Sindrome MarilynSono le star a voler fare politica, o il pubblico a costringerle?

Se Clooney avesse i social, anche a lui scriverebbero che non si occupa abbastanza della pace nel mondo. Non ce li ha, ma sa che deve mettersi dalla parte fotogenica della storia, non avendo il vantaggio d’essere donna e quindi automaticamente intellettuale

LaPresse

L’unica cosa di cui m’interessa parlare in questo articolo è la sindrome Marilyn, ma poiché sono vile comincerò dai maschi: come disse Jack Nicholson molti anni prima di Dario Brunori, l’ultima categoria con cui è possibile prendersela è il maschio etero bianco.

Comincerò da George Clooney, che compare su un palcoscenico di Broadway (e alla Cnn, che ha trasmesso la penultima replica del suo spettacolo). Lo spettacolo comincia (e finisce) con un discorso sui mass media, e solo il fatto che il soggetto enunciato sia la televisione, e non i social, ci dice che è un discorso del 1958. Altrimenti saremmo noi, quelli «distratti, illusi, divertiti e isolati» dai mezzi di comunicazione di massa.

Comincerò da Ghali, fotografato in un seggio dei referendum come fosse non un giovane milionario al quale qualche assistente avrà ritrovato la tessera elettorale in un cassetto e che qualche autista avrà portato a votare, ma un partigiano sulle montagne che mette a rischio la propria vita per liberare la patria. (Vi vedo che dite «ah, stai dicendo che le popstar devono vergognarsi d’essere ricche»: vi vedo che mancate come sempre il punto).

Comincerò da Marracash, che appare in braghette da dodicenne sul palco del suo concerto di Napoli, si dice «Contento che sempre più artisti si espongano» e poi fa una domanda così carpiata che non sai se finga d’essere retorica e voglia invece essere presa alla lettera, o viceversa: «Fermeremo davvero le stragi scrivendo i post, gridando dal palco “free Gaza” o qualche altro slogan?».

George Clooney ha detto in tutte tuttissime le interviste che la platea piangeva tutte le sere, quando l’Edward Murrow da lui interpretato faceva il famoso discorso sullo stato dei media. E non piangevano per la disperazione di vedere George che, per non sembrare il sé stesso tra i 63 e i 64 anni, ma il Murrow tra i 45 e i 50, si era tinto di rosso menopausa: piangevano perché pubblico sensibile, perché pubblico politicamente accorto, perché pubblico engagé. Nessun intervistatore, mi pare, gli ha detto: ah, quindi predica ai convertiti.

Sotto i post col discorso di Marracash a Napoli ci sono sleppe di commenti riassumibili in «seh, adesso arrivi, dov’eri finora, Ghali lo dice da due anni», perché c’è una cosa di cui non parliamo abbastanza spesso quando diciamo quanto sia ridicolo l’impegno politico dei famosi, ed è quanto sia colpa del pubblico se questi sono costretti alle prediche da assemblea d’istituto invece di fare il loro lavoro: intrattenerci.

Non di tutto il pubblico, naturalmente: il grande pubblico è sufficientemente sano di mente da fottersene delle idee politiche dei suoi poster, da guardare i film che gli piacciono, ascoltare le canzoni che gli piacciono, seguire gli sport che gli piacciono, e neanche chiedersi come la pensi Tizio Famoso sulla geopolitica, cosa voti Caio Famoso. Ma poi ci sono gli altri.

Quelli che scrivono i commenti sui social, cosa che già dovrebbe farti capire di che ultimo anello della catena alimentare stai parlando. Ma quel che è successo, da quando il matto che parla da solo al bar è diventato il matto che parla da solo sulla tua pagina social, è che tu ritieni di doverne tener conto. Non è che razionalmente tu non sappia che per ognuno che ti redarguisce, sotto il post in cui hai parlato del compleanno di tua moglie o del tuo ultimo film o del tuo ex compagno di scuola che ha vinto una qualche medaglia, per ognuno che ti redarguisce perché «NON STAI PARLANDO DEL GENOCIDIO» ce ne sono dieci milioni che non s’incomodano a commentare. Lo sai, ma il loro silenzio non fa rumore.

Non c’è nessuna razionalità nel decidere di tenere conto del rumore di fondo in un’epoca in cui il rumore di fondo è così sovrabbondante che è impossibile distinguerlo. Dieci vongole che commentano sotto un post vengono trattate non come le irrilevanti vongole che sono, ma come dieci servizi di telegiornale del secolo in cui il telegiornale lo guardavamo a decine di milioni.

In quel discorso del 1958, Murrow diceva che erano ricchi, grassi, comodi, e che dopo cinquanta o cento anni gli storici avrebbero analizzato i media e avrebbero capito che in loro i cittadini – i cittadini di quasi settant’anni fa – trovavano solo evasione e decadenza.

Saremo tutti morti, io che scrivo e voi che leggete, e quindi non potrò dire «ve l’avevo detto», ma è ovvio che tra cinquanta o cento anni gli storici analizzeranno il nostro agitarci di oggi e si chiederanno perché dessimo spago a qualunque istanza scema e minuscola, perché ci facesse paurissima qualunque forma di dissenso da parte del pubblico non pagante, perché ci tenessimo tanto alla reputazione in un secolo in cui essa non esisteva più.

La settimana scorsa Clooney ha ricevuto Anderson Cooper sul palco su cui la sera andava in scena, si è fatto intervistare per promuovere la messa in onda della pièce. Aveva un cappellino persino più da pirla dei bermuda di Marracash, credo perché sperava che così ci saremmo concentrati su quel che diceva e non sui capelli. A un certo punto hanno inevitabilmente parlato di Trump e di Musk e di Biden e di Obama, e a un certo punto Clooney ha detto che lui ha molti amici che erano nella lista nera di Nixon, e che sono fieri di esserci stati, si vergognerebbero di non essere stati considerati nemici da quel malvivente, il parallelo con lui malvisto da Trump era implicito, e stavolta al posto degli storici tra cent’anni c’erano i figli tra venti o trenta.

Mi chiederanno dov’eri quando succedeva quella roba lì, e io voglio poter dire che stavo dalla parte giusta, ha detto più o meno Clooney, e mi è sembrata una risposta onesta: nessuno di questi tizi è così mitomane da pensare di cambiare il mondo, ma tutti sono abbastanza svegli da sapere che ti puoi permettere la scarsa fotogenia della tinta di scena, ma non quella di non stare dalla parte giusta della storia.

Ghali è solo uno che va a votare ai referendum, che colpa ne ha lui se poi al seggio gli chiedono la foto e lo celebrano come eroe: mica è colpa d’un cantante se il pubblico è cretino e disperato e sazio, abbastanza cretino e disperato e sazio da avere bisogno di sentirsi in sintonia politica con un cantante, abbastanza cretino e disperato e sazio da sentirsi impegnato politicamente perché si fa la foto col famoso e va sotto la foto di quell’altro famoso a dire no, tu non fai abbastanza la rivoluzione, lui invece.

E, dopo cento righe di premesse, posso finalmente arrivare alla ragione per cui ho scritto quest’articolo: i ricordi di Facebook, un’invenzione che dovrebbe valere a Zuckerberg il Nobel per la Letteratura. I ricordi di Facebook sono indispensabili perché ti ripropongono cose che, se tenessi davvero un diario, non annoteresti mai, ma che sono utilissime per capire da dove siamo passati per arrivare fin qui.

Se l’altro giorno Zuckerberg non mi avesse rammentato che cinque anni fa postavo una polemica altrui a riguardo, io non mi sarei mai ricordata che c’è stato un momento in cui Chiara Ferragni si fotografava, vestita e mascherata di nero, col cartello «fuck racism» perché, alla stazione di Milano, c’era una manifestazione di quelle del periodo in cui eravamo convinti di dover far sentire la nostra voce per la qualità della vita dei neri del Minnesota, che in confronto i «Free Gaza» di cui parla Marracash sono utilissimi.

Negli stessi giorni, c’era un video in cui attrici e attori americani dicevano con tono contrito che si prendevano la responsabilità di ogni volta in cui non si erano esposti contro il razzismo. Era il «Free Gaza» di quella stagione: la settimana prima, sempre per rimarcare l’importanza delle vite dei neri in un altro continente, Myrta Merlino si era inginocchiata nello studio di La7.

C’è una differenza, temo, tra il ridere di Clooney o di Ghali e il ridere di Myrta e di Chiara (senza cognome perché sei ancella del patriarcato!); o del momento altrettanto delirante, nella fine 2017 del MeToo, in cui trattavamo Asia Argento come il faro morale della nazione, come se l’aver incontrato uno stronzo facesse di lei un’intellettuale.

C’è una differenza tra la sguaiatezza con cui ci era permesso ridere di Fedez che appoggiava la legge Zan senza sapere quel che diceva, e l’accortezza con cui evitiamo di dire che Elodie è tanto bellina ma non riesce a mettere due parole in croce e quando prende posizioni politiche sembra Kendall Roy quando litigava col babbo e per dispetto diceva alle telecamere «Fuck patriarchy» – con la differenza che Elodie non è sceneggiata apposta per farci ridere.

La differenza è la solita: è un ottimo momento per approfittarsene, essendo donna. Se non sei un uomo, nessuno si permetterà di dire che sei intellettualmente scarsa, per quella sindrome Marilyn che mi stupisco sempre non sia stata ancora codificata.

Nessuno osava commentare «Chissà cosa ci capiva, povera», di fronte alla vetrinetta della mostra su Marilyn in cui era esposto “The roots of American communism”, volume che ci veniva descritto come «della sua biblioteca». Mi faceva venire in mente quando a quattordici anni compravamo Nietzsche perché era Adelphi, ma per carità: fingiamo pure di credere che fosse una lettrice di saggistica e una pensatrice che non ha fatto la differenza per colpa nostra che non l’abbiamo presa sul serio.

Il nostro senso di colpa nei confronti di Marilyn Monroe è così gigantesco che sono decenni che fingiamo di credere d’averla sottovalutata: solo perché faceva la parte della scema nei film l’abbiamo creduta scema davvero, come abbiamo potuto essere così superficiali, solo perché era bionda, e invece guardala in questa credibilissima foto per niente in posa in cui legge l’“Ulisse” di Joyce. Siamo così determinati a non doverci più sentire in colpa, che a un certo punto eravamo persino disposti a spacciare per intellettuali Valeria Marini e Alba Parietti, poi per forza per un attimo immenso abbiamo preso per leader politiche Chiara Ferragni o Asia Argento.

E quindi, se una di queste sere doveste andare a sentire Marracash e lui si dovesse chiedere retoricamente se abbia senso avvolgersi in bandiere palestinesi in mutande, accendete subito la telecamera del telefono e filmatevi mentre sottopalco gli urlate di vergognarsi: sta forse dicendo che Elodie è meno competente di Angela Merkel?

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