La tassa occultaDobbiamo parlare di drenaggio fiscale

Anche se abbiamo ricevuto un aumento di stipendio o della pensione per compensare (almeno un po’) l’inflazione, alla fine non ce ne siamo accorti. Colpa del fiscal drag: le casse dello Stato ne hanno beneficiato, ma a spese dei lavoratori

(Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Ci sono venticinque miliardi di euro di tasse che lavoratori dipendenti e pensionati hanno pagato e che invece non avrebbero dovuto pagare. Colpa del fiscal drag, drenaggio fiscale. Quel meccanismo per cui, anche se abbiamo ricevuto un aumento di stipendio o della pensione per compensare (almeno un po’) l’inflazione, alla fine non ce ne siamo accorti nemmeno. Con più soldi in busta paga, anche le tasse da pagare sono aumentate. Nonostante, a causa dell’aumento dei prezzi, a conti fatti non siamo affatto diventati più ricchi.

Le casse dello Stato ne hanno beneficiato, ma a spese dei lavoratori. Un sistema insidioso che alterà l’equità del sistema fiscale, come ha sottolineato anche il rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio, secondo cui il fiscal drag finisce per erodere gli stessi benefici del taglio del cuneo fiscale reso strutturale dal governo.

Come funziona? Nel sistema fiscale progressivo italiano, le aliquote di Irpef non sono indicizzate all’inflazione. Questo comporta che, anche in caso di inflazione alta, si continua a pagare sempre la stessa aliquota nonostante il reddito reale sia più basso. Nel caso in cui invece si riceve un aumento di salario per compensare – del tutto o in in parte – l’inflazione, c’è però la probabilità di finire in uno scaglione fiscale più alto e pagare quindi più tasse, nonostante di fatto non siamo diventati più ricchi.

Questo succede perché per il fisco italiano quello che conta è il reddito nominale e non quello reale. Più guadagni, più paghi. Quindi, se si guadagna di più per effetto dell’inflazione, si finisce per sforare lo scaglione Irpef e magari anche la soglia per ricevere bonus e detrazioni.

È quello che è accaduto negli ultimi anni. Con l’inflazione alta, i rinnovi contrattuali e la parziale rivalutazione delle pensioni hanno recuperato in minima parte la perdita di potere d’acquisto e si sono avuti degli aumenti. Ma si sono pagate anche più tasse, nonostante il reddito reale dei contribuenti non sia cresciuto. Gran parte degli aumenti, quindi, è finito in gettito fiscale per lo Stato. E soprattutto chi ha redditi medi e bassi, il famoso «ceto medio» di cui tutti parlano, ha visto le maggiori trattenute in busta paga.

Un toccasana per le finanze pubbliche, certo. Negli ultimi quattro anni, l’Irpef è aumentata di circa trentasette miliardi. Il rapporto 2025 dell’Ufficio parlamentare di bilancio stima che il fiscal drag abbia inciso per ventuno dei trentasette miliardi di crescita dell’Irpef tra il 2020 e il 2024. Secondo i calcoli de Lavoce.info, tra il 2022 e il 2024, con l’inflazione alta, il drenaggio fiscale è arrivato a venticinque miliardi di euro.

E per come è fatto oggi il fisco italiano, con sole tre aliquote, la questione interessa soprattutto i redditi bassi e medi, dove un piccolo sforamento fa finire nello scaglione successivo e rischia di far perdere fior fior di detrazioni. Secondo l’Upb, la situazione è peggiorata proprio con la riforma fiscale voluta da Meloni «che ha reso il sistema più progressivo e più esposto al drenaggio fiscale». Il governo ha stabilizzato il taglio al cuneo fiscale, accorpando i primi due scaglioni Irpef e introducendo nuove detrazioni decrescenti per reddito. Una combinazione che oggi alimenta l’effetto perverso del drenaggio fiscale, soprattutto per le fasce di reddito che più ambiscono ai bonus.

Un’ulteriore iniquità, se si pensa che sui redditi medi già pesa gran parte delle entrate dello Stato. Chi guadagna tra i 35mila e i 70mila euro, nel 2024 ha pagato quasi i due terzi di tutta l’Irpef incassata dallo Stato. Che significa lavoratori dipendenti e pensionati. Visto che le partite Iva con il regime forfettario godono della flat tax. Secondo l’economista Marco Leonardi, per colpa del fiscal drag sopra i 35mila euro la pressione fiscale è aumentata di due punti.

Il ceto medio ci perde, ma le casse dello Stato ne beneficiano. Senza nuove leggi o decreti impopolari, lo Stato riesce così a far pagare più tasse ai cittadini. La pressione fiscale nel 2024 è aumentata al 42,6 per cento, proprio mentre si dice che invece si stanno abbassando le tasse con il taglio del cuneo fiscale. Taglio che, guarda caso, è stato finanziato agilmente dall’esecutivo proprio grazie al maggiore gettito pagato per effetto del fiscal drag. Un circolo vizioso.

E i contribuenti, che negli ultimi tre anni hanno subito un’inflazione di quasi il diciassette per cento, continueranno a pagare queste tasse non dovute almeno finché il governo non deciderà di intervenire. Per bloccare questo meccanismo, l’unica soluzione sarebbe alzare periodicamente i limiti degli scaglioni Irpef in proporzione all’inflazione, adeguando le diverse soglie dei bonus a nuovi livelli di reddito, cresciuti solo per effetto dell’inflazione.

È già stato fatto negli anni Ottanta quando, con l’alta inflazione, per sterilizzare il fiscal drag si indicizzarono gli scaglioni Irpef e le detrazioni all’inflazione. Fino al 1984 anche i salari degli italiano erano indicizzati automaticamente all’inflazione con la scala mobile. Poi l’adeguamento fu gradualmente ridotto, fino a essere abolito nel 1992. Oggi, i salari vengono adeguati all’inflazione con i rinnovi dei contratti collettivi. Ma le aliquote Irpef non sono indicizzate all’aumento dei prezzi, e quindi i lavoratori pagano più tasse.

Molti Paesi dell’area Ocse, in realtà, hanno già meccanismi che permettono di aggiornare automaticamente le aliquote delle imposte sui redditi e le detrazioni in base all’inflazione. Nel 2022, 17 Paesi su 38 analizzati dall’Ocse avevano sistemi di questo tipo. L’ultima a farlo, quest’anno, è stata la Francia.

In Italia, negli ultimi anni, i vari governi di diverso orientamento politico hanno spesso aggiustato aliquote Irpef e scaglioni propagandandole come riduzione delle tasse. Ma spesso si trattava, di fatto, di una parziale restituzione del maggior introito legato al fiscal drag. L’Upb, nel rapporto dell’anno scorso, in realtà aveva già spiegato che dal 2021 al 2023 si sono persi del tutto i vantaggi dei diversi bonus erogati negli ultimi dieci anni, dagli ottanta euro del governo di Matteo Renzi ai cento euro di Conte.

La questione, ora, è esplosa con la fiammata inflazionistica degli ultimi anni. Il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha fatto sapere che il governo vuole «mitigare» l’impatto del drenaggio fiscale. Un’impresa ardua. Non solo perché il sistema fiscale italiano è un castello complicatissimo di norme, deroghe, bonus e detrazioni, frutto di leggi su leggi aggiunte di volta in volta dal governo di turno. Ma soprattutto perché sterilizzare il fiscal drag significherebbe rinunciare all’aumento delle entrate fiscali che in questi anni ha permesso di mettere un po’ a posto i conti pubblici, potendosi permettere anche di dire ai cittadini di aver ridotto le tasse con il taglio del cuneo fiscale.

È anche grazie al drenaggio fiscale, infatti, se il governo Meloni è riuscito ad anticipare al 2026 la riduzione del rapporto tra deficit/Pil come chiedeva l’Europa. Secondo Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, senza il fiscal drag l’obiettivo di portarlo sotto il tre per cento del Pil sarebbe stato raggiunto con tre anni di ritardo rispetto alle previsioni del governo. D’altronde, se la rivista britannica The Banker ha nominato Giancarlo Giorgetti «ministro delle Finanze dell’anno», non è certo perché ha tagliato le tasse. Ma perché è riuscito a contenere il deficit. Con buona pace del ceto medio.

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