure ha molti più voti di lui? O la sfiderebbe a primarie, probabilmente sanguinose, che lo vedrebbero partire sfavorito?
Nel dubbio, non è da considerarsi improbabile che Conte possa assecondare i mediatori del Pd, aprendo la strada all’attuale sindaco di Napoli, che, naturalmente, sarebbe presidente del Consiglio, ma non leader politico della coalizione. Ah, ovviamente prima bisogna vincere le elezioni, ma questo è un altro discorso.